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giovedì, febbraio 13, 2014

La guerra di Troia - Cap. 13 - Achille e Patroclo

Dopo la furibonda lite con Agamennone, Achille, ferito nell'orgoglio, aveva deciso di ritirarsi. Per quale motivo doveva continuare a combattere una guerra di cui non gli importava praticamente nulla e che tra l'altro aveva come capo supremo un uomo così spregevole, arrogante, presuntuoso ed egocentrico come Agamennone? Basta, fine del discorso. Dopotutto erano loro che avevano bisogno di lui; loro erano venuti a cercarlo; loro lo avevano strappato via alla sua famiglia perché l'oracolo aveva predetto che senza Achille la guerra non sarebbe mai stata vinta. Se desideravano un suo ritorno allora dovevano venire lì a supplicarlo, a chiedergli perdono, a riparare la grave offesa subita e a placare la sua ira.

E allora perché continuava a rimanere nel suo accampamento? Ogni mattina, quando tutti i soldati correvano via ed iniziavano la battaglia, lui rimaneva chiuso al buio nella sua tenda: sentiva le loro voci, le loro grida di battaglia, intuiva le manovre di attacco e di difesa, riusciva anche a capire chi era stato ferito e chi invece non ce l'aveva fatta e tutto questo lo irritava da morire, sentiva la rabbia dentro crescere sempre di più, sentiva l'odio aumentare di minuto in minuto e sentiva le mani prudergli perché  Achille bramava combattere.

A chi vogliamo darla a bere? E' vero che di quella guerra non gliene fregava nulla, ma Achille era nato per combattere e quella era la sua grande occasione, quella che gli avrebbe dato la possibilità di diventare immortale.Lui, che immortale non era, quale altro modo aveva di tramandare il suo nome ai posteri se non grazie alla gloria e alle sue memorabili gesta? Al di là delle parole dell'oracolo, tutti lo sapevano e lui stesso ne era certo: senza di lui la guerra sarebbe stata una disfatta. La gloria era lì, a portata di mano, ma il suo orgoglio, quel maledettissimo orgoglio, lo bloccava, lo teneva fermo.

Per fortuna a consolarlo c'era Patroclo, suo cugino. Patroclo era giovane e bello, e somigliava molto ad Achille: come lui era buono, generoso, sempre a favore dei più deboli e contro i malvagi, ma meno orgoglioso e meno forte. Patroclo sapeva confortare Achille con parole dolci e di stima ed Achille non avrebbe potuto sperare in un compagno migliore. Achille amava Patroclo, non sopportava l'idea che qualcuno potesse fargli del male, tuttavia non riusciva a cedere alle sue parole: "Dimentica tutto e torna a combattere. Lascia perdere Agamennone, mostra a tutti il tuo valore e combatti per te stesso".
No caro Patroclo, tu sei giovane e saggio, ma ci sono offese che non si possono riparare. 

Così Achille passava le sue giornate, a piangere di nascosto come una femminuccia perché voleva combattere ma pretendeva delle scuse. Ma poi accadde l'irreparabile.

Un giorno Patroclo andò da Achille ed in lacrime gli raccontò la brutta piega che stava prendendo la guerra: i troiani, rincuorati dall'assenza di Achille, avanzavano senza paura e uccidevano tanti soldati. Patroclo sapeva che neppure questo avrebbe fatto cambiare idea al cugino, ed è per tale motivo che gli fece una strana proposta. Voleva in prestito la sua armatura in modo da fingersi Achille e spaventare con la sola presenza i nemici. Achille cercò di opporsi, preoccupato per l'incolumità di Patroclo, ma alla fine cedette alle sue suppliche, non prima di averlo sommerso di raccomandazioni.

Il piano funzionò alla perfezione. I troiani, credendo di vedere Achille, scapparono via a gambe levate, senza neppure tentare di combattere, con immensa gioia di  Achille, consolato dall'idea che la sua ipotetica presenza potesse suscitare cotanta paura. Con quell'armatura, forgiata dagli dei, Patroclo si sentiva più forte ed invincibile e, anziché tornare all'accampamento, come stabilito, decise di attaccare. Camminava con passo imperioso e solenne e spazzava via i nemici come fossero delle fastidiose mosche. Nessuno poteva resistere alla sua potenza, l'adrenalina cresceva in lui,  fino a quando si imbatté nel più forte e nel più valoroso principe troiano: Ettore.

Ettore era di gran lunga più forte di Patroclo ma questi, accecato dalla presunzione, non si tirò indietro e lo sfidò a duello. Il principe troiano ebbe la meglio e, credendo di avere ucciso Achille con estrema facilità, cominciò a pregustare l'idea della vittoria finale. Ma non sapeva che in quel momento aveva appena firmato la sua condanna a morte.

martedì, dicembre 18, 2012

La guerra di Troia - Capitolo 12 - Briseide e l'ira funesta di Achille

Sono passati quasi 3 anni dall'ultimo mio articolo relativo alla guerra di Troia e mi sembra più che doveroso riprendere da dove tutto ha avuto inizio, ovvero dal motivo scatenante di quella che è diventata la famigerata ira funesta del Pelide Achille.
Forse non vi stupirà sapere che alla base di tutto c'è una donna ed il suo rapimento. A quel tempo si usava così.

I soldati greci erano stati radunati e convinti alla battaglia contro Troia con frasi patriottiche del tipo "Dobbiamo riparare ad una grave ingiustizia", "Basta, le nostre donne non devono più essere rapite", "Sconfiggeremo il nemico e passeremo alla storia", ecc... , ma in fin dei conti di salvare l'onore del povero Menelao non gliene fregava niente a nessuno. In realtà la guerra avrebbe portato loro ricchezze, tesori, gloria e tante belle donne. Per questo non vedevano l'ora di partire. Eppure da mesi se ne stavano accampati a girarsi i pollici e a grattarsi la pancia in attesa dell'ok degli oracoli.
E prima non si trovava Ulisse e senza Ulisse la guerra non si poteva vincere; e poi non si trovava Achille e senza Achille la guerra non si poteva vincere; e poi il mare era agitato perché Diana era offesa con Agamennone e voleva in cambio la figlia Ifigenia. Vi lascio quindi immaginare quanto prudessero le loro mani.
Quando finalmente riuscirono a partire si scagliarono contro la prima città che capitò loro davanti, la Cilicia, che aveva avuto il demerito di allearsi con Troia. Non l'avessero mai fatto. La Cilicia fu rasa al suolo, il suo re, Eezione, ucciso, tutti i tesori rubati e le donne rapite e fatte schiave. Ma questa guerra non era nata con il presupposto di impedire che le donne fossero rapite? Oppure ho capito male io?

Alla spartizione dei beni tutti i re si presero ovviamente i premi più belli. Ad Agamennone, che era il capo dei capi, toccarono gioielli, tesori ed una bellissima schiava, Criseide dalle belle guance. Anche ad Achille toccarono ricchezze ed una schiava, Briseide, anche lei dalle belle guance. Ma quello che sembrava un inizio col botto in realtà nascondeva una minaccia che stava per esplodere.
Criso, sacerdote di Apollo, nonché padre di Criseide, era profondamente addolorato per la terribile sorte capitata alla figlia. Non poteva sopportare che fosse diventata una schiava ed è per questo che, con tutto il coraggio e l'umiltà che può provare un padre di fronte alla sventura di una figlia, si presentò all'accampamento greco, chiedendo di parlare con Agamennone. Gli propose la sua intercessione con Apollo per la vittoria finale, ma in cambio voleva sua figlia. Proposta che tutti i re trovarono giusta, poiché avere un dio dalla propria parte, visto già come erano andate le cose fino ad allora, avrebbe dato loro una mano. Ma Agamennone non era di questo parere. Come poteva lui, che era il capo dei capi, sottomettersi ad un simile ricatto? Come poteva cedere i suoi trofei e rimanere a mani vuote, mentre gli altri si potevano gongolare delle proprie conquiste? Ovviamente cacciò Criso in malo modo, mettendo a tacere tutto e tutti. E che diamine, ci vuole rispetto!
Il giorno dopo cominciò a piovere. Ma non era acqua quella che cadeva dal cielo, bensì frecce appuntite che uccidevano i soldati. Quale altra diavoleria stava accadendo?
Dopo 9 giorni di pioggia e morte si decise di interrogare il più indovino tra gli indovini, il solito Calcante, al quale chiesero il perché di una tale disgrazia. Calcante disse che il dio Apollo era furioso con Agamennone e pretendeva che lui liberasse Criseide. Ma dai, non ci sarebbe arrivato nessuno!

Povero Agamennone, tutte e lui capitavano. Possibile che ogni volta che aprisse bocca finiva per offendere una divinità? Possibile che tutti pretendessero sempre da lui sacrifici? Ancora gli bruciava il fatto di avere dovuto perdere la figlia, e ora pure questo. No, mai e poi mai, lui non poteva sottomettersi. A questo punto si fece avanti Achille che cercò di mediare.
Achille, il ragazzo invincibile, l'impavido guerriero che non aveva nessuna pietà per i nemici, il difensore dei più deboli, il fidanzato che tutte le mamme avrebbero voluto per le loro figlie. Tutti amavano Achille. Tutti, tranne Agamennone. Non sopportava questo suo buonismo a tutti i costi e se lo aveva portato fin lì era solo perché senza di lui sarebbe stato impossibile vincere la guerra.
Dal canto suo neppure Achille nutriva particolare simpatia per Agamennone. Già non poteva soffrire la sua superbia, la sua arroganza e quei suoi modi da prima donna. Ma dopo la storia del finto fidanzamento con Ifigenia diciamo che gli stava proprio sulle......
La lite fu inevitabile e furibonda, volarono parole grosse, insulti ed accuse, e senza l'intervento degli altri i due re sarebbero venuti alle mani. A quel punto Agamennone, vistosi con le spalle al muro, sentenziò che avrebbe rinunciato a Criseide in cambio di  Briseide. Dopo quelle parole tutti sapevano che cosa sarebbe successo.
Achille cedette Briseide ad Agamennone ed Agamennone lasciò libera Criseide.
Apollo smise di lanciare frecce sull'accampamento.
Ma Achille decise di abbandonare la guerra.
Non poteva esserci catastrofe peggiore.

martedì, gennaio 05, 2010

La guerra di Troia - Capitolo 11 - Il sacrificio di Ifigenia

C’era una volta, tanto tempo fa, una bella principessa chiamata Ifigenia, che viveva nel suo splendido palazzo insieme alla madre, Clitennestra, ed al fratello Oreste. Il padre, Agamennone, re di Atene, era stato nominato generale supremo della flotta Greca, radunata appositamente per la conquista di Troia, e quindi si trovava in Aulide pronto a salpare. La sua fanciullezza, fatta di giochi e passeggiate con le ancelle, fu interrotta un bel giorno quando, un messaggero, veniva a portarle una richiesta di matrimonio nientepopodimenoche di Achille, figlio di Peleo e re dei Mirmidoni, il più bello, forte e coraggioso tra tutti i guerrieri greci. Quale migliore fortuna potrebbe desiderare una fanciulla? E quale migliore sorte potrebbe desiderare una madre per la propria figlioletta?
Madre e figlia, raccolte le proprie cose, montarono su una carrozza alla volta dell’Aulide, dove le navi erano ormeggiate in attesa di salpare e dove Achille era accampato insieme alle sue truppe.
Questa che sembra l’inizio di una bella e romantica favola d’amore, in realtà altro non è che il prologo di un terribile incubo, figlio di antichi sortilegi che gli dei non avevano mai dimenticato. Ad aspettare Ifigenia non c’era un Achille innamorato (che tra l’altro era all’oscuro di tutta questa situazione), né fiori d’arancio, né un velo nuziale. Ad aspettare Ifigenia c’era solo un’atroce menzogna ed un infausto destino pronto ad abbattersi su di lei. Ma per capire bene di cosa stiamo parlando forse è il caso di fare un piccolo passo indietro.
Nel capitolo precedente abbiamo lasciato la flotta greca, oramai al completo anche dei suoi più valorosi uomini, pronta a salpare dal Peloponneso con tutte le peggiori intenzioni sulla città di Troia. Ma dopo 9 lunghi e sfiancanti giorni di attesa nessuna delle navi era riuscita a prendere il largo. Motivo? Delle onde altissime rendevano il mare innavigabile. I pochi che si erano avventurati sfidando la furia delle acque erano stati o travolti o costretti a tornare con la coda tra le gambe. I soldati si annoiavano, il nervosismo cresceva a dismisura ed il sospetto che gli dei non approvassero questa missione cominciò a serpeggiare tra gli uomini. Che fare se non interrogare il più saggio tra tutti i saggi, il più indovino tra tutti gli indovini? E così fu chiamato Calcante il quale, con volto triste e rabbuiato, puntò il dito contro il re Agamennone, reo di avere offeso la dea della caccia Diana.
Tutto ebbe inizio un mattino quando Agamennone, durante una battuta di caccia, riuscì a prendere un capriolo con una tale maestria che si definì migliore della dea stessa della caccia. Ora non esiste persona al mondo che non sia a conoscenza della permalosità degli dei, e non che meno delle dee. Come può un essere mortale osare offendere a tal punto una divinità? Come può anche solo paragonare le proprie doti a quelle di un dio? Eppure Agamennone, accecato dall’orgoglio e dalla superbia, aveva commesso un grave errore e per questo doveva pagare. Ma la vendetta è un piatto che si gusta freddo, al momento giusto. Diana aspettò. E questo era ora il momento giusto.
Umiliato da una simile rivelazione Agamennone era pronto a scagliare tutta la sua collera contro Calcante, ma poiché ambasciatore non porta pena, tanto valeva interrogare ancora l’indovino e farsi dire come poter chiedere perdono e farla finita con quella farsa. Ebbene Diana, dea della caccia, per porre fine alla sua collera pretendeva un sacrificio. Ma non un agnello o un capriolo, come era usanza del tempo, bensì un sacrificio umano, e nella fattispecie il sacrificio della figlia primogenita di Agamennone, Ifigenia.
Va bene essere in collera, ma una richiesta così atroce fece rabbrividire anche i più insensibili e truci tra i soldati.
Schiacciato dal peso di una simile situazione il re di Atene fu preso dal panico: se avesse rifiutato il sacrificio avrebbe fatto una figura a dir poco barbina nei confronti dei suoi soldati; ma se avesse accettato avrebbe dovuto uccidere la sua amata figlioletta. E poi chi glielo andava a dire a sua moglie Clitennestra, che già mal lo sopportava, che dovevano sacrificare la figlia per amor patrio?
Alla fine la decisione fu presa, ma a macchiarsi di un simile misfatto il re di Atene non fu da solo: furono infatti gli altri generali a convincerlo ad inventare la storia del matrimonio.
Quando i protagonisti di questa farsa furono al corrente della verità, sensazioni differenti si alternavano nel loro cuore: Achille andò su tutte le furie, offeso nell’orgoglio, proprio lui che era sempre gentile con i più deboli, proprio lui che odiava la menzogna, proprio lui che era così puro di cuore, era stato coinvolto a sua insaputa in un’azione così meschina; Clitennestra avrebbe volentieri ucciso con feroce violenza il marito, reo di avere anche solo partorito un simile pensiero; Ifigenia invece fu invasa da amor patrio. Dopotutto questa guerra era una guerra giusta, se il soldati non partivano i troiani sarebbero rimasti impuniti e avrebbero continuato a rapire le donne a loro piacimento. Con un discorso commovente che strappò lacrime anche ai più duri di cuore Ifigenia andò incontro alla morte, diede una lezione di dignità a tutti e liberò le acque del mare dal loro sortilegio. Un gesto che commosse la stessa Diana che forse, resasi conto dell’atrocità della sua vendetta, sostituì la fanciulla con una cerva e poi la condusse in Tauride facendola diventare una sua sacerdotessa.
Tutto è bene quel che finisce bene, direte voi, ma le conseguenze di tale episodio non avrebbero tardato a farsi sentire sui suoi protagonisti con infauste conseguenze.

lunedì, febbraio 09, 2009

La guerra di Troia - Capitolo 10 - Storia di Achille


A Teti non ne andava bene una. Già aveva dovuto subire l’affronto di sposare, Peleo, un comune mortale, lei che era fra le più belle fra le dee, lei che un tempo era circondata da spasimanti, e tutto questo solo perché uno stupido oracolo aveva predetto che il figlio da lei partorito sarebbe stato più forte di suo padre. Ma ora una nuova disgrazia le era piombata addosso: questo figlio, Achille, tanto desiderato e tanto agognato, era nato mortale come il padre, e come tale era destinato a lasciare questo mondo per vivere nell’Ade. Come accettare l’idea di vedere il proprio figlio crescere, invecchiare e morire? Come fare per renderlo immortale?
Una soluzione c’era: le acque del fiume Stige. Queste acque sacre avevano il potere di rendere immortale chiunque vi si bagnasse, ed è per questa ragione che Teti, tenendo il figlio per il tallone, lo immerse a testa in giù nel fiume, rendendo così il suo corpo impenetrabile a qualunque tipo di arma. Solo il tallone, unica parte del corpo a non essere stata bagnata, era vulnerabile e questo era un segreto che Achille avrebbe dovuto custodire gelosamente (avrebbe, ma non lo fece. Questo però ve lo racconterò in seguito).
Achille fu affidato alle cure del centauro Chirone, che lo nutriva di prelibatezze quali midollo di leone e cinghiali per trasmettergli la forza, e miele e midollo di cerbiatto per renderlo agile, persuasivo e dolce.
Achille crebbe così bellissimo, forte, valoroso, puro di sentimenti, abile con la spada, abile nell’arte della parola, della musica e del canto. Disprezzava la menzogna, difendeva i più deboli e combatteva contro ogni sopruso. Era impossibile non volergli bene, la sua fama si sparse ovunque, molte fanciulle agognavano di sposarlo e gli dei gli diedero addirittura la possibilità di scegliere tra una vita breve ma gloriosa ed una lunga ma anonima. Achille, che era affamato di gloria e di immortalità, scelse la prima soluzione, perché nulla rende più immortali della memoria delle imprese valorose. Decisione che invece non fu ben accolta dai genitori che avrebbero voluto tenerlo accanto a loro il più a lungo possibile.
Lo scoppio della guerra di Troia mise in pista due altri potenti oracoli: il primo diceva che senza Achille gli achei non avrebbero mai vinto la guerra; il secondo invece diceva che a Troia Achille avrebbe incontrato la morte. Entrambi dicevano il vero perché, si sa, gli oracoli non mentono mai, e se da un lato gli achei, guidati da Ulisse, si misero alla ricerca disperata del figlio di Peleo, dall’altro Teti, per proteggere il figlio, lo fece nascondere a Sciro dove, travestito da donna, viveva tra le figlie del re Licomede. Lì Achille, noto per le sue frequenti passioni, si innamorò di Deidamia e da essa ebbe un figlio, Neottolemo. Sembrava fatta ma Ulisse, a cui ancora bruciava l’idea di essere stato scoperto e costretto a partire, aveva tutte le intenzioni di scoprire Achille. Travestito da mercante portò a Sciro gioielli per le donne ed un’armatura, alla vista della quale Achille si spoglio delle sue vesti femminili e si fece scoprire. La notizia della guerra infiammò il suo cuore: la gloria tanto cercata era lì, a portata di mano, pronta ad assoggettarsi alle sue imprese.
Sopraffatta dalla decisione del figlio Teti gli regalò dei cavalli ed un armatura, dono di nozze di Poseidone e di Efesto. Tutto era pronto, nulla poteva fermare il corso del destino.


mercoledì, gennaio 02, 2008

La guerra di Troia - capitolo 9 - La pazzia di Ulisse

Dopo lunghe trattative e preparativi infiniti finalmente la gigantesca flotta di navi greche era pronta per salpare dal Peloponneso alla volta di Troia. I guerrieri più valorosi già si sfregavano le mani contando mentalmente il numero dei nemici che avrebbero eliminato, eppure la loro euforia venne smorzata quando ci si accorse che all’appello mancava uno dei guerrieri più importanti, ovvero Ulisse, re di Itaca, che con la sua astuzia di certo sarebbe stato assai utile alla causa. Ma dove era Ulisse? E perché non si era presentato?
Agamennone (che nel frattempo era stato nominato generale di tutta la flotta) ed il fratello Menelao partirono insieme alla volta di Itaca per sincerarsi della situazione ma quando giunsero sull’isola si trovarono di fronte ad uno spettacolo tanto inatteso quanto sconcertante: Ulisse, vestito di pochi e malandati stracci, portava su e giù per la spiaggia un aratro trainato dai buoi e andava seminando sale. Ora noi tutti sappiamo bene come si ottiene il sale eppure Ulisse sembrava assai convinto della sua teoria e a sua volta voleva convincere gli increduli Agamennone e Menelao della sua straordinaria scoperta. Poverino, non faceva altro che ripetere frasi sconnesse e senza senso e aveva delle smorfie che non facevano presagire nulla di buono. Possibile che un uomo così furbo ed astuto avesse perso il senno ed ora fosse condannato a vagare come un poveraccio? I due fratelli, tanto increduli quanto sconfortati, se ne tornarono con la coda fra le gambe e con la consapevolezza di avere perso un uomo assai importante.
Ovviamente Ulisse non era diventato pazzo, anzi era più lucido che mai e questo altro non era che l’unico stratagemma che gli era venuto in mente per evitare la guerra. Dopotutto un oracolo gli aveva predetto che se fosse partito avrebbe impiegato 20 anni prima di tornare in patria, e gli oracoli non mentono mai. Già pensava di averla fatta franca e di essere riuscito ad ingannare tutti, ma non aveva fatto i conti con un altro uomo ritenuto assai più furbo ed intelligente di lui: Palemede.
Di Palamede sappiamo che era figlio di Nauplio, re di Eubea, e nipote della danaide Amimone. Divenne assai famoso grazie a molte delle sue invenzioni e scoperte, come il faro, i pesi, le lettere doppie dell’alfabeto, i numeri e alcuni giochi. Ma soprattutto per avere smascherato l’inganno di Ulisse.
Infatti Palamede, recatosi ad Itaca, andò a prelevare il piccolo Telemaco direttamente dalla sua culla e lo pose davanti ad Ulisse mentre trafficava con l’aratro. Il re di Itaca, di fronte alla visione del proprio figlio indifeso, ebbe un istintivo sobbalzo che lo smascherò e mentre Palamede rideva bullandosi della sua bravura nell’avere smascherato un simile inganno, Ulisse mogio mogio si spogliò del suo costume per indossare l’armatura e partire come tutti gli altri alla volta di Troia. Ma di certo questo simile affronto non fu dimenticato. Qualche tempo dopo, mentre la guerra imperversava, Ulisse fece trovare nella tenda di Palamede una finta lettera scritta da Priamo nella quale lo ringraziava per le preziose informazioni fornitegli. Palamede quindi fu accusato di tradimento e condannato a morte con la lapidazione. Questo servì ad Ulisse a saziare la sua sete di vendetta, ma di certo non lo aiutò a tornare prima dalla sua famiglia!
Ma tornando all’accampamento, ora tutto sembrava davvero pronto, più nessuno mancava all’appello…. Un momento, a pensarci bene qualcuno mancava, anzi mancava proprio l’eroe più atteso, il più forte e valoroso, colui che incuteva timore negli avversari con la sola sua presenza: Achille! Passi per Ulisse che con moglie e figlio a carico aveva le sue buone motivazioni per restare a casa, ma che cosa mai poteva trattenere Achille dal partire, lui che non aspettava altro che guerre e combattimenti per mostrare il suo valore e coprirsi di gloria? Questo si che era un vero mistero.

La guerra di Troia - capitolo 8 - Il patto di alleanza

Povero Menelao, quale pesante tegola si era abbattuta sulla sua testa: la moglie era scappata via con un principe troiano ed ora non soltanto doveva convivere con il senso di abbandono che gli lacerava il cuore in due, ma doveva anche fronteggiare tutte quelle chiacchiere che lo volevano “cornuto e bastonato”. Sì perché sebbene la versione ufficiale proclamasse a gran voce che si era trattato di un rapimento, lo sapevano tutti che in realtà Elena se ne era andata di sua spontanea volontà, trovando Paride più affascinate e più intrigante del marito. Per giorni e giorni Menelao pianse lacrime di dolore chiuso nella sua stanza, e quando il dolore si esaurì completamente dal suo cuore, emerse un altro sentimento altrettanto forte e lacerante: odio e desiderio di vendetta. Se avesse avuto Paride tra le mani lo avrebbe squartato in due, lo avrebbe fatto morire di morte atroce e violenta, lo avrebbe deturpato e reso irriconoscibile al mondo intero. E se avesse avuto Elena tra le mani… che cosa le avrebbe fatto? A volte pensava di destinarle la stessa sorte, ma altre volte pensava che aveva solo voglia di riabbracciarla e di ricominciare daccapo con lei. Poveretto!

Ma quel gesto non poteva rimanere un fatto personale. Forse era giunto il momento di riesumare quell’antico patto stipulato molti anni prima da tutti i principi greci che aspiravano alla mano di Elena. Nessuno poteva tirarsi indietro, non ci si può sottrarre ad un giuramento solenne fatto davanti agli dei.

Agamennone, fratello di Menelao e re di Micene, sebbene non avesse partecipato al giuramento, gli diede subito il suo appoggio, così come la maggior parte degli altri principi che, nonostante oramai si fossero accasati con altre donne, non vedevano l’ora di combattere in guerra. Mostrare la propria forza e il proprio valore, tornare in patria da eroi con bottini ricchissimi (che in genere consistevano in oro, cavalli e donne bellissime costrette a fare le schiave e a soddisfare ogni desiderio del proprio padrone) era una prospettiva ben più allettante della monotona vita quotidiana! E poi quale uomo avrebbe potuto più dormire sonni tranquilli sapendo che da un momento all'altro chiunque avrebbe potuto rubargli la moglie e coprirlo di vergogna per il resto della vita?

Ma non tutti erano felici di combattere. C’era per esempio Ulisse, re di Itaca, che si era sposato con la bella e fedele Penelope ed aveva appena avuto un bambino di nome Telemaco. Che cosa gliene importava di combattere contro i troiani per riprendersi Elena? Che cosa gliene importava a lui di avere oro, cavalli e schiave bellissime se ad Itaca c’era tutto quello che desiderava? Bisognava evitare questa guerra e lui sapeva come fare. Convinse Menelao ad agire per via diplomatica ed insieme partirono per Troia, chiedendo di parlare con il vecchio e saggio re Priamo.

E il vecchio re Priamo, troppo intimorito per prendere una decisione così forte da solo, si rimise al suo popolo, in quello che sarebbe stato il primo referendum popolare della storia!

Ulisse, che in quanto ad arte oratoria non aveva nulla da invidiare ai nostri attuali politici, cercò di convincere tutti che una guerra sarebbe stata catastrofica, che avrebbe portato solo morte e distruzione, e che se invece avessero restituito Elena al suo legittimo marito, tutti avrebbero vissuto per sempre in pace, felici, contenti e via discorrendo. Ed il popolo troiano, ammaliato dal bel modo di parlare di Ulisse, pendeva dalle sue labbra ed avrebbe fatto qualunque cosa egli avesse detto se solo Menelao, impaziente come un marito tradito nell’orgoglio, non si fosse alzato in piedi e non avesse cominciato a lanciare spergiuri contro il popolo troiano definendolo ladro ed usurpatore. Di fronte all’oltraggiosa offesa i troiani divennero ostili e preferirono la guerra mentre Ulisse, divenuto rosso dalla rabbia, avrebbe volentieri lanciato Menelao tra la folla per essere massacrato. Era giunto ad un passo dal primo storico accordo diplomatico che forse avrebbe insegnato ai popoli futuri quanto siano stupide le guerre, ed invece quello sciagurato aveva rovinato tutto a causa del suo smisurato bisogno di vendetta.

Ma ancora Ulisse non si rassegnava alla partenza e si arrovellava la mente alla ricerca di un altro stratagemma.


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mercoledì, dicembre 05, 2007

La guerra di Troia - capitolo 7 - Il rapimento di Elena

La vita a Troia era una vera pacchia per Paride: palazzi enormi, abiti elegantissimi, gioielli lussuosissimi, feste, banchetti, donne bellissime… Insomma, tutto era un superlativo assoluto, tutto era magnificente, tutto era fantastico. Che cosa si poteva volere di più dalla vita? Gli anni passati sul monte Ida erano ormai diventati un’immagine sbiadita nella memoria e ben presto anche il ricordo della moglie Enone finì per affievolirsi fino a sparire del tutto. Ma dopotutto che cosa doveva fare? Prendere Enone e portarla a palazzo, presentarla a tutti come sua moglie e farla vivere come una principessa? Suvvia, non diciamo baggianate. Enone era una povera pastorella, carina sì, anche molto dolce e premurosa, ma non ne sapeva niente di come si viveva a palazzo. Avrebbe dovuto imparare a comportarsi e a parlare bene, avrebbe dovuto faticare parecchio per farsi accettare dai suoceri e dai cognati, avrebbe dovuto cambiare completamente il suo modo di comportarsi e di relazionarsi con gli altri. E poi Enone si sarebbe annoiata, lei che amava vivere tra i boschi, lei che amava stare in mezzo alla natura. Meglio lasciarla perdere, meglio dimenticarla e dedicarsi alla sua nuova vita. Infondo lo faceva anche per lei.

E poi c’era un pensiero fisso che assillava Paride senza lasciarlo in pace: Elena, la donna più bella del mondo, che gli era stata promessa in sposa da Afrodite, dea della bellezza e dell’amore. Ma chi era Elena, cosa faceva, dove viveva, con chi stava e come era fatta? Di lei non sapeva nulla, a parte il fatto che tutti gli uomini si innamoravano perdutamente di lei al primo sguardo. Come fare ad incontrarla e portarla via con sé?

L’occasione gli venne fornita durante un viaggio-missione per mare, quando venne a sapere che Elena viveva a Sparta ed era sposata con il re Menelao. Accecato dalla passione e senza un piano ben preciso Paride decise di fare una capatina a Sparta per vedere come era la situazione. Menelao, che era un uomo mite, ingenuo ed ospitale, accolse il principe troiano direttamente a casa sua, gli offrì la sua ospitalità, gli offrì cibo e vino, gli offrì la sua compagnia per lunghe ed interessanti chiacchierate, ma di certo non aveva alcuna intenzione di offrirgli anche la bellissima moglie! Tuttavia commise l’errore più grande che un uomo possa commettere: partì per questioni di lavoro lasciando la moglie da sola a casa. Elena, dal canto suo, era molto delusa dal suo matrimonio. Quando si trattava di conquistarla Menelao aveva fatto pazzie per lei, era stato premuroso, affettuoso, sempre presente, ma ora che erano sposati, il re di Sparta era sempre impegnato in altre faccende e non aveva mai tempo per lei. Non le regalava più fiori, non scriveva più poesie, non faceva sforzo alcuno per passare un po’ più tempo con lei, non era più gentile e garbato… Forse perché dava per scontato la sua presenza e quindi preferiva dare priorità ad altre faccende più importanti? Atteggiamento tipico di ogni uomo! Sta di fatto che Elena si sentiva molto molto molto insoddisfatta.

Sì è vero, c’erano le sue ancelle a farle compagnia e c’erano i figli da accudire, ma nella sua vita mancava qualcosa: la passione, quel fuoco che si accende dentro e che brucia ogni cosa, quel desiderio ardente che ti spacca in due e ti offusca la mente. Non ne poteva più di quella monotonia, di quel grigiore, di quella quotidianità fatta di giornate sempre uguali e di una totale mancanza di sussulti. Si era appellata con tutte le forze per trattenere il marito da questo ennesimo viaggio, convincerlo a fare insieme qualcosa di diverso, ma il marito le aveva assicurato, come tante altre volte in passato, che avrebbero parlato al suo ritorno. Non sapeva che al suo ritorno sarebbe stato troppo tardi.

Per consolarsi della partenza Elena si recò ad Afroditia, città che in quei giorni era adornata a festa in onore alla dea Afrodite. E proprio mentre si trovava nel tempio a pregare e a chiedere lumi sulla sua situazione emotiva, chi ti spunta all’improvviso come un messaggio divino? Paride, il più bello dei principi troiani che, incredulo di fronte all’opportunità che l’ingenuo Menelao gli aveva fornito su un piatto d’argento, la ricoprì di complimenti e di parole d’amore, fino a chiederle di partire con lui per Troia e diventare sua moglie. Ora, di fronte ad una richiesta tanto romantica quanto sfacciata, che cosa rispose secondo voi Elena? Quantomeno (e sottolineo quantomeno) avrebbe dovuto opporre un minimo di resistenza, anteporre la sua dignità di donna, moglie e madre, indignazione nei confronti della sfrontatezza del bel principe troiano ed invece accettò, se ne andò con le sue gambe, portando via con sé qualche ancella e un po’ di gioielli, per diventare a tutti gli effetti Elena di Troia, non più moglie di Menelao ma moglie di Paride.

Perché un gesto tanto sconsiderato? Era davvero così bisognosa d’amore e disperata Elena da compiere un gesto così impulsivo? Era davvero così egoista e, diciamolo pure con franchezza, così stronza, da combinare un guaio simile per un suo capriccio d’amore? Perché di certo sapeva quali catastrofiche conseguenze il suo gesto avrebbe provocato. Oppure era anche lei vittima dei sortilegi amorosi di Afrodite? Persino Zeus era stato più volte colpito dagli scherzi della figlia che l’aveva fatto innamorare di tante donne diverse, rendendosi responsabile delle continue cornificazioni nei confronti della moglie Era. Come quindi colpevolizzare una povera donna mortale, per giunta così emotivamente fragile, di fronte all’inganno divino?

Sta di fatto che, visto come sono andate le cose, chiamarlo rapimento mi sembra piuttosto fallace. E sta di fatto che quando Menelao tornò a casa e scoprì cosa era accaduto non la prese affatto bene!


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mercoledì, novembre 21, 2007

La guerra di Troia - capitolo 6 - La dinastia degli Atridi

Abbiamo lasciato Menelao felice come una pasqua perché era sposato alla donna più bella del mondo e perché era divenuto anche re di Sparta. Ma chi era veramente Menelao? Da dove veniva? Quale era il suo passato? E quali segreti agghiaccianti nascondeva la sua famiglia?
Se è vero che le colpe dei padri ricadono sui figli, per i greci queste ricadevano su tutte le generazioni future, senza fare sconto per nessuno. E la famiglia di Menelao aveva accumulato tante di quei crimini così infami e così brutali (che svariano dal fratricidio al patricidio, dallo stupro all’incesto) che ci sarebbero voluti millenni per espiarle tutte.
Se siete deboli di cuore o di stomaco, se non amate le storie truculente e sanguinolente, allora vi consiglio si saltare interamente questo capitolo, perché la storia che sto per raccontarvi è forse tra le più atroci e terrificanti che si siano mai raccontate nel mondo dei Greci. Se invece, spinti dal coraggio o dall’incoscienza, volete continuare a leggere, allora vi auguro fin d’ora un bel “In bocca al lupo”!
Tutto ebbe inizio con il bisnonno Tantalo che se si fosse chiamato Tontolo nessuno avrebbe notato la differenza. Il poveretto aveva invitato tutti gli dei dell’Olimpo a cena a casa sua ma quando si accorse che il cibo era insufficiente ebbe la geniale pensata di cucinare il figlio Pelope per ovviare alla mancanza ed evitare una brutta figura. Ma poiché nulla sfuggiva all’occhio attento degli dei, l’inganno venne scoperto, Pelope riportato in vita e ricomposto esattamente come era prima e Tantalo condannato a patire la fame per l’eternità.
Crescendo Pelope si fece una vita per conto suo ma, essendo degno figlio di suo padre, finì anche lui per commettere una scemenza. Difatti chiese all’amico Mirtilo di truccare i carri con i quali poi vinse una gara decisiva per la conquista della mano della principessa Ippodamia e il trono di Micene e poi, temendo che l’amico rivelasse la verità, lo uccise come niente fosse. In punto di morte però Mirtilo ebbe il tempo di pronunciare le sue ultime volontà che altro non erano che maledizioni contro Pelope e contro tutti i suoi discendenti. E quando si trattava di maledire qualcuno, si sa, gli dei erano sempre ben disposti.
Atreo e Tieste, i figli gemelli di Pelope non erano certo ragazzini tranquilli e commisero tante di quelle atrocità che è quasi impensabile credere che fossero umani. Basti pensare che, ancora fanciulletti, si divertirono ad uccidere il fratellino Crisippo appena nato. Poi litigarono a morte per contendersi il regno e nel frattempo stupravano mogli e figlie proprie e dell’altro con una naturalezza quasi sconcertante. Le situazioni familiari di entrambi sono piuttosto intricate e complesse. Sappiamo per certo che Atreo ebbe due figli, Agamennone e Menelao, mentre Tieste violentò la figlia Pelopia ed ebbe da lei a sua volta un altro figlio che fu chiamato Egisto.
Ma l’apice delle nefandezze si ottenne quando Tieste rubò la moglie ad Atreo e da lì la ferocia della vendetta non conobbe più limiti.
Fingendo di perdonarlo Atreo invitò Tieste a cena ma anziché offrirgli capretti e agnelli, decise di emulare il nonno e gli cucinò i suoi figli. Non contento gli aizzò contro l’ultimo figlio rimasto vivo, Egisto, che non avendo mai visto in faccia il padre, avrebbe dovuto completare l’opera uccidendolo ed eliminandolo per sempre dalla faccia della terra. Ma Tieste riuscì a farsi riconoscere in extremis dal figlio e a quel punto Egisto, nel capovolgimento di fronte della situazione, si scagliò prima contro Atreo (che colto di sorpresa, fu ucciso al primo colpo) e poi verso i cugini Agamennone e Menelao, del tutto ignari della situazione. I due principi però riuscirono miracolosamente a scappare e a correre a più non posso fino ad arrivare a Sparta, dove sapevano che regnava un re giusto e mite: Tindaro.
Fu in quella occasione che Menelao conobbe Elena, se ne innamorò perdutamente, la corteggiò, riuscì a fare breccia nel suo cuore e la sposò. E fu in quella occasione che Agamennone conobbe Clitennestra, sorella di Elena, se ne innamorò, ricevette da Tindaro la possibilità di riprendersi il suo regno e, tornato come vincitore, la sposò.
Ma da quelli che sembravano due buoni matrimoni sarebbero venute tante di quelle disgrazie per i greci che ancora oggi le narriamo con il pathos che giustamente meritano.


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lunedì, novembre 05, 2007

La guerra di Troia - capitolo 5 - Elena


Elena dai capelli color oro; Elena dagli occhi color del mare; Elena dalle bianche braccia; Elena dalle guance belle… Così gli aedi descrivevano Elena, la donna più bella del mondo, suscitando la curiosità di chi ancora non aveva avuto la fortuna di conoscerla. Che fosse bella non v’erano dubbi, tanto è vero che a qualcuno venne il sospetto che avesse origini divine.


Si vociferava infatti che Zeus, in una delle sue tante scappatelle, sedusse la giovane Nemesi, dea della vendetta, che nel frattempo si era trasformata in oca, trasformandosi lui stesso in cigno. Da questa unione aviaria fu fecondato un uovo che poi fu fatto scivolare nel ventre di Leda che alla fine partorì una bambina come fosse figlia sua e del marito Tindaro, re di Sparta. Secondo un’altra leggenda, Leda ebbe un contemporaneo rapporto con il marito Tindaro e con Zeus e da questo triangolo amoroso furono generate 2 uova: dal primo nacquero Elena e Clitennestra, figlie di Tindaro, dal secondo i Dioscuri Castore e Polluce, figli di Zeus.


Sebbene in molti sostengano che la bellezza sia un dono della natura, per Elena fu solo fonte di guai e disgrazie, sia per se stessa che per gli altri. La bellezza di Elena era tale che chi la vedeva sentiva il bisogno di possederla e non potendovi con le buone finiva per rapirla. Già all’età di 10 anni, Teseo e l’amico Piritoo la sottrassero indebitamente ai genitori e poi se la giocarono ai dadi. Vinse Teseo che però non ebbe il tempo di consumare il suo matrimonio grazie al provvidenziale intervento dei Dioscuri che riportarono Elena, viva e vegeta al padre.


Il povero Tindaro, che era un uomo abbastanza pacifico, pensava di avere risolto i suoi guai e si godeva la sua figlioletta, bellissima ed ancora vergine, in attesa che un principe ricco e potente venisse a bussare alla sua porta per chiederla in moglie. Ma alla sua porta non venne a bussare un solo principe, bensì tutti i principi della Grecia, ognuno dei quali offriva grandi doni in cambio della mano di sua figlia ed ognuno dei quali prometteva atroci vendette in caso di rifiuto. Sul volto di Tindaro il sorriso svanì ed al suo posto comparve un ghigno di preoccupazione che non lo lasciava più vivere. Perché aveva una figlia così bella che le dava tante preoccupazioni.? Perché la natura aveva voluto essere così magnanimo nei suoi riguardi?


La soluzione al problema gliela offrì proprio uno dei pretendenti, Ulisse re di Itaca. Ulisse non era bello, forte e ricco come tutti gli altri, però era furbo e scaltro e grazie alla sua astuzia riuscì più volte a risolvere intricate situazioni. Propose al re di far giurare a tutti i pretendenti eterna fedeltà a chiunque sarebbe stato il marito di Elena e addirittura di intervenire qualora essa fosse rapita. Ancora una volta il re di Itaca trovò la soluzione migliore al problema ma non sapeva che questa gli si sarebbe ben presto ritorta contro.


Per il re Tindaro ora era tutto più facile e poteva finalmente scegliere lo sposo per la figlia, ma ancora una volta non seppe prendere una decisione e lasciò il compito alla stessa Elena che fra i tanti scelse Menelao, un giovane mite, di buon cuore, leale, che in tutto quel tempo non l’aveva corteggiata né con tesori né con ricchezze ma con la dolcezza delle sue premure. Ah che romantico…


E mentre gli altri principi se ne tornarono a casa con la coda fra le gambe, pronti a rifarsi una vita con altre donne, Menelao si godeva la sua bellissima moglie ed il trono di Sparta, lasciatogli in eredità da Tindaro. Tanta fortuna che presto si sarebbe mutata in sventura.

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sabato, ottobre 27, 2007

La guerra di Troia - capitolo 4 - La scelta di Paride

Che cosa è la felicità se non quella serenità interiore in grado di dare una valenza tale alle cose che ci circondano da non avvertire più il bisogno di nulla? E Paride si sentiva l’uomo più felice sulla terra perché aveva tutto: una moglie bella, tenera, affettuosa, dolce e premurosa; il monte Ida con i suoi fiumi, i boschi, i prati, l’erba e gli animali; le pecore da pascolare tutti i giorni al suono della sua musica. Ma il destino era pronto dietro l’angolo a capovolgere ogni cosa, pronto ad accendere il desiderio verso mete fino ad ora impensate.

E il destino si materializzò davanti agli occhi di Paride un giorno che sembrava uguale a tanti altri. D’improvviso gli apparve Ares, dio dalle ali alate, che gli propose di scegliere chi fra Era, Atena e Afrodite fosse la dea più bella dell’Olimpo. Superato l’iniziale spavento per l’apparizione improvvisa, il giovane Paride non poté fare a meno di rimanere pietrificato di fronte alla bellezza delle tre dee e gli parve di non avere mai visto niente di così straordinario in vita sua. Le tre dee, dal canto loro, vista l’indecisione del giovane, prima si spogliarono completamente nude, mostrandosi in tutto il loro splendore come si fa nei migliori concorsi di bellezza, poi decisero di utilizzare un’arma che fin dall’inizio dei secoli ha sempre dato i suoi buoni frutti: la corruzione.

Era, moglie di Zeus e quindi madre di tutti gli dei, fu la prima a farsi avanti e gli promise potere e ricchezza su tutta l’Asia e sul mondo intero. Atena, della saggezza e della guerra, per tutta risposta gli promise intelligenza e abilità in tutte le arti. Ma Afrodite, dea della bellezza e dell’amore, sapeva bene come riuscire a convincere un uomo, perché di fronte ai piaceri della carne non c’è nulla che tenga, né ricchezza, né potere, né fama, né gloria. E così gli promise l’amore di Elena, la donna più bella del mondo.

Di fronte ad una tale prospettiva Paride non seppe dire di no e subito le consegnò la mela. Afrodite, raggiante come non mai, si prese il suo bel trofeo mentre le altre 2 stizzite se ne tornarono con la coda fra le gambe, non prima di avere rivelato a Paride la verità sulle sue origini. La vita di Paride era sconvolta: che cosa ci faceva ancora lì sul monte Ida a pascolare pecore, lui che era un principe figlio di re? Perché continuare ad indossare abiti lisi fatti con stoffe grezze quando avrebbe potuto indossare vesti pregiate con finimenti dorati? Che cosa ci faceva ancora con una pastorella quando lui poteva avere l’amore di Elena, la donna più bella del mondo? Dico, ci pensate? La donna più bella del mondo, ed era sua, solo sua!

Quanto è fragile la felicità di un uomo, basta poco per trovare irritante tutto ciò che fino a quel momento ci aveva soddisfatti. Approfittando di alcune gare olimpiche Paride lasciò tutto e tutti, lasciò Enone che lo pianse per anni e anni, e raggiunse la città. Vinse tutte le gare ed alla fine rivelò al padre Priamo la sua vera identità. Priamo ed Ecuba, dimentichi dei motivi che li avevano spinti all’abbandono, riabbracciarono il figlio per farlo diventare un vero principe. Che ne era del sogno funesto fatto da Ecuba? Che ne era della previsione degli indovini? Solo Cassandra piangeva e si dimenava perché sapeva quale infausto destino si stava per abbattere sulla sua amata città, ma ovviamente nessuno le credeva.

Già Paride era bello di suo ma vestito come un vero principe faceva la sua porca figura! Tutte le fanciulle gli sbavavano dietro ma lui aveva una missione: trovare Elena e farla diventare sua moglie. L’occasione gli si presentò poco dopo. Infatti il padre lo mandò in missione per mari e quando seppe che Elena viveva a Sparta e che era moglie del re Menelao, si precipitò subito nella città greca per compiere il suo misfatto.



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martedì, ottobre 23, 2007

La guerra di Troia - capitolo 3 - La mela d'oro

Che cosa può desiderare di più un padre se non avere la certezza che il proprio figlio sarà l’uomo più forte e coraggioso del suo tempo e passerà alla storia per le sue gesta eroiche? Questo era ciò che attendeva Peleo, re dei Mirmidoni, perché la donna che stava per sposare non era una donna qualunque, ma addirittura una dea dell’Olimpo. Teti. E che dea! Qualcuno aveva osato affermare che fosse meglio di Afrodite, dea della bellezza. Ma sul destino di Teti incombeva una grave profezia: il figlio nato dal suo matrimonio sarebbe stato più forte del padre, e nessun dio se la sentiva di affrontare una simile onta.
Per consolarsi Teti trascorreva le sue giornate facendo il bagno nuda tra le acque spumeggianti del mare Egeo per poi riposare sulla spiaggia. Un giorno Peleo, che si trovava a passare da quelle parti, rimase abbagliato dalla bellezza della dea ed approfittando del fatto che dormisse le saltò addosso. Teti tentò di reagire, trasformandosi in tutte le creature marine possibili ed immaginabili ma alla fine anche lei cedette alla passione e si abbandonò all’amore di Peleo.
Quel giorno quindi sul monte Olimpo era gran festa perché si celebravano le nozze tra Teti e Peleo. Per l’occasione Zeus aveva invitato tutte le divinità, ma proprio tutte tutte. In effetti, se proprio la dobbiamo essere sinceri, qualcuno era stato escluso in modo del tutto intenzionale. Si trattava di Eris, dea della discordia. Ma come dare torto a Zeus? Eris era solita andare in giro vestita di stracci, con una benda insanguinata sull’occhio e vipere al posto dei capelli. Attorno a lei poi giravano sempre dei bambini sporchi, smorfiosi e irritanti che si chiamavano Odio, Dolore, Fame, Pena, Ingiustizia, Stento, Menzogna e Bestemmia. Insomma un vero disastro. Potete immaginare già da voi che non era proprio il personaggio più adatto ad un matrimonio.
Ma questa cosa ad Eris non era proprio andata giù ed anziché covare vendetta dentro di sé, decise subito di entrare in azione con una delle sue migliori performance. Prese una mela d’oro che cresceva tra gli alberi dei giardini dell’Olimpo, vi scrisse sotto “Alla più bella” e poi la lanciò sul tavolo, in mezzo a tutti i commensali. Immaginate la scena: attorno al tavolo ci sono tutte le dee dell’Olimpo, altezzose e superbe, ed ognuna di esse è bellissima ed ognuna di esse è convinta di essere la più bella in assoluto. Provate quindi a pensare che reazione può scatenare una cosa simile! Subito si levò un gran vociare ed alla fine Era, Afrodite e Atena, le più belle e le più altezzose, chiesero a Zeus di porre fine alla baruffa scegliendo a chi spettava quella mela d’oro.
Il povero Zesu, che in quanto a donne la sapeva lunga, con la fronte imperlata dal sudore freddo, comprese che qualunque scelta avesse fatto si sarebbe ritorta contro di lui e pensò bene di dare l’incombenza a qualcun altro, un uomo dall’animo nobile come quello di un principe e semplice come quello di un pastore. E chi meglio di Paride poteva assumersi un compito di tale entità?
Così sentenziò Zeus, padre degli dei, e mandò Ares, dio con le ali ai piedi, insieme ad Era, Afrodite e Atena sul monte Ida, alla ricerca di Paride.

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martedì, ottobre 16, 2007

La guerra di Troia - capitolo 2 - Storia di Paride

C’erano una volta un re di nome Priamo ed una regina di nome Ecuba che regnavano felici sulla città di Troia ed avevano 50 figli. Anche se “ogni scarafone è bello a mamma soia”, gli stessi Priamo ed Ecuba convenivano col fatto che non tutti questi figli gli erano riusciti proprio bene bene. Per esempio c’era Esaco, un poveretto che dopo una delusione amorosa tentava il suicidio tutte le mattine alle 8 in punto, gettandosi da una scogliera che, essendo troppo bassa, gli provocava a malapena qualche escoriazione. Alla fine gli dei, stanchi dei suoi vani tentativi, decisero di fare un favore all’umanità intera trasformandolo in un uccello così poteva volare e non cascare più!

Poi c’era Cassandra, considerata da tutti una pazza visionaria perché blaterava su catastrofi imminenti che si sarebbero abbattute sulla città di Troia. Ma l’appellativo non era esatto. Cassandra sì aveva il dono della veggenza, ma nessuno le credeva. La giovane e temeraria figlia di Priamo, infatti, un giorno si trovava a passeggiare per il bosco quando si imbatté nel dio Apollo in carne ed ossa che ebbe l'ardire di farle una proposta indecente:

“Se accetterai di giacere con me, io ti regalerò il dono della veggenza”.

La bella Cassandra accettò con entusiasmo ma al momento di pagare il suo debito si tirò indietro ed il dio Apollo la punì: da quel momento in poi più nessuno avrebbe creduto alle sue previsioni. Una vera catastrofe non solo per la povera Cassandra ma anche per tutta la città di Troia che, se solo avesse creduto alle sue parole, si sarebbe risparmiata di essere rasa al suolo.

E poi c’era Paride, il principe più bello di tutta Troia, ma anche quello che diede più rogne ai genitori, ancora prima di nascere. Infatti si narra che la regina Ecuba, in uno dei tanti momenti in cui era incinta, ebbe un incubo: sognò che dalle sue viscere spuntavano fiamme che incendiavano tutta la città fino alla sua distruzione totale. In preda alle vampate di calore la regina chiese subito consiglio al marito il quale, di fronte ad un sogno di tale difficoltà, convocò il consiglio dei saggi.

Ora la tradizione vuole che i saggi siano tutti vecchi, con le barbe e i capelli lunghi e bianchi, tipo Gandalf del Signore degli Anelli, e le opinioni sempre in disaccordo. Ma questa volta non avevano dubbio alcuno: questo bambino sarebbe stata la rovina di Troia.

Percossi e attoniti di fronte alla nefasta notizia, i due coniugi convennero che forse era il caso di disfarsi del nascituro. Dopotutto di figli ne avevano già a sufficienza, uno in più o uno in meno che differenza poteva fare?

Alla nascita di Paride lo consegnarono al fidato pastore Agelao, pregandolo di abbandonarlo sulla cima del monte Ida. Il pastore eseguì l’ordine ma dopo alcuni giorni, recandosi sulla cima del monte, trovò il bambino vivo e vegeto grazie ad un’orsa che lo allattava amorevolmente. Il cuore tenero di Agelao si commosse di fronte a quella scena, comprese che il destino di quel bambino era di vivere e così lo allevò, insieme alla moglie, come fosse figlio suo. Ma non sempre il cuore tenero agisce nel modo migliore, perché a volte occorre avere il coraggio di sacrificare una vita per poterne salvare altre migliaia. Ma questo Agelao non poteva saperlo.

Il giovane Paride crebbe così convinto di essere un umile pastore figlio di pastori. Ma siccome era principe, e per i greci tutti i principi erano forti, belli e aggraziati, anche lui era forte, bello e aggraziato: imparò a suonare il flauto e mentre pascolava le pecore il suono della sua dolce melodia si diffuse per tutto il monte fino a giungere alle orecchie della giovane Enone. Ben presto sbocciò un tenero amore ed i due piccioncini si scambiavano continuamente effusioni: lei confezionava per lui corone di fiori e lui incideva sugli alberi frasi del tipo “Il giorno in cui Paride non avrà più bisogno di Enone i fiumi risaliranno la corrente”. Che teneri che erano!

Si sposarono ed erano veramente felici, ma il destino dietro l’angolo era già pronto a compiere il suo misfatto.



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venerdì, ottobre 12, 2007

La guerra di Troia - capitolo 1 - Le origini del mito

Questa storia potrebbe iniziare con un “C’era una volta un re di nome Priamo e una regina di nome Ecuba che vivevano felici nel loro regno di Troia ed avevano 50 figli”. Ma questa storia non è una favola, almeno non completamente, visto che grazie ad un pazzo scatenato di nome Schliemann possiamo affermare con cognizione di causa che la città di Troia esistette veramente e fu rasa al suolo dai greci dopo una sanguinosa e lunga guerra.

Non era tanto normale questo Schliemann! Da bambino gli regalarono un libro sulla mitologia greca, spiegandogli che però si trattava di pura legenda, senza la minima traccia di verità. E lui si appassionò così tanto che la sua unica ragione di vita divenne quella di dimostrare invece che non era tutta fantasia quella trascritta ma che quelle battaglie e quei personaggi erano esistiti veramente. Lavorò un po’ qua e un po’ là, mise da parte una fortuna ed un bel giorno partì alla volta dei Dardanelli con l’intenzione di scavare e riportare alla luce i resti di un’antica e fastosa civiltà. Ovviamente in Turchia gli risero in faccia pensando di trovarsi di fronte ad un malato di mente degno del miglior manicomio, uno che sposò una ragazza per corrispondenza solo perché era greca e che chiamò i suoi figli Agamennone e Andromaca! Come era possibile che le gesta cantate nell’Iliade e in mille altre tragedie greche, tramandate dai poeti dell’antichità, potessero essere vere? La ragione aveva prevalso sulla fantasia e nel corso dei secoli le aveva conferito il ruolo di pura follia.

Ma Schliemann tanto disse e tanto fece che, dopo un anno di estenuanti trattative, ottenne il permesso di effettuare gli scavi ed oggi possiamo ringraziare questo pazzo scatenato perché, per merito della sua testardaggine e della sua follia, sappiamo che la guerra di Troia è veramente esistita insieme a tutti gli eroi che la combatterono. Ma accettare che una guerra così sanguinosa possa essere stata combattuta solo per un motivo strettamente passionale è ancora troppo difficile da assorbire per la mente umana abituata a razionalizzare tutto, ed è per questa ragione che oggi affermiamo l’esistenza di due ipotesi relative alla guerra di Troia: una prettamente storica ed una condita con abbondante fantasia.

Quella storica riguarda una questione prevalentemente materiale. Troia infatti si trovava sullo stretto dei Dardanelli e ad ogni passaggio di nave per scambio di merci esigeva il pagamento di forti contributi. In poche parole anche allora si doveva pagare il pizzo e chi si esimeva incappava in feroci vendette… Per tale ragione i greci, stanchi di tali soprusi, decisero di intraprendere questa guerra.

Ma la versione storica è talmente priva di fantasia che quasi ci rifiutiamo di accettare e ci rifuggiamo in quella più appassionata che molti dei più famosi poeti greci ci hanno tramandato. Una storia bella, intensa, romantica, in cui prevalgono valori come l’amicizia, l’amore, il senso della patria, il desiderio di immortalità, ma anche il tradimento, l’inganno e la vendetta. Certo la civiltà moderna ci ha insegnato che ci vogliono motivazioni ben diverse per scatenare una guerra, come per esempio salvare il mondo intero dalla tirannia di un feroce assassino, ma per i greci bastava molto meno, anche un semplice tradimento amoroso!

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