Ma ci sono anche le giocate a tombola assieme a vecchietti e bambini: “26. Come, 36? No 26. peccato, se era 26 facevo terno. Ma già se lo sono preso il terno. Di già? Mi sempre sfortunata devo essere. Tombola! E chi l’ha presa. Ma la bambina ovviamente. Meno male che se l’è presa lei…”.Nel tardo pomeriggio iniziano ad arrivare una valanga di sms di auguri, quelli che si mandano uguali a tutti gli utenti della tua rubrica, tanto hai la carta auguri e non paghi nulla. Indispettita di essere una fra tanti non rispondo a nessuno di questi messaggi, a meno che non si tratti di un sms indirizzato solo ed esclusivamente alla mia persona.E ci si appresta a fine serata, stanchi, distrutti, sfiniti. Non sono passate neppure 3 ore dalla fine del pasto eppure la tavola è di nuovo apparecchiata. Tutti dicono: “Ma no, sono sazio, non ho fame” eppure tutti finiscono per sedersi e mangiucchiare.Ce ne torniamo tutti a casa, col sorriso stampato sulle labbra, soddisfatti della bella giornata e con la voglia di ripeterla quanto prima.
venerdì, novembre 27, 2009
Ma ci sono anche le giocate a tombola assieme a vecchietti e bambini: “26. Come, 36? No 26. peccato, se era 26 facevo terno. Ma già se lo sono preso il terno. Di già? Mi sempre sfortunata devo essere. Tombola! E chi l’ha presa. Ma la bambina ovviamente. Meno male che se l’è presa lei…”.Nel tardo pomeriggio iniziano ad arrivare una valanga di sms di auguri, quelli che si mandano uguali a tutti gli utenti della tua rubrica, tanto hai la carta auguri e non paghi nulla. Indispettita di essere una fra tanti non rispondo a nessuno di questi messaggi, a meno che non si tratti di un sms indirizzato solo ed esclusivamente alla mia persona.E ci si appresta a fine serata, stanchi, distrutti, sfiniti. Non sono passate neppure 3 ore dalla fine del pasto eppure la tavola è di nuovo apparecchiata. Tutti dicono: “Ma no, sono sazio, non ho fame” eppure tutti finiscono per sedersi e mangiucchiare.Ce ne torniamo tutti a casa, col sorriso stampato sulle labbra, soddisfatti della bella giornata e con la voglia di ripeterla quanto prima.
giovedì, luglio 16, 2009

Ho sempre sostenuto che un libro, per essere considerato bello, deve innanzitutto essere scritto bene. Certo anche la trama è importante, ma è secondaria, perché se dopo 20 pagine di frasi brevi e grammaticalmente rozze, dopo parole banali che si ripetono e che si mescolano senza un minimo di criterio, dopo un trito di cose troppo uguali a se stesse, non è più ammissibile pensare di sprecare il proprio tempo libero per andare dietro ad un libro così tanto ingiustamente (a mio modo di vedere) acclamato come “Uomini che odiano le donne”.
Disgustata ho preso il volume abbastanza corposo (che inutile spreco di carta) e l’ho riposto in libreria, pentita di avere speso inutilmente i miei soldi (mai nessun libro era riuscito a resistere così poco tra le mie mani, e soprattutto senza nessuna possibilità di appello), ed ancora una volta pentita di essermi fatta ingannare dalla posizione alta nella classifica dei libri più letti. Mi è già capitato in altre due occasioni.
La prima volta con “Il codice da Vinci”. Lì a spingermi c’era la curiosità di un libro di cui tutti parlavano perché rivelava delle verità sconvolgenti che mettevano a soqquadro l’intera fede cristiana e che mostrava palesemente le prove del matrimonio di Gesù con la Maddalena e della sua numerosa stirpe di discendenti arrivata fino ad oggi. In realtà, già dopo le prime pagine, ho cominciato a nutrire una certa repulsione per lo stile letterario così infantile e poco ricercato. Va bene che si trattava fondamentalmente di un thriller, va bene che quello che contava era la trama (tra l’altro abbastanza fitta), però un minimo di stile letterario ci vuole. Altrimenti siamo tutti bravi a scrivere libri, basta che ci inventiamo una storia assurda che non sta in piedi neppure con tutta la buona volontà. Di questo libro comunque ne ho ampiamente parlato in un mio precedente post, e quindi è inutile dilungarsi ancora, perché il solo pensiero fa riaffiorare alla mia mente il disgusto per quanto letto. Per fortuna ai tempi me lo prestarono e non sprecai neppure un centesimo.
La seconda volta è capitato con “La solitudine dei numeri primi” che, oltre a godere del favore del pubblico (è stato per mesi il libro più letto in Italia) poteva pregiarsi di avere vinto il premio Strega 2008. Saranno stati tutti questi meriti, sarà stato il titolo così accattivante, sarà stata la copertina del volume così bucolica e che mi ricordava la Primavera di Botticelli: insomma, avevo un buono sconto, l’ho adoperato ed ero pure tutta contenta perché finalmente leggevo qualcosa di più contemporaneo (visto che le mie letture propendono sempre per il passato). Ammetto che all’inizio era piacevole e scritto discretamente bene, ma ad un certo punto tutta la trama si è persa, si è fatta ingarbugliata e lo stile narrativo ne ha risentito parecchio. È diventato così incomprensibile e così farraginoso che avevo quasi l’impressione che l’autore avesse ceduto il posto a qualcun altro chiedendogli di finire il romanzo come meglio poteva. Se è così facile vincere un premio letterario così importante, quasi quasi mi cimento pure io.
Ed infine eccoci ai giorni nostri, al nostro “Uomini che odiano le donne”. Ero in libreria, ho dato un occhiata ai libri più letti, ho pescato questo qui, ho letto una minirecensione che paragonava questa saga ad altre più famose come Harry Potter, e mi sono lasciata convincere, anche se ero un po’ riluttante. Lo leggerò in spiaggia, mi sono detta, ma non l’ho ritenuto degno neppure di questo. Per 30 pagine ho praticamente dormito senza capirci nulla fino a quando, sdegnata da questo modo di scrivere così banale, ho lasciato perdere ed ho concentrato le mie attenzioni su un altro volume. Volete sapere quale? Ok, ve lo dirò: Sostiene Pereira di Antonio Tabucchi. Si, un libro che non ha nulla a che vedere con quelli che ho finora citato, ma che mi ha disintossicato dalla pessima scrittura e mi ha riconciliato con il mondo degli scrittori. Un sospiro di sollievo. Può darsi che vi parli di questo libro in seguito.
lunedì, febbraio 23, 2009

1) i preparativi per il matrimonio;
2) la stanchezza fisica e mentale che mi aveva portato alla ricerca di cose più leggere;
3) la complessità dello stile narrativo.
Inutile soffermarsi sulle prime due argomentazioni. Preferisco approfondire il terzo punto.
Ma per parlarvi dello stile narrativo devo per forza di cose addentrarmi nella trama.
Protagoniste della vicenda due donne.
Renèè ha 54 anni, è bassa, grassa, bruttina, di umilissime origini e fa la portinaia presso un prestigioso palazzo di Parigi (lavoro che ha ereditato dal defunto marito). Apparentemente è una donna ignorante che non sa nulla sulle cose del mondo e che conduce con banalità la sua piatta esistenza. In realtà è una donna molto intelligente e molto colta (una cultura autodidatta, visto che le scarse possibilità economiche non le hanno permesso di studiare).
Paloma è una ragazzina di 12 anni figlia di un ministro, dotata anche lei di una straordinaria intelligenza e cultura ben al di sopra della media, che medita sul suo suicidio con incendio della casa annesso.
Che cosa hanno in comune queste due donne? A parte l’intelligenza e la cultura, di cui ho già parlato, entrambe preferiscono tenere nascosto il proprio sapere, senza condividerlo con nessuno, e solo perché ritengono il genere umano una massa incolta di gente senza un briciolo di cervello. Per 300 pagine non si fa altro che leggere delle loro continue lamentele sulla stupidità delle persone che li circondano, sul loro modo di enfatizzare problemi ridicoli e su come si credano chissà cosa solo perché hanno un banalissimo titolo di studio. Stanno lì a guardare il mondo dall’alto, con superbia ed alterigia, giudicando chiunque, come se fossero divinità possessori della verità assoluta.
Quale è il risultato di questo scellerato comportamento? Ovviamente tanta solitudine e tanta infelicità.
Lo confesso, mi hanno suscitato una tale antipatia e repulsione che più di una volta sono stata tentata di abbandonare il libro per leggerne qualcun altro. Eppure non l’ho fatto, forse perché speravo che prima o poi potesse succedere qualcosa di eclatante che cambiasse registro alla narrazione; forse perché in fondo lo scopo dell’autrice era proprio quello di suscitare nei lettori la stessa antipatia che queste due donne suscitavano a chi stava loro accanto (e qui come fare a non apprezzare la bravura di chi sa scrivere così divinamente?); forse perché quando l’ho comperato era il secondo libro più letto in Italia (preceduto da La solitudine dei numeri primi, pensa un po’ che disgrazia) e quindi meritava un briciolo di attenzione; o forse perché in fondo € 18,00 sono sempre soldi!
Comunque, ad un certo punto la svolta c’è stata. È entrato sulla scena un uomo. E qua – direte voi – la vicenda si fa banale. Quest’uomo, anche lui dotato di grande intelligenza e cultura, riesce a smascherare le due donne, diventando loro amico e condividendo momenti di vera felicità, parlando di cultura alla pari. Si, sono subentrati sentimenti di amicizia e anche d’amore, la storia è diventata quasi prevedibile, ma per lo meno era piacevole. Ma alla banalità non c’è limite, perché al culmine della felicità la protagonista muore (ops, non dovevo rivelarvi il finale, ma almeno vi risparmio questo strazio), e così non potrà mai godere della felicità, un po’ come fa Meg Ryan ne La città degli angeli.
E sapete quale è la morale della storia? Ve lo dico subito.
Renèe e sua sorella, nate nella povertà e nella miseria, erano destinate a vivere una vita di stenti e senza aspettative, proprio come i loro genitori, se solo non avessero avuto due doti che le differenziavano e grazie alle quali potevano emergere. La sorella era bella, Renèe era intelligente. Ma la bellezza portò la sorella a morire mettendo alla luce il figlio illegittimo di un riccone. Perché mai Renèe doveva correre il rischio, uscendo dalla sua rettitudine, di morire pure lei? Meglio fingere idiozia.
E difatti, quando grazie alla sua intelligenza trova amicizia ed amore, ecco che muore pure lei.
Ditemi voi quale morale più bella!!!
lunedì, febbraio 09, 2009

Una soluzione c’era: le acque del fiume Stige. Queste acque sacre avevano il potere di rendere immortale chiunque vi si bagnasse, ed è per questa ragione che Teti, tenendo il figlio per il tallone, lo immerse a testa in giù nel fiume, rendendo così il suo corpo impenetrabile a qualunque tipo di arma. Solo il tallone, unica parte del corpo a non essere stata bagnata, era vulnerabile e questo era un segreto che Achille avrebbe dovuto custodire gelosamente (avrebbe, ma non lo fece. Questo però ve lo racconterò in seguito).
Achille fu affidato alle cure del centauro Chirone, che lo nutriva di prelibatezze quali midollo di leone e cinghiali per trasmettergli la forza, e miele e midollo di cerbiatto per renderlo agile, persuasivo e dolce.
Achille crebbe così bellissimo, forte, valoroso, puro di sentimenti, abile con la spada, abile nell’arte della parola, della musica e del canto. Disprezzava la menzogna, difendeva i più deboli e combatteva contro ogni sopruso. Era impossibile non volergli bene, la sua fama si sparse ovunque, molte fanciulle agognavano di sposarlo e gli dei gli diedero addirittura la possibilità di scegliere tra una vita breve ma gloriosa ed una lunga ma anonima. Achille, che era affamato di gloria e di immortalità, scelse la prima soluzione, perché nulla rende più immortali della memoria delle imprese valorose. Decisione che invece non fu ben accolta dai genitori che avrebbero voluto tenerlo accanto a loro il più a lungo possibile.
Lo scoppio della guerra di Troia mise in pista due altri potenti oracoli: il primo diceva che senza Achille gli achei non avrebbero mai vinto la guerra; il secondo invece diceva che a Troia Achille avrebbe incontrato la morte. Entrambi dicevano il vero perché, si sa, gli oracoli non mentono mai, e se da un lato gli achei, guidati da Ulisse, si misero alla ricerca disperata del figlio di Peleo, dall’altro Teti, per proteggere il figlio, lo fece nascondere a Sciro dove, travestito da donna, viveva tra le figlie del re Licomede. Lì Achille, noto per le sue frequenti passioni, si innamorò di Deidamia e da essa ebbe un figlio, Neottolemo. Sembrava fatta ma Ulisse, a cui ancora bruciava l’idea di essere stato scoperto e costretto a partire, aveva tutte le intenzioni di scoprire Achille. Travestito da mercante portò a Sciro gioielli per le donne ed un’armatura, alla vista della quale Achille si spoglio delle sue vesti femminili e si fece scoprire. La notizia della guerra infiammò il suo cuore: la gloria tanto cercata era lì, a portata di mano, pronta ad assoggettarsi alle sue imprese.
Sopraffatta dalla decisione del figlio Teti gli regalò dei cavalli ed un armatura, dono di nozze di Poseidone e di Efesto. Tutto era pronto, nulla poteva fermare il corso del destino.
mercoledì, novembre 19, 2008
Nonostante siano trascorsi già 6 mesi da quando ho terminato di leggere “Mille splendidi soli”, quando penso a Mariam e a come la vita sia stata così dura per lei non posso fare a meno di commuovermi. I primi tempi è stato difficile: scoppiavo in lacrime e mi sentivo la gola stretta da un grosso nodo. Non riuscivo a darmi pace, non riuscivo ad accettare l’ineluttabilità dei fatti, non riuscivo a comprendere come la crudeltà e il desiderio di potere fossero in grado di distruggere una cultura millenaria e di arrecare tante atroci sofferenze al genere umano.Lo so che si tratta di personaggi di pura fantasia ma sono personaggi che vivono una realtà che purtroppo non è finzione e che è ancora presente.
Se avete letto o visto “Il cacciatore di aquiloni” e vi è sembrato triste, questo lo è 100 volte di più. Il romanzo narra la storia di due donne, molto diverse tra loro, per età, cultura ed educazione. Due donne che si ritrovano a vivere in Afganistan nel periodo forse più brutto di tutta la sua storia; due donne che istaurano tra loro un sentimento di amicizia talmente grande da andare oltre l’immaginario. Ora voi penserete: ma per quale ragione devo farmi del male leggendo una storia che è così triste? Semplice: perché non è una tristezza fine a se stessa. Ci sono sentimenti, passioni, sofferenze, piccole gioie che in certi contesti assumono proporzioni smisurate.
E poi c’è la storia di un paese, l’Afganistan, che fino al famoso 11 settembre era del tutto sconosciuto al genere umano salvo poi diventare famoso come una terra barbara, povera, disastrata, abitata da gente ignorante ed estremista, pronta a dare la vita dei propri figli in cambio di una ricchezza divina nell’oltretomba. Non è affatto così. Leggendo questo libro si scopre che un tempo l’Afganistan era un paese civile, vessato si da una serie di tensioni di natura razziale, ma un paese in cui splendidi palazzi ed immensi giardini facevano da cornice alla popolazione. La gente viveva, studiava, lavorava, si curava dai medici, faceva la spesa ai mercati, andava alle feste… C’erano i ricchi e c’erano i poveri così come ci sono in tutti i paesi del mondo; c’erano le persone cattive e c’erano coloro che difendevano i diritti dei più deboli, così come accade in tutti i paesi del mondo; e c’era soprattutto la pace ed un modo di vivere la religione serena e senza estremismi. Poi sono accadute tante cose, raccontate attraverso le parole ed i pensieri di chi in questa terra ci ha vissuto, anche quando le bombe fischiavano sopra i tetti e distruggevano intere famiglie, anche quando furono posti una lunga serie di divieti (come ridere, cantare, ballare), anche quando le donne furono trattate come meno che niente.
Si la storia è triste ma allo stesso tempo commovente e bellissima. Impariamo ad affezionarci a Mariam, Laila, Tariq ed i loro genitori. Impariamo ad apprezzare questa terra così bella e così martoriata e alla fine guardiamo in modo differente la storia.
domenica, novembre 09, 2008

Potrei parlarvi del periodo storico in cui si svolge la storia, a cavallo tra il 1600 ed il 1700, quando parecchie dominazioni si alternavano sul regno di Sicilia, con buona rassegnazione della popolazione che tanto non vedeva mutata la propria condizione; potrei parlarvi della giustizia, che tutto perdonava ad una nobiltà troppo potente e fiera, e si accaniva contro la povera gente che non solo subiva, ma non aveva nulla per potersi difendere; potrei parlavi di una setta segreta che aveva il compito di riparare ai torti della giustizia e che grazie al coraggio di uomini incappucciati, affrontava enormi pericoli; potrei parlarvi dei molteplici protagonisti le cui vicende infiammano queste più di 800 pagine, ma è di una di loro che oggi mi sento di parlare, di una donna forte che grazie alla sua passionalità ha modificato il corso della vita sua e delle persone che le stavano accanto.
Donna Gabriella era una donna giovane e molto bella, di quella bellezza che attraeva ed inebriava gli uomini. Molti le ronzavano attorno, la riempivano di complimenti e la corteggiavano, ma lei, lusingata da tante premure, rimaneva indifferente ed il suo cuore mai si abbandonava a sussulti. A 20 anni la fecero sposare con Don Raimondo, duca della Motta, che aveva 25 anni più di lei. Un matrimonio che si consumava nella reciproca indifferenza con buona rassegnazione dei due coniugi e dal quale non nacquero figli.
Poi un giorno spunta dal nulla un giovane misterioso, bello, forte, coraggioso, che difendeva i più deboli e combatteva le ingiustizie: Blasco da Castiglione. Fra i due nasce subito l’amore ma Blasco, per rispetto del marito, decide di rinunciare a questo amore con grande dispetto di Gabriella. Questa infatti, sentendosi rifiutata nel suo amore e nella sua passione, comincia a nutrire per Blasco molteplici sentimenti, tra i quali spuntano anche odio e desiderio di vendetta. Sentimenti che accrescono quando si accorge che Blasco si innamora di un’altra donna, Violante, figlia della prima moglie di don Raimondo. A quel punto Gabriella fa di tutto per impedire il loro amore ed in un impeto di violenza tenta pure di accoltellare la figliastra.
Molte cose accadono poi e Blasco decide di cambiare aria e parte per la Spagna. Al suo ritorno, dopo 5 anni, ritrova Gabriella, ormai vedova, che dopo la morte del marito ha condotto una vita austera. Molti pensano che si tratti di un eccessivo rispetto al defunto marito, ma in realtà ella soffriva per la partenza dell’uomo amato e per l’impossibilità di amare qualcun altro. Per questo quando lo vede spuntare nuovamente dal nulla gli si getta tra le braccia e Blasco, commosso dall’amore di questa donna tanto bella, tanto passionale e tanto innamorata, finisce per cedere.
Gabriella ama Blasco.
Ma Blasco ama Gabriella?
Questo lui non lo sa. Prova per lei affetto ed una infinita riconoscenza per quel suo modo di donarsi e di amarlo. Ma non gli basta. E poi nel suo cuore c’è ancora Violante. Tuttavia si sacrifica, per la sua felicità.
Gabriella però sente che l’uomo che ama non contraccambia. La gelosia le rode l’anima, le insinua nella mente ogni più piccolo sospetto, sarebbe pronta ad uccidere entrambi se li scoprisse assieme. Tenta in tutti i modi di fare riaccendere la passione ormai sopita in lui ma con scarsi risultati. Tenta allora di dimostrargli che lo ama sopra ogni cosa e finisce addirittura per salvare la sua rivale. Un giorno infatti uccide un uomo che stava per violentare la ragazza, e lo fa solo perché sa che questa cosa renderebbe felice Blasco.
Che strana donna è Gabriella: se avesse acconsentito a quell’oltraggio forse Blasco avrebbe finito per allontanarsi ancora di più da Violante, ma lei agisce sempre di istinto e l’istinto le ha portato a fare tutto ciò.
Questo però ancora non basta. Il suo sacrificio ha avuto l’effetto di tenere Blasco legato a lei per riconoscenza; ha avuto l’effetto di tenere Violante (infinitamente riconoscente verso la matrigna) lontana da Blasco; ma non ha spento nei cuori né di Blasco né di Violante l’amore l’uno per l’altro. Ed allora, per dimostrare che a Blasco che lei lo ama anche a costo del sacrificio, si avvelena, davanti ai loro occhi, offre ad uno la mano dell’altra e chiede loro di ricordarsi di questo sacrificio.
A quel punto non ho potuto fare a meno di esclamare: che donna!
Amava un uomo con tutta se stessa: l’idea di vederlo tra le braccia di un’altra suscitava in lei mostruosi desideri di vendetta, ma quando si è resa conto che il cuore di lui non sarebbe mai stato suo, ha capito che doveva mettersi di lato. Ma saperli insieme le provocava troppa sofferenza e quindi ha preferito morire per non soffrire più.
Questa storia mi ha commossa ed è per questo che ho voluto raccontarvela. Forse vi ho rivelato il finale del romanzo e se quindi avreste voluto leggerlo ora sapete come va a finire. Ma in questo romanzo ci sono molti retroscena e molte altre storie che vale la pena di leggere.
martedì, ottobre 21, 2008
Ma quando scendono le tenebre su tutta la terra, quando il buio serpeggia tra le strade rendendole più insidiose, quando la soglia di attenzione si affievolisce in ognuno di noi, ecco che avviene la trasformazione: egli si chiude dentro una cabina del telefono e, dismessi i panni della persona comune, indossa quelli del supereroe che incarna: il moralizzatore!
A quel punto diventa irriconoscibile: giacca e cravatta sempre in tinta; capelli corti, ben pettinati e senza mai un ciuffo fuori posto; barba appena fatta e viso liscio e ben curato; ma soprattutto quello sguardo sereno e serafico di chi è al di sopra di tutto, di chi passa davanti alla sporcizia senza intaccarsi, di chi è immune da ogni tipo di peccato.
Come potremo vivere senza di lui, che ci punta il dito contro e ci elenca l’innumerevole lista dei nostri peccati? Noi, poveri esseri mortali, troppo presi da cose futili, come lavorare, o mettere soldi da parte per fare la spesa, pagare le bollette e arrivare a fine mese; noi, poveri esseri tristi ed infelici, che ci preoccupiamo di sciocchezzuole come il futuro; noi che alla sera ci lasciamo vincere dalla stanchezza e non ci preoccupiamo di lasciarci andare a discussioni lunghe, complesse e articolate.
Ah, quanto meschina è l’esistenza di tutti noi, povere pecorelle smarrite e senza una guida. Ma per fortuna c’è lui, il moralizzatore, l’unico in grado di capire dallo sguardo la natura dei nostri mali: il peccato!
È attraverso il peccato che ci allontaniamo da Dio, dai suoi insegnamenti e da tutto ciò che renderebbe la nostra vita felice. Ma come possiamo essere così ciechi? E allora perché non prendere esempio dalla sua vita che è così perfetta; dalla sua famiglia che è così perfetta; dalla sua condotta che è così perfetta: tutto ciò che lo circonda e tutto ciò che lui tocca è perfetto. Si, lo so, ho usato troppe volte la parola “perfetto”, ma ditemi quale altro termine riuscirebbe a descrivere al meglio la sua persona. Nessuno ovviamente.
A questo punto (già vi vedo col viso deformato dalla curiosità) vorrete sapere chi è questo essere al di sopra delle parti e dove lo si può trovare. Nulla di più semplice, basta seguire il mio stesso corso prematrimoniale e avrete l’onore di conoscerlo e di farvi da lui catechizzare. Scoprirete quanto sia bello sentire la sua voce mentre, con sguardo fiero ed imperturbabile, enuncia i mali dell’umanità (presenti nelle nostre misere vite) e ci indica la strada per superarli e sconfiggerli. Ah, quel suo modo di parlare, quella dialettica, quel tono fermo, quel sorriso sprezzante, quel dito puntato contro di noi: tutte cose che un giorno mi mancheranno, perché senza di lui la mia vita potrebbe tornare quella di sempre quando, ignara di tutto, la affrontavo e la vivevo come tutti gli altri esseri umani sulla faccia della terra.
giovedì, ottobre 02, 2008

“Oh mio Dio” altro non è che la prima cosa che ho detto non appena è terminato il nostro primo incontro, e temo che null’altro riuscirebbe ad esprimere al meglio il mio stato d’animo. Mi avevano messo in guardia sul tipo di personaggi con cui mi sarei dovuta rapportare e che l’unico atteggiamento da assumere era quello della “rassegnazione” in attesa che tutto arrivi ad una conclusione, però, dentro di me - rivangando quell’ingenua speranza che mi accompagnava da bambina quando vedevo decine di coppie, dopo la messa della domenica, recarsi in sacrestia per il loro corso - pensavo che forse qualche cosa di utile ne sarebbe venuto fuori. Ma ahimé, mai speranze furono rese più vane.
Non ho ancora capito bene la dinamica della situazione, non ho ancora capito bene quale sarà lo scopo di tutta la faccenda (i due catechisti ci assicurano che il corso riesce bene solo se alla fine almeno due coppie scoppiano), però so per certo che i primi 7 incontri saranno di natura religiosa e che i restanti saranno tenuti da esterni. Ma esterni di che? Boh, staremo a vedere.
Ma parliamo dei due catechisti sopra citati, che non amano definirsi così. La loro premessa (che poi voleva essere una promessa) di non essere 2 catechisti rigorosi ed intransigenti, ma due persone con cui parlare, dialogare e a cui rivolgere dubbi ed incertezze, si è dileguata dopo pochi minuti di conversazione, quando “all’apparir del vero tu misera cadesti”. Non me ne vogliate male, le citazioni leopardiane sono quelle che amo di più, quindi se le trovate qua e là sui miei testi non fateci caso, però servono a rendere l’idea. Infatti, non appena è iniziata la lezione, i due tizi hanno dismesso i panni degli “amici un po’ più maturi” per indossare quelli di sacerdoti in borghese.
Mi sentivo a messa, smarrita in una delle tante lunghe, estenuanti e dispersive omelie alle quali mi sottoponevo quando un tempo la chiesa la frequentavo per davvero. Le omelie sono sempre state il mio punto debole, nella maggior parte dei casi la mia mente divagava in fantasticherie, in pensieri contorti, complessi, confusi e senza capo né coda, perché seguire i ragionamenti del sacerdote era per me un’impresa ardua.
Ma non divaghiamo!
Mi rendo conto che ognuno dei catechisti merita una descrizione appropriata che non mancherò di fornire nei prossimi giorni, non appena avrò raccolto materiale sufficiente a delineare il loro identikit!
mercoledì, settembre 24, 2008
Guardare questo film senza avere letto il romanzo è come mangiare una cassata senza zucchero, o un cannolo senza ricotta; è come guardare un tramonto ad est; è come guidare un auto con il cambio automatico: si può ammirare l’aspetto estetico e cogliere appena le sfumature, ma non si può mai arrivare a cogliere la vera essenza.Ecco l’effetto di questo ultimo sforzo di Ferzan Ozpetech, regista che tra l’altro ho molto apprezzato in diversi suoi lavori (non tutti a dire il vero…). È come se la telecamera si limitasse a passare superficialmente sulle vite dei protagonisti, senza mai soffermarsi, senza mai addentrarsi, senza mai cogliere il travaglio interiore che li accompagna per tutta la storia ed anche oltre. La vera forza del romanzo sta nell’essere riuscito a raccontare, nel giro di 24 ore, tutta la vita di una serie di personaggi spesso collegati tra loro da un filo assai sottile. In quelle pagine, intrise di passione, tormento, gioia, tenerezza, dolore, incertezza, amarezza, inquietudine e via discorrendo, si trova l’essenza della vita, di quella di ognuno di noi, attraverso le nostre esperienze, i nostri pensieri, i nostri desideri. In un modo o nell’altro finiamo per rivederci riflessi nei pensieri che tormentano i vari protagonisti, come se in quelle pagine si stesse parlando di noi. Ed il libro non finisce lì, perché non appena lo si chiude dopo avere letto l’ultima pagina, ci rimane qualcosa addosso, come se la storia continuasse anche se nessuno si è preso la briga di scriverla; è come se i personaggi continuassero a vivere ed il desiderio di sapere che cosa stiano facendo, come potranno reagire a certe notizie, come continueranno a vivere la loro esistenza… tutte queste cose ci rimangono appiccicate addosso. Insomma la storia del romanzo è così bella che finisce per essere familiare.
Il film invece fugge via, la trama si svolge entro quei 90 e passa minuti e poi si spegne con i titoli di coda, senza lasciare traccia alcuna se non un senso di schifo per come possano esistere certe realtà. Si rimane così, con un senso di vuoto e di incertezza, con una lista affollata di domande senza risposta, con una fitta schiera di “perché” e con il desiderio di dimenticare il più presto possibile.
Ma in fin dei conti lo sapevo, perché nel 99% dei casi i film tratti da romanzi sono deludenti, noiosi, barbosi e dissacranti. Confidavo nella recitazione e nel cast di tutto rispetto, ma anche quella langue: troppi sguardi atoni, troppi primi piani che potrebbero dare di più e che invece sembrano solo una moltitudine di fotografie inespressive messe una accanto all’altra. Forse l’unica che mi è piaciuta è la Sandrelli (anche perché il suo personaggio differisce in qualche maniera da quello del romanzo e quindi l’ho potuta ammirare con maggiore libertà): per il resto tutto tace.
Ma non fatevi influenzare dal mio giudizio: se non avete letto il libro può anche darsi che allora vi piaccia. Ma se lo avete fatto, allora guardatevene bene!
martedì, agosto 19, 2008
Il problema è che con il mio carattere non è mica così semplice stringere rapporti di amicizia con la gente. Quando mi trovo una persona davanti finisco sempre per avere un comportamento tale che incute freddezza, distacco e totale disinteresse dell’altro, quando in realtà io vorrei trasmettere tutto il contrario. E questa cosa la soffro perché mentre da un lato mi sforzo mostrosuamente per cercare un briciolo di rapporto interpersonale, dall’altro finisco per allontanare la gente come se avessi la peste.
Ecco cosa sono: un’appestata!
Però in passato ce le ho avute delle amicizie bene o male profonde.
Prendi Francesca; ci conosciamo dai tempi della scuola e ci siamo sempre tenute in contatto. Poi lei si è trasferita a Roma e, nonostante all’inizio facessimo di tutto per non allontanarci, alla fine i nostri impegni hanno finito per portarci a vivere vite e percorsi differenti, al punto che ci sentiamo a stento un paio di volte l’anno.
Prendi Barbara. Un tempo ci chiamavamo “sister”, come la sorella che nessuno di noi aveva mai avuto ed era bello stare ore ed ore a chiacchierare, anche se lei viveva ad Ancona ed io a Palermo. Ci scrivevamo lunghe e-mail, ci trattenevamo in chat anche fino alle 4 del mattino, ci telefonavamo e ci mandavamo tanti sms. Poi lei si è trasferita in Belgio e, come è successo per Francesca, abbiamo finito per allontanarci.
E prendi infine Betty. Anche con lei, quando ci vediamo, parliamo e ci confidiamo delle cose, ma poi lei torna a Cagliari, dove vive da sempre, ed il quotidiano finisce per separarci.
Dopotutto bisogna ammetterlo: sono sfortunata! Le mie amicizie si allontanano da me e diventano ingestibili.
Ma io voglio avere un’amica! È così difficile?
Per me sì.
Per esempio al lavoro ci sono due colleghe donne, mie coetanee tra l’altro, con le quali potrei intrecciare in qualche modo un rapporto, ed invece me ne sto sempre lontana e per i fatti miei, non mi faccio mai vedere, non cerco di intavolare nessuna discussione e quando loro cercano di coinvolgermi finisco per allontanarmi. Ma anche al di là del lavoro, ci sono tante ragazze con le quali in qualche modo c’è un rapporto che io potrei coltivare e portare avanti, ed invece finisco sempre per rimanere nel vago senza mai entrare nel vivo. Lo ammetto, sono un disastro, sono una frana, sono l’antitesi della comunicazione, ma non tutto ciò che sembra finisce per essere ciò che è!
Io vorrei superare questi miei limiti ma non ci riesco. Perché è così difficile?
Allora rivolgo qui il mio appello: se c’è un’anima pia, paziente e pronta a cogliere le sfumature, in cerca di un’amica, io mi offro volontaria.
Che cosa ho da offrire? Bè sono simpatica (anche se dietro il mio atteggiamento chiuso ed introverso è difficile cogliere questo aspetto), so fare ridere la gente quando voglio e so fare battute appropriate alle circostante. Certo non so raccontare le barzellette e non so condire i racconti di episodi di vita con abbellimenti divertenti, però grazie alla mia autoironia riesco in qualche modo a suscitare ilarità.
Mi piace molto leggere e andare al cinema, quindi ho molti argomenti culturali su cui disquisire e che possono essere utili quando si vuole fare un discorso un po’ più serio.
E poi sono un’amica che sa ascoltare, sa confortare, che si preoccupa delle persone a cui vuole bene e che cerca anche di aiutare con le proprie possibilità. Sono sempre pronta a fare un favore, so anche essere generosa e mi piace sempre fare regali che non sono banali ma che vengono fuori dalla mia creatività.
Ebbene se tutto questo è per voi sufficiente, se avete voglia di conoscermi, se sapete andare oltre le apparenze, se non vi fermate di fronte al mio sguardo apparentemente gelido ed indifferente, io sono pronta ad accogliervi a braccia aperte ed a provare ad essere una vostra amica.