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giovedì, ottobre 29, 2015

La tentazione di essere felici

Sinceramente non lo so se questo libro mi è piaciuto oppure no. L'ho scoperto un po' per caso leggendo qualche recensione sparsa nella rete, in un periodo in cui, stremata dalla lettura tanto appagante quanto sfibrante di Zola, ero alla ricerca di qualcosa di più leggero, che mettesse un po' meno a dura prova le mie capacità intellettive, ma che allo stesso tempo non le umiliasse!

Effettivamente il romanzo ha centrato in pieno tutte quelle che erano le mie aspettative. Il protagonista, un uomo di quasi 80 anni, racconta in prima persona e con uno stile molto autoironico il suo attuale stato di vita: tanti errori commessi nel passato, due figli che quasi non gli parlano, una moglie morta da 5 anni, una lista infinita di avventure ed amanti, uno stato di salute non eccellente e la voglia di vivere in santa pace i pochi anni che gli restano. La lettura è molto piacevole e scorrevole, anche se a tratti diventa un po' prevedibile, ma tutto sommato non da tutto questo fastidio, specie se si considera che si tratta di un'opera prima.

Anche le tematiche affrontate sono piuttosto attuale, come la difficoltà di recuperare un rapporto con dei figli così cresciuti e così diversi, o la violenza domestica sulle donne, vista con gli occhi di uno spettatore che vorrebbe fare qualcosa ma che poi rimane bloccato.
Insomma una serie di ingredienti non di poco conto. Tuttavia questo romanzo non mi ha mai coinvolta in pieno, non mi sono immedesimata nei personaggi come spesso mi accade quando la lettura mi prende e non ho mai cercato di capire come sarebbe andata a finire. Semplicemente ho lasciato scorrere le pagine fino alla fine ed ore che l'ho archiviato posso dire che non mi ha lasciato nulla di profondo.

Non saprei dire se è colpa del romanzo o semplicemente di un mio attuale stato d'animo poco propenso alla lettura. La verità è che a me piace leggere ma ultimamente non riesco a trovare nulla che mi soddisfi.
Ho bisogno di letture appaganti!

venerdì, febbraio 07, 2014

Marina Bellezza

Quando due anni fa lessi "Acciaio", libro di esordio della giovane scrittrice Silvia Avallone, ne rimasi piacevolmente stupita. Ciò che avevo apprezzato di più di questa giovane scrittrice era la sua capacità di raccontare la provincia, le zone di periferia, quelle che vivono lontane dai grossi centri abitati. Storie di giovani, con tutta la vita davanti, e di meno giovani con tanti sogni oramai archiviati, ma tutti con un elemento in comune: "Le colpe dei padri ricadono sempre sui figli".
Elementi che ho ritrovato in questo secondo romanzo, che ha avuto anche il merito di essere il mio primo libro letto con un kindle!
Marina Bellezza è una ragazza di 22 anni, alta, con lunghi capelli biondi, consapevolmente bellissima, con una voce da angelo ed un disperato bisogno di attenzioni. Sogna di diventare famosa, sogna il lusso, il benessere, la fama e la ricchezza, ma il suo desiderio più grande è ricevere un complimento da parte dei suoi genitori.Purtroppo nessuno di loro la va a vedere cantare, nessuno di loro si complimenta per i suoi successi, nessuno di loro segue gli sviluppi positivi ed esaltanti della sua carriera, vanificando così tutti gli sforzi. 
Marina è una di quelle ragazze che ami ed odi allo stesso tempo. La odi perché è arrogante, presuntuosa, viziata e con premature manie da star; ma allo stesso tempo la ami, perché è fragile, perché le colpe di chi l'ha messa al mondo le hanno rovinato la vita e perché nonostante tutti i suoi sforzi non avrà mai una vita normale.
Attorno a Marina ruotano altri personaggi, altre vite, altri destini che si incontrano e scontrano per poi separarsi e ricongiungersi.
E' un romanzo molto piacevole da leggere, io ci ho impiegato circa 10 giorni (e solitamente impiego molto più tempo a finire un libro), la storia è avvincente, il ritmo narrativo è di quelli che ti fa venire la curiosità di andare sempre avanti, ma non è paragonabile ad Acciaio. Sia ben chiaro, non sto dicendo che sia brutto, per carità! Dico solo che paragonato ad Acciaio è nettamente inferiore. Tutto qui.

giovedì, luglio 16, 2009

Uomini che odiano le donne e la maledizione dei best sellers


Ho sempre sostenuto che un libro, per essere considerato bello, deve innanzitutto essere scritto bene. Certo anche la trama è importante, ma è secondaria, perché se dopo 20 pagine di frasi brevi e grammaticalmente rozze, dopo parole banali che si ripetono e che si mescolano senza un minimo di criterio, dopo un trito di cose troppo uguali a se stesse, non è più ammissibile pensare di sprecare il proprio tempo libero per andare dietro ad un libro così tanto ingiustamente (a mio modo di vedere) acclamato come “Uomini che odiano le donne”.
Disgustata ho preso il volume abbastanza corposo (che inutile spreco di carta) e l’ho riposto in libreria, pentita di avere speso inutilmente i miei soldi (mai nessun libro era riuscito a resistere così poco tra le mie mani, e soprattutto senza nessuna possibilità di appello), ed ancora una volta pentita di essermi fatta ingannare dalla posizione alta nella classifica dei libri più letti. Mi è già capitato in altre due occasioni.
La prima volta con “Il codice da Vinci”. Lì a spingermi c’era la curiosità di un libro di cui tutti parlavano perché rivelava delle verità sconvolgenti che mettevano a soqquadro l’intera fede cristiana e che mostrava palesemente le prove del matrimonio di Gesù con la Maddalena e della sua numerosa stirpe di discendenti arrivata fino ad oggi. In realtà, già dopo le prime pagine, ho cominciato a nutrire una certa repulsione per lo stile letterario così infantile e poco ricercato. Va bene che si trattava fondamentalmente di un thriller, va bene che quello che contava era la trama (tra l’altro abbastanza fitta), però un minimo di stile letterario ci vuole. Altrimenti siamo tutti bravi a scrivere libri, basta che ci inventiamo una storia assurda che non sta in piedi neppure con tutta la buona volontà. Di questo libro comunque ne ho ampiamente parlato in un mio precedente post, e quindi è inutile dilungarsi ancora, perché il solo pensiero fa riaffiorare alla mia mente il disgusto per quanto letto. Per fortuna ai tempi me lo prestarono e non sprecai neppure un centesimo.
La seconda volta è capitato con “La solitudine dei numeri primi” che, oltre a godere del favore del pubblico (è stato per mesi il libro più letto in Italia) poteva pregiarsi di avere vinto il premio Strega 2008. Saranno stati tutti questi meriti, sarà stato il titolo così accattivante, sarà stata la copertina del volume così bucolica e che mi ricordava la Primavera di Botticelli: insomma, avevo un buono sconto, l’ho adoperato ed ero pure tutta contenta perché finalmente leggevo qualcosa di più contemporaneo (visto che le mie letture propendono sempre per il passato). Ammetto che all’inizio era piacevole e scritto discretamente bene, ma ad un certo punto tutta la trama si è persa, si è fatta ingarbugliata e lo stile narrativo ne ha risentito parecchio. È diventato così incomprensibile e così farraginoso che avevo quasi l’impressione che l’autore avesse ceduto il posto a qualcun altro chiedendogli di finire il romanzo come meglio poteva. Se è così facile vincere un premio letterario così importante, quasi quasi mi cimento pure io.
Ed infine eccoci ai giorni nostri, al nostro “Uomini che odiano le donne”. Ero in libreria, ho dato un occhiata ai libri più letti, ho pescato questo qui, ho letto una minirecensione che paragonava questa saga ad altre più famose come Harry Potter, e mi sono lasciata convincere, anche se ero un po’ riluttante. Lo leggerò in spiaggia, mi sono detta, ma non l’ho ritenuto degno neppure di questo. Per 30 pagine ho praticamente dormito senza capirci nulla fino a quando, sdegnata da questo modo di scrivere così banale, ho lasciato perdere ed ho concentrato le mie attenzioni su un altro volume. Volete sapere quale? Ok, ve lo dirò: Sostiene Pereira di Antonio Tabucchi. Si, un libro che non ha nulla a che vedere con quelli che ho finora citato, ma che mi ha disintossicato dalla pessima scrittura e mi ha riconciliato con il mondo degli scrittori. Un sospiro di sollievo. Può darsi che vi parli di questo libro in seguito.


lunedì, febbraio 23, 2009

L'eleganza del riccio



Ho iniziato a leggere questo libro ad ottobre ed ho terminato adesso, a febbraio, e solo perché da giorni sono costretta a stare a casa. Lo ammetto, è il secondo libro che ha richiesto il mio maggiore sforzo (il primo è stato Cent’anni di solitudine di Marquez) e la lentezza la si può attribuire a tanti fattori:
1) i preparativi per il matrimonio;
2) la stanchezza fisica e mentale che mi aveva portato alla ricerca di cose più leggere;
3) la complessità dello stile narrativo.
Inutile soffermarsi sulle prime due argomentazioni. Preferisco approfondire il terzo punto.
Ma per parlarvi dello stile narrativo devo per forza di cose addentrarmi nella trama.
Protagoniste della vicenda due donne.
Renèè ha 54 anni, è bassa, grassa, bruttina, di umilissime origini e fa la portinaia presso un prestigioso palazzo di Parigi (lavoro che ha ereditato dal defunto marito). Apparentemente è una donna ignorante che non sa nulla sulle cose del mondo e che conduce con banalità la sua piatta esistenza. In realtà è una donna molto intelligente e molto colta (una cultura autodidatta, visto che le scarse possibilità economiche non le hanno permesso di studiare).
Paloma è una ragazzina di 12 anni figlia di un ministro, dotata anche lei di una straordinaria intelligenza e cultura ben al di sopra della media, che medita sul suo suicidio con incendio della casa annesso.
Che cosa hanno in comune queste due donne? A parte l’intelligenza e la cultura, di cui ho già parlato, entrambe preferiscono tenere nascosto il proprio sapere, senza condividerlo con nessuno, e solo perché ritengono il genere umano una massa incolta di gente senza un briciolo di cervello. Per 300 pagine non si fa altro che leggere delle loro continue lamentele sulla stupidità delle persone che li circondano, sul loro modo di enfatizzare problemi ridicoli e su come si credano chissà cosa solo perché hanno un banalissimo titolo di studio. Stanno lì a guardare il mondo dall’alto, con superbia ed alterigia, giudicando chiunque, come se fossero divinità possessori della verità assoluta.
Quale è il risultato di questo scellerato comportamento? Ovviamente tanta solitudine e tanta infelicità.
Lo confesso, mi hanno suscitato una tale antipatia e repulsione che più di una volta sono stata tentata di abbandonare il libro per leggerne qualcun altro. Eppure non l’ho fatto, forse perché speravo che prima o poi potesse succedere qualcosa di eclatante che cambiasse registro alla narrazione; forse perché in fondo lo scopo dell’autrice era proprio quello di suscitare nei lettori la stessa antipatia che queste due donne suscitavano a chi stava loro accanto (e qui come fare a non apprezzare la bravura di chi sa scrivere così divinamente?); forse perché quando l’ho comperato era il secondo libro più letto in Italia (preceduto da La solitudine dei numeri primi, pensa un po’ che disgrazia) e quindi meritava un briciolo di attenzione; o forse perché in fondo € 18,00 sono sempre soldi!
Comunque, ad un certo punto la svolta c’è stata. È entrato sulla scena un uomo. E qua – direte voi – la vicenda si fa banale. Quest’uomo, anche lui dotato di grande intelligenza e cultura, riesce a smascherare le due donne, diventando loro amico e condividendo momenti di vera felicità, parlando di cultura alla pari. Si, sono subentrati sentimenti di amicizia e anche d’amore, la storia è diventata quasi prevedibile, ma per lo meno era piacevole. Ma alla banalità non c’è limite, perché al culmine della felicità la protagonista muore (ops, non dovevo rivelarvi il finale, ma almeno vi risparmio questo strazio), e così non potrà mai godere della felicità, un po’ come fa Meg Ryan ne La città degli angeli.
E sapete quale è la morale della storia? Ve lo dico subito.
Renèe e sua sorella, nate nella povertà e nella miseria, erano destinate a vivere una vita di stenti e senza aspettative, proprio come i loro genitori, se solo non avessero avuto due doti che le differenziavano e grazie alle quali potevano emergere. La sorella era bella, Renèe era intelligente. Ma la bellezza portò la sorella a morire mettendo alla luce il figlio illegittimo di un riccone. Perché mai Renèe doveva correre il rischio, uscendo dalla sua rettitudine, di morire pure lei? Meglio fingere idiozia.
E difatti, quando grazie alla sua intelligenza trova amicizia ed amore, ecco che muore pure lei.
Ditemi voi quale morale più bella!!!

mercoledì, novembre 19, 2008

Mille splendidi soli

Nonostante siano trascorsi già 6 mesi da quando ho terminato di leggere “Mille splendidi soli”, quando penso a Mariam e a come la vita sia stata così dura per lei non posso fare a meno di commuovermi. I primi tempi è stato difficile: scoppiavo in lacrime e mi sentivo la gola stretta da un grosso nodo. Non riuscivo a darmi pace, non riuscivo ad accettare l’ineluttabilità dei fatti, non riuscivo a comprendere come la crudeltà e il desiderio di potere fossero in grado di distruggere una cultura millenaria e di arrecare tante atroci sofferenze al genere umano.
Lo so che si tratta di personaggi di pura fantasia ma sono personaggi che vivono una realtà che purtroppo non è finzione e che è ancora presente.
Se avete letto o visto “Il cacciatore di aquiloni” e vi è sembrato triste, questo lo è 100 volte di più. Il romanzo narra la storia di due donne, molto diverse tra loro, per età, cultura ed educazione. Due donne che si ritrovano a vivere in Afganistan nel periodo forse più brutto di tutta la sua storia; due donne che istaurano tra loro un sentimento di amicizia talmente grande da andare oltre l’immaginario. Ora voi penserete: ma per quale ragione devo farmi del male leggendo una storia che è così triste? Semplice: perché non è una tristezza fine a se stessa. Ci sono sentimenti, passioni, sofferenze, piccole gioie che in certi contesti assumono proporzioni smisurate.
E poi c’è la storia di un paese, l’Afganistan, che fino al famoso 11 settembre era del tutto sconosciuto al genere umano salvo poi diventare famoso come una terra barbara, povera, disastrata, abitata da gente ignorante ed estremista, pronta a dare la vita dei propri figli in cambio di una ricchezza divina nell’oltretomba. Non è affatto così. Leggendo questo libro si scopre che un tempo l’Afganistan era un paese civile, vessato si da una serie di tensioni di natura razziale, ma un paese in cui splendidi palazzi ed immensi giardini facevano da cornice alla popolazione. La gente viveva, studiava, lavorava, si curava dai medici, faceva la spesa ai mercati, andava alle feste… C’erano i ricchi e c’erano i poveri così come ci sono in tutti i paesi del mondo; c’erano le persone cattive e c’erano coloro che difendevano i diritti dei più deboli, così come accade in tutti i paesi del mondo; e c’era soprattutto la pace ed un modo di vivere la religione serena e senza estremismi. Poi sono accadute tante cose, raccontate attraverso le parole ed i pensieri di chi in questa terra ci ha vissuto, anche quando le bombe fischiavano sopra i tetti e distruggevano intere famiglie, anche quando furono posti una lunga serie di divieti (come ridere, cantare, ballare), anche quando le donne furono trattate come meno che niente.
Si la storia è triste ma allo stesso tempo commovente e bellissima. Impariamo ad affezionarci a Mariam, Laila, Tariq ed i loro genitori. Impariamo ad apprezzare questa terra così bella e così martoriata e alla fine guardiamo in modo differente la storia.

domenica, novembre 09, 2008

I Beati Paoli


Ho appena finito di leggere i Beati Paoli e scrivo con l’impeto di chi è rimasto commosso dall’epilogo di tutta la vicenda.
Potrei parlarvi del periodo storico in cui si svolge la storia, a cavallo tra il 1600 ed il 1700, quando parecchie dominazioni si alternavano sul regno di Sicilia, con buona rassegnazione della popolazione che tanto non vedeva mutata la propria condizione; potrei parlarvi della giustizia, che tutto perdonava ad una nobiltà troppo potente e fiera, e si accaniva contro la povera gente che non solo subiva, ma non aveva nulla per potersi difendere; potrei parlavi di una setta segreta che aveva il compito di riparare ai torti della giustizia e che grazie al coraggio di uomini incappucciati, affrontava enormi pericoli; potrei parlarvi dei molteplici protagonisti le cui vicende infiammano queste più di 800 pagine, ma è di una di loro che oggi mi sento di parlare, di una donna forte che grazie alla sua passionalità ha modificato il corso della vita sua e delle persone che le stavano accanto.
Donna Gabriella era una donna giovane e molto bella, di quella bellezza che attraeva ed inebriava gli uomini. Molti le ronzavano attorno, la riempivano di complimenti e la corteggiavano, ma lei, lusingata da tante premure, rimaneva indifferente ed il suo cuore mai si abbandonava a sussulti. A 20 anni la fecero sposare con Don Raimondo, duca della Motta, che aveva 25 anni più di lei. Un matrimonio che si consumava nella reciproca indifferenza con buona rassegnazione dei due coniugi e dal quale non nacquero figli.
Poi un giorno spunta dal nulla un giovane misterioso, bello, forte, coraggioso, che difendeva i più deboli e combatteva le ingiustizie: Blasco da Castiglione. Fra i due nasce subito l’amore ma Blasco, per rispetto del marito, decide di rinunciare a questo amore con grande dispetto di Gabriella. Questa infatti, sentendosi rifiutata nel suo amore e nella sua passione, comincia a nutrire per Blasco molteplici sentimenti, tra i quali spuntano anche odio e desiderio di vendetta. Sentimenti che accrescono quando si accorge che Blasco si innamora di un’altra donna, Violante, figlia della prima moglie di don Raimondo. A quel punto Gabriella fa di tutto per impedire il loro amore ed in un impeto di violenza tenta pure di accoltellare la figliastra.
Molte cose accadono poi e Blasco decide di cambiare aria e parte per la Spagna. Al suo ritorno, dopo 5 anni, ritrova Gabriella, ormai vedova, che dopo la morte del marito ha condotto una vita austera. Molti pensano che si tratti di un eccessivo rispetto al defunto marito, ma in realtà ella soffriva per la partenza dell’uomo amato e per l’impossibilità di amare qualcun altro. Per questo quando lo vede spuntare nuovamente dal nulla gli si getta tra le braccia e Blasco, commosso dall’amore di questa donna tanto bella, tanto passionale e tanto innamorata, finisce per cedere.
Gabriella ama Blasco.
Ma Blasco ama Gabriella?
Questo lui non lo sa. Prova per lei affetto ed una infinita riconoscenza per quel suo modo di donarsi e di amarlo. Ma non gli basta. E poi nel suo cuore c’è ancora Violante. Tuttavia si sacrifica, per la sua felicità.
Gabriella però sente che l’uomo che ama non contraccambia. La gelosia le rode l’anima, le insinua nella mente ogni più piccolo sospetto, sarebbe pronta ad uccidere entrambi se li scoprisse assieme. Tenta in tutti i modi di fare riaccendere la passione ormai sopita in lui ma con scarsi risultati. Tenta allora di dimostrargli che lo ama sopra ogni cosa e finisce addirittura per salvare la sua rivale. Un giorno infatti uccide un uomo che stava per violentare la ragazza, e lo fa solo perché sa che questa cosa renderebbe felice Blasco.
Che strana donna è Gabriella: se avesse acconsentito a quell’oltraggio forse Blasco avrebbe finito per allontanarsi ancora di più da Violante, ma lei agisce sempre di istinto e l’istinto le ha portato a fare tutto ciò.
Questo però ancora non basta. Il suo sacrificio ha avuto l’effetto di tenere Blasco legato a lei per riconoscenza; ha avuto l’effetto di tenere Violante (infinitamente riconoscente verso la matrigna) lontana da Blasco; ma non ha spento nei cuori né di Blasco né di Violante l’amore l’uno per l’altro. Ed allora, per dimostrare che a Blasco che lei lo ama anche a costo del sacrificio, si avvelena, davanti ai loro occhi, offre ad uno la mano dell’altra e chiede loro di ricordarsi di questo sacrificio.
A quel punto non ho potuto fare a meno di esclamare: che donna!
Amava un uomo con tutta se stessa: l’idea di vederlo tra le braccia di un’altra suscitava in lei mostruosi desideri di vendetta, ma quando si è resa conto che il cuore di lui non sarebbe mai stato suo, ha capito che doveva mettersi di lato. Ma saperli insieme le provocava troppa sofferenza e quindi ha preferito morire per non soffrire più.
Questa storia mi ha commossa ed è per questo che ho voluto raccontarvela. Forse vi ho rivelato il finale del romanzo e se quindi avreste voluto leggerlo ora sapete come va a finire. Ma in questo romanzo ci sono molti retroscena e molte altre storie che vale la pena di leggere.




lunedì, marzo 10, 2008

Memorie di una geisha

Dopo aver visto il film per ben due volte ed aver letto il libro per intero, oggi posso affermare con certezza (ed un pizzico di orgoglio) di avere finalmente compreso che cosa è una Geisha. Il problema adesso è spiegarvelo! Non perché la cosa sia complessa in sé, ma perché per noi occidentali è assai difficile riuscire a cogliere i mille aspetti di una cultura così diametralmente opposta alla nostra come quella giapponese. Già ricordo, ai tempi dei cartoni animati made in Japan, quanto è stata dura dover accettare l’idea che al mondo esiste un popolo che non usa né sedie né letti e che quindi mangia e dorme per terra; che ogni volta che entra in un luogo chiuso deve togliersi le scarpe ed indossare degli zoccoli adatti per gli interni… Insomma, roba forte per noi che viviamo al di qua degli Urali.

E se già questo è stato un compito arduo anche per voi, come potete pensare di assimilare il concetto di geisha con semplicità? Se la definizione di “donna di piacere” per voi sembra la più consona,. allora siete lontani anni luce dalla verità. C’è un passo del libro che spiega il modo di indossare il kimono che a mio modo di vedere chiarisce perfettamente il concetto: il kimono è un abito assai complesso, che si compone di varie parti. Una di queste è l’obi, ovvero una larga cintura che si indossa attorno alla vita. Questa cintura va legata dietro la schiena in un modo particolare, ed è assai difficile per una persona metterla da sola. Dovete figurarvi che c’è gente che di mestiere aiuta le geishe a vestirsi, tanto è complicata la cosa. Al contrario però le prostitute allacciano l’obi davanti, con un nodo più semplice, poiché durante la notte sono costrette più volte a spogliarsi e a rivestirsi.

Ecco spiegato perché la geisha non è una donna di piacere.

Ed allora che cosa è, vi starete chiedendo voi.

Innanzitutto una geisha è un’artista, come viene spiegato in un altro passo importante del libro (e questa volta anche del film). Per diventare geisha occorre studiare parecchio, imparare la danza, la musica, la recitazione, ed è uno studio che è costante nel corso della vita. La geisha indossa kimono bellissimi e costosissimi, è sempre ben truccata e acconciata, ha un portamento elegante, movimenti aggraziati ed intrattiene gli uomini danzando, raccontando storie divertenti, inventando giochi, versando il the o il saké, ammiccando e via discorrendo. Ed esistono uomini che pagano ingenti somme per pregiarsi della loro compagnia. Ma la geisha non si concede agli uomini, giammai deve commettere un simile errore, perché la sua reputazione andrebbe rovinata. Le uniche volte che una geisha si concede sono in occasione del suo mizuage e per il suo danna.

Il mizuage altri non è che la perdita della verginità. In Giappone gli uomini erano disposti (non so se ancora oggi è così) a pagare ingenti somme per ottenere questo privilegio, finendo spesso per aprire delle aste al rilancio. Lo so che sembra strano, ma sono giapponesi!

Il danna invece è l’amante, ovvero l’unico che può avere rapporti sessuali con la sua geisha. Una gesiha può avere pochissimi danna nel corso della sua vita, perché troppi rovinerebbero la sua reputazione. Il danna paga una barca di soldi per avere questo privilegio, ed in più deve dispensare ingenti regali che spesso si traducono in gioielli o kimono.

Ma dietro a questo mondo così sbrilluccichevole, fatto di sorrisi, di ricchezze, di mistero, di poesia e di allegria, si nasconde un altro mondo, una orribile macchina infernale dentro la quale si impastano interessi economici, rivalità spesso atroci, invidie e tanta solitudine. Non si diventa geisha per scelta. Il più delle volte i genitori, costretti a vivere nella miseria, per garantire alla loro figlia un futuro migliore decidono di venderla ad un okiya, ovvero una casa di geishe, dove si vive in uno stato quasi di schiavitù ma dove, dopo un percorso assai duro e difficile, si può raggiungere una posizione tale da dimenticare che cosa è la povertà da cui si è venuti.

Questa, in maniera assai spiccia e semplicistica, è la mia spiegazione. Ovviamente vi invito a vedere il film ma soprattutto a leggere il libro, molto intenso oltre che dettagliato, che vi farà assaporare questo lungo percorso attraverso la storia della piccola Chio, destinata un giorno a diventare la geisha Sayuri. La storia si dipana a cavallo della seconda guerra mondiale e mostra in maniera chiara non soltanto la condizione della geisha, ma anche la dolorosa ed irrefrenabile corsa dei giapponesi verso l’occidentalizzazione. Mannaggia alla globalizzazione!!!


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lunedì, febbraio 11, 2008

Federico Moccia: come fare successo parlando di banalità

Premetto che non nutro una particolare stima nei confronti di Silvio Muccino. Non che mi abbia fatto qualcosa di particolare, ma ritengo che la sua faccia troppo da bravo ragazzo e quella lingua di pezza che ancora si porta dietro nonostante le cure, gli tolgono credibilità in molti dei suoi ruoli. Comunque non è di lui che volevo parlare oggi, e questo penso lo avevate già capito dal titolo del post. Il vero motivo per cui l’ho tirato in ballo è stata una sua affermazione in merito al fenomeno Moccia che mi permetto di riportare qui “In lui la gente trova quello che vuole sentirsi dire”.

Ora voi vi chiederete il perché di questa colta citazione. Ebbene era da parecchio tempo che mi domandavo il motivo di questo inspiegabile successo e finalmente il buon Muccino è riuscito ad illuminarmi. Ma a questo punto occorre che io faccia una seconda premessa per dare anche un senso a tutto ciò che sto per scrivere.

Di Moccia avevo sentito parlare già da tempo, ed in particolare del suo romanzo più celebre “Tre metri sopra il cielo” che gli ha dato tanta fama e tanta gloria. Lo vedevo sempre esposto in libreria ma per un motivo o per un altro, nonostante mi sia trovata sul punto di acquistarlo parecchie volte, alla fine non l’ho mai fatto. Il motivo del mio traviamento era scaturito da una lotta interiore molto agguerrita: se da un lato non amo i fenomeni di massa, dall’altro c’è una forte curiosità da parte mia nei confronti di tutte quelle cose che riescono ad ottenere un così grande successo. In poche parole mi piace capire il segreto di tanto successo,

avere una mia opinione personale e potere dire che una cosa è bella o brutta solo con cognizione di causa. È grazie a questa curiosità che ho letto “Il codice Da Vinci” di Dan Brown e posso affermare, adducendo tutte le motivazioni del caso, che non mi è piaciuto; ed è sempre grazie a questa curiosità che ho letto tutti i libri di Harry Potter e posso affermare, sempre in modo dettagliato, i motivi per cui mi è piaciuto. Quindi perché negare anche a Moccia il privilegio di passare sotto l’attento esame del mio giudizio?

L’occasione si è presentata qualche anno fa, quando in TV hanno dato, in prima visione, “Tre metri sopra il cielo”. Quella sera, tra l’altro, ero da sola a casa e non avevo niente di meglio da fare. Perché non approfittarne?

E così mi sono piazzata davanti il televisore con tutta la buona volontà necessaria, ma dopo un quarto d’ora ho iniziato a nutrire serie perplessità. Ho voluto continuare, facendomi del male volontariamente, ma già alla fine del primo tempo avevo preferito accendere il pc e chattare su C6! (per la cronaca, anche se la cosa non vi interesserà più di tanto, quella sera conobbi un ragazzo molto interessante, con il quale ci scrivemmo parecchie e-mail, e che poi ho perso di vista).

Ho trovato tutto così banale. È la più classica delle classiche storie d’amore tra una liceale (carina, molto brava ragazza, che va bene a scuola e non disubbidisce ai genitori) che finisce per innamorarsi del bulletto di quartiere, un ragazzo apparentemente molto violento, che va in giro con la sua moto ed il giubbotto di pelle a fare gare pericolose e a picchiare gli altri ragazzi. Insomma niente di nuovo che non sia già stato raccontato in Grease o addirittura in “Sentieri”.

Eppure, nonostante la banalità e la prevedibilità, Moccia gode di un successo strepitoso: tutti lo leggono, tutti guardano i suoi film al cinema e tutti attendono con ansia l’uscita di un suo nuovo libro. Perché? Inizialmente mi sono detta che forse ci troviamo di fronte al classico fenomeno adolescenziale (dopotutto le sue storie parlano di ragazzi molto giovani alle prese con i primi amori), ma se penso che la mia adolescenza l’ho passata a leggere Tolstoj e Dostojevski sinceramente mi viene un po’ da sorridere. Vabbè, forse le mie letture tanto adolescenziali non lo erano e magari, se mi fossi indirizzata su Moccia, forse oggi avrei avuto una visione più allegra e leggera della vita, ma che ci volete fare, ognuno ha i suoi difetti!!!

Ma comunque, per tornare al discorso di prima, i libri di Moccia non fanno altro che metterci di fronte a tutte quelle situazioni che noi tutti vorremmo vivere e che però non abbiamo il coraggio di fare: grandi amori, spesso impossibili e difficili, tra persone così diverse e così lontane tra loro, che nonostante tutto esplodono con tutta la loro forza e regalano quel giusto mix di passionalità e trasporto. Chi non vorrebbe vivere storie così? Chi non vorrebbe amare con tutto se stesso, perdere il lume della ragione, anzi addirittura prendere la ragione e buttarla in un cassonetto, per potersi abbandonare totalmente all’amore?

Ecco il perché di tanto successo. Perché poi, alla fine, quando arriviamo all’ultima pagina e leggiamo il finale, il libro lo chiudiamo, lo riponiamo nello scaffale della nostra libreria e torniamo alla nostra vita di sempre, fatta di quella ragione di cui, dopotutto, non possiamo fare a meno.


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martedì, gennaio 08, 2008

Arriva in Italia Harry Potter e i doni della Morte


5 mesi! Questo è il tempo necessario che abbiamo dovuto attendere per vedere pubblicato in italiano l’ultimo capitolo della saga di Harry Potter, “Harry Potter e i doni della morte”. Io mi ero illusa che già a luglio, in contemporanea mondiale, il libro potesse arrivare tradotto in tutte le librerie, ed invece non soltanto sono stata delusa, ma coloro che lo hanno letto in inglese non sono stati capaci di tenere la bocca cucita ed hanno spiattellato il finale. Ho cercato in tutti i modi di non ascoltare ma purtroppo mi è bastato accendere il TG per avere rivelato tutto, in pochi secondi, togliendomi il piacere della lettura.

Per questo l’uscita del volume in italiano ha avuto in me un impatto meno ricco di attesa rispetto alla versione in inglese. So già come finisce: e che piacere c’è? Dopo che mi sono letta gli altri 6 volumi tutto d’un fiato, dopo che ho gioito ed ho pianto per tutte le vicende che si sono susseguite, dopo tutto questo c’era nei confronti di questo ultimo atto un desiderio smodato di sapere come va a finire tutta la storia. Però saperla così, come una voce di corridoio, come un pettegolezzo volante, come un gossip rivelato con tanto ardore e compiacimento… Che tristezza!

Ma poi alla fine ci sono tante cose che ancora non so e che le scoprirò solo leggendo. Per esempio, quale mistero si cela dietro la figura di Piton? Insomma, è cattivo o buono? E poi perché si arriva a questo finale? Che cosa accade a tutti gli altri personaggi? Come andranno a finire le altre faccende?

Eh sì, lo ammetto, lo attendevo con ansia ed ero già pronta, la notte tra il 4 ed il 5 gennaio, a fiondarmi in libreria per comperare subito l’ultimo volume. Ma alle 8 di sera del 4 gennaio mi arriva una telefonata. È M. che mi dice di avere trovato una copia del libro nella libreria sotto casa mia.

“Che faccio lo prendo?” mi dice lui.

“Eh certo, prendilo!”.

E con 4 ore di anticipo, con una manovra scorretta del libraio, ho in mano l’ultimo volume e comincio a leggiucchiarlo. Però vado a vedere lo stesso l’apertura straordinaria delle librerie e non posso fare altro che pavoneggiarmi, di fronte a coloro che si accalcano, di avere già una copia del libro sul mio comodino e che già la sto leggendo…

mercoledì, settembre 19, 2007

L'albergo delle donne tristi

Titolo: L'albergo delle donne tristi
Autore Marcela Serrano

A Chiloè, un isola a sud dell’arcipelago del Cile, si trova un albergo molto particolare che offre ristoro a donne accomunate da un sentimento di fondo: la tristezza. Attraverso una serie di attività comuni ed individuali e soprattutto attraverso la catarsi, queste donne si liberano della loro tristezza e fanno ritorno alle loro case per riprendere la vita di sempre ma con uno spirito diverso.

Ma perché queste donne sono tristi? Il motivo sembra essere sempre lo stesso: gli uomini. Uomini che abbandonano le loro mogli per andare a vivere con donne più giovani; uomini che non si preoccupano neppure di mantenere i propri figli; uomini sempre più in difficoltà nei confronti della posizione della donna che diventa ogni giorno più forte.

Le donne infatti non sono più come un tempo. Oggi le donne studiano, lavorano, hanno carriere brillanti e ruoli di potere nella società; oggi le donne, nei rapporti con gli uomini, sono più decise, non aspettano il corteggiamento ma si fanno avanti, e anche nel sesso pretendono avere un ruolo da protagonista. Per questo gli uomini si sentono spiazzati, confusi, incapaci di agire di conseguenza: da un lato vedono messo in discussione il loro potere e dall’altro non sanno come comportarsi per adattarsi a questa nuova condizione.

Protagonista di questo romanzo è Floreana, studiosa di storia ed autrice di alcuni libri, che finisce in questo albergo per dimenticare 2 episodi che la rendono particolarmente triste: la morte prematura della sorella minore a causa di un tumore e l’ennesimo abbandono da parte di un uomo con conseguente decisione di votarsi per sempre alla castità. Ma le intenzioni non sempre poi trovano riscontro con la realtà e ben presto Floreana si troverà a dover mettere fortemente in discussione il suo buon proposito.

Lo stile della Serrano è fluido e scorrevole come sempre, tuttavia c’è un senso di tristezza che avvolge ogni pagina di questo libro e lo rende veramente pesante. Certo visto le premesse del titolo non ci si poteva di certo aspettare un libro comico o in qualche modo divertente, però questa tristezza che finiamo quasi per toccare con mano è una tristezza intrappolata in se stessa, che quasi si compiace delle sue tragiche sfumature e non vuole trovare una via di fuga. Floreana poi non fa altro che piangersi addosso, autocommiserarsi, togliere ogni pregio alla sua persona per attribuirlo alla fortuna e al caso. Ben presto si accorgerà di non essere l’unica persona al mondo ad avere subito la “cattiveria” degli uomini perché l’albergo è pieno di donne che hanno storie anche più strazianti della sua. E ben presto si accorgerà che la cattiveria non è solo degli uomini, ma anche delle donne che sanno manipolare gli uomini a loro piacimento per il semplice gusto di fare del male.

L’unico vero motivo che alla fine spinge il lettore ad arrivare alla fine del libro è l’esito di una storia d’amore troppo combattuta ed imprigionata in mille paure e problemi.

Il finale è scontato .



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mercoledì, marzo 28, 2007

Come Dio comanda

Titolo Come Dio comanda

Autore Ammaniti Niccolò

Dati 495 p., rilegato

Anno2006

Editore Mondadori


Varrano è un piccolo centro abitato nel nord-est d’Italia, attraversato da un fiume, circondato da boschi che nelle notti di pioggia riversano fango lungo le strade. Ed in questo piccolo centro le vite dei suoi abitanti scorrono in modo sempre uguale: Rino vive di piccoli lavoretti e cresce da solo il figlio dopo che la madre lo ha abbandonato quando aveva 3 mesi; Cristiano non vede l’ora di terminare gli studi per mettersi a lavorare e comperarsi una Play Station; Danilo annega nell’alcol il dolore per la perdita della figlia e l’abbandono della moglie; Corrado tenta da anni di terminare il suo presepe ed a causa del suo comportamento strano viene considerato “lo scemo del villaggio”; Beppe fa l’assistente sociale e soffoca l’amore per la moglie del suo migliore amico; Fabiana è la ragazza più bella della scuola e trascorre tutto il suo tempo libero con l’amica Esmeralda. Sono vite apparentemente semplici ma che nascondono tormenti interiori e spesso si consumano ai margini della “normalità”. E mentre sognano un futuro migliore si arrabattano per sopravvivere il presente, travolti da mille pensieri molesti e cupi.

Ma una notte molto strana, in cui il cielo ha deciso di versare su Varrano tutta l’acqua del mondo, i destini di queste persone finiscono per scontrarsi, e più nulla potrà mai essere come prima. La gente, con la stessa miscredenza di sempre, chiede a Dio un segno, un “miracolo” e Dio questa sera sembra essere magnanimo ed esaudisce le loro preghiere, infischiandosene della loro stupefazione. Ma siamo così sicuri che ciò che l’uomo chiede lo aiuti veramente ad essere felice? Non sempre è così perché quando è l’uomo a creare il suo destino, allora si finisce per spezzare un equilibrio ed ogni cosa sembra impazzire.

A distanza di 5 anni da “Io non ho paura”, Niccolò Ammaniti torna a stupirci con un altro romanzo forte ed intenso, con un ritmo narrativo incalzante che tiene il lettore incollato alle pagine fino alla fine e lascia senza fiato. Protagonista (come sempre accade nelle storie di Ammaniti) un ragazzino di 13 anni, Cristiano, che vive in un contesto per nulla sereno, con un padre un po’ fuori dalle righe, in una casa dove praticamente manca tutto! Ma tra Cristiano e suo padre c’è un legame viscerale, un bisogno l’uno dell’altro, perché entrambi sanno di non avere nessuno al mondo e che senza l’altro nulla avrebbe più un senso. E sarà proprio il loro amore a salvare le loro vite.

Ammaniti scrive molto bene, è un abile intrecciatore di storie e di vite e questo lui lo sa benissimo, sempre più diventa consapevole di questa sua dote straordinaria. Tuttavia, forse questa sua consapevolezza, lo porta a volte ad eccedere, a diventare quasi prevedibile in alcune forme letterarie, come se volesse ripetere se stesso. La storia poi, sebbene molto intensa e originale, in alcuni tratti ci ricorda un po’ troppo situazioni analoghe ai romanzi precedenti. Vero è che dopo avere letto un romanzo così bello come “Ti prendo e ti porto via”, qualunque altra cosa può apparire banale al confronto, ma stavolta possiamo dire che il finale è più significativo, meno campato in aria e sebbene tante cose restano in sospeso, si ha l’impressione che tutto si sistemerà per il meglio perché l’amore ha trionfato.

Se in un libro cercate un momento di relax, allora ve lo sconsiglio fortemente. Ma se cercate emozioni forti, allora questo libro fa al caso vostro.

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lunedì, marzo 05, 2007

L'amore ai tempi del colera

Dopo aver impiegato 4 anni per leggere “Cent’anni di solitudine” (libro che è valso al suo autore l‘assegnazione del premio Nobel per la letteratura nel 1982) non avrei mai pensato di prendere tra le mani un altro romanzo di Gabriel Garcìa Marquez, ed invece, affascinata dalle parole della mia amica Betty che me ne ha parlato assai bene, sono corsa in libreria per comperare “L’amore ai tempi del colera”. Questa volta ci ho impiegato 3 mesi per finirlo (tempo ancora piuttosto lungo ma forse necessario per riuscire ad assimilare una storia così intensa che è entrata dentro di me a poco a poco), ma devo ammettere che ne è valsa assolutamente la pena. Al centro della vicenda, che si svolge nella zona calda ed umida dei Carabi, 3 persone, legate tra di loro dall’amore.

Come si fa ad amare una donna per più di 50 anni, aspettarla con pazienza, corteggiarla con delicatezza e sacrificare la propria esistenza in attesa che arrivi il giorno propizio in cui lei finalmente dirà di sì? ebbene tutto ciò accade in questo romanzo che è si una storia d’amore, ma non è il solito amore melenso e sdolcinato, o quello condito da tragici eventi che avvicinano ed allontanano i protagonisti, bensì un amore intenso, passionale, sincero e vissuto a tal punto da avvertire sintomi simili a quelli generati dal colera.

Fiorentino Ariza, Juvenal Urbino e Fermina Daza sono tre persone molto diverse, ognuno con la propria personalità, fierezza, orgoglio, fermezza, moralità ed impegno. Le loro vicende si intrecciano, le loro esistenze vengono condizionate da incontri casuali che cambiano il corso della vita; da scelte più o meno giuste che portano a determinate conseguenze; da errori di valutazione che generano malesseri e ripensamenti. Il tutto si svolge in una terra condizionata da un clima caldo e poco vivibile, da una nazione devastata da continue guerre civili, da un periodo storico a cavallo tra l’800 ed il ‘900, che appena si affaccia al progresso e alla modernizzazione.

Come in tutte le storie scritte da sudamericani, e soprattutto come in tutte le storie di Marquez, la passionalità, il trasporto, l’intensità e il calore, sono elementi che si toccano con mano, pagina dopo pagina, attraverso le lunghe e minuziose descrizioni, attraverso parole forti, a volte anche dure, ma che penetrano dentro l’essenza delle cose, senza lasciare nulla all’interpretazione.

Un romanzo di non facile lettura, ma indubbiamente un capolavoro assoluto ed indiscutibile.



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martedì, febbraio 20, 2007

Il Codice Da Vinci


Il motivo principale che mi ha spinta a leggere “Il codice Da Vinci” è stata l’enorme curiosità sviluppatasi attorno a questo romanzo definito da molti un capolavoro assoluto, il libro mastro della verità. La curiosità, si sa, smuove più delle minacce ed è per questo che mi sono avventurata in questa lettura a me piuttosto insolita.
Sono due le considerazioni che si possono fare attorno a questo romanzo: una riguardo al contenuto ed una riguardo alla forma.
Dan Brown è uno storico e come tale ha fatto delle ricerche abbastanza approfondite su un argomento piuttosto delicato: la vita di Gesù Cristo. Attraverso letture di libri poco noti, molti dei quali banditi dalla Chiesa, è emerso che Gesù si fosse sposato con la Maddalena,che abbia avuto dei figli e che la sua stirpe potrebbe ancora oggi essere viva e protetta da una setta. Ops, forse vi ho detto troppo relativamente alla trama, ma a dire il vero credo siano davvero in pochi coloro che non sono stati vinti dalla curiosità come me. Ma torniamo alla trama.
Dunque, se Gesù ha avuto una moglie e dei figli, la domanda nasce spontanea: per quale motivo è stato tenuto nascosto? Perché nelle letture sacre questo aspetto non viene menzionato? E per quale motivo la Chiesa si sarebbe prodigata a tal punto da nascondere e perseguire tutti coloro che sostenevano questa verità? Domande a cui è difficile trovare una risposta. Una delle motivazioni che vengono fornite all’interno del libro riguarda la posizione della donna che la Chiesa ha voluto tenere sottomessa all’uomo. La figura di Maria Maddalena, da moglie di Cristo, viene declassata a prostituta che si redime e conduce una vita dimessa, al servizio degli altri. Tesi avvalorata poi durante il Medioevo, quando le donne venivano considerate dei demoni potenziali e, al minimo sospetto, bruciate sul rogo come streghe. Tutte considerazioni plausibili che però ci lasciano perplessi: dopotutto attuare uno sterminio solo per creare una società patriarcale ci sembra una motivazione poco valida.
Possiamo credere o non credere alle parole di Dan Brown, che tra l’altro fa un’ipotesi e la accompagna con riferimenti a testi, ma tutto questo, dal punto di vista di un credente, cambia davvero poco. In fin dei conti gli insegnamenti di Cristo rimarrebbero tali e quali ed anzi si finirebbe per dare maggiore valore al matrimonio consacrato. Quello che ci atterrisce invece è l’eventuale comportamento della Chiesa e le sue infinite ed oscure manovre. Cose che in ogni caso non sapremo mai. Alla fine, come lo stesso autore finisce per dire, quello che conta in una religione non è credere in qualcosa che sia veramente accaduto, ma credere.
Per quanto invece riguarda la forma prettamente letteraria del romanzo, sono parecchie le perplessità che vorrei sollevare. Dan Brown è uno storico e come tale si è prodigato nella ricerca di informazioni relative ad un particolare argomento. Dopo avere raccolto molteplici testimonianze contrastanti ha deciso di scrivere un libro. Ma se avesse scritto l’ennesimo trattato storico, avrebbe finito per arricchire la biblioteca di testi dedicati solo ad una nicchia, escludendo di fatto tutti coloro che si addormentano dopo le prime 3 righe di qualunque testo storico. Ecco perché l’idea (geniale) del romanzo. Quale modo migliore di raccontare una scabrosa verità condendola con una storia parallela, fatta di suspance, inseguimenti, verità che saltano all’improvviso e qualche morto qua e là? Un colpo di genio che è valso milioni di dollari. Ma Dan Brown è uno storico, non un romanziere, e questo si nota ad ogni pagina del libro: molti periodi inframmezzati da una punteggiatura costante e fastidiosa; un modo di raccontare gli episodi condendoli con inutili giri di parole che cercano, innanzitutto, di allungare la storia e, in secondo luogo, di rimandare il proseguimento della storia ad una decina di capitoli successivi. In questo modo si è indotti a leggere fino alla scoperta della verità, ma con una suspence che è più curiosità infastidita.
Di thriller c’è ben poco perché tutta l’azione è abbastanza scontata, tipica da film americano. Sembra di leggere più un copione che un romanzo. Per chi è un purista della letteratura, come me, non può che soffrire questo stile così banale e dilettantistico di tenere altro il ritmo narrativo. Per chi crede che a fare la bellezza di un romanzo non è la storia ma il modo in cui viene scritto, non può che rimanere deluso dal fatto che il libro più venduto degli ultimi anni sia scritto da chi non sa scrivere.

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lunedì, febbraio 19, 2007

Il Signore degli Anelli

Titolo: Il Signore degli anelli
Autore: J.R.R. Tolkien

Se pensate di conoscere tutto su “Il Signore degli Anelli” solo perché avete visto decine di volte la trilogia cinematografica di Peter Jackson, allora vi sbagliate di grosso perché si può dire che conoscete per meta la metà di questa storia, e per metà di essa nutrite la metà dell’interesse che merita… Questo romanzo, scritto e pubblicato da John Ronald Reuel Tolkien tra il 1954 e il 1955, è considerato non solo il capolavoro assoluto del genere fantasy, ma uno dei capolavori della letteratura mondiale di sempre. Una vicenda molto articolata, intensa, affascinate, travolgente e appassionante che riesce a tenere il lettore sempre attento e vigile, completamente assorbito dal ritmo narrativo, a volte più lento e descrittivo, altre volte più concitato e da brivido.
Tolkien è considerato anche uno dei maggiori studiosi della letteratura anglosassone e medioevale. Affascinato da questo contesto ha deciso di scrivere una storia ambientata in un mondo di pura fantasia, molto simile a quello cavalleresco, e popolato da tante e strane creature: ci sono gli uomini, esseri mortali, attratti dal potere che, tuttavia, finisce per renderli schiavi; ci sono gli elfi, esseri immortali e bellissimi, capaci di comporre versi poetici sublimi e allo stesso tempo di essere valorosi combattenti in battaglia; ci sono i nani, grandi scavatori di miniere e avidi di oro e argento; ed infine ci sono gli Ent, specie di alberi dalle sembianze umane (o uomini dalle sembianze di albero?). Ma per diversi secoli il mondo ha ignorato l’esistenza degli hobbits, i “mezz’uomini”, creature pacifiche e tranquille, che vivevano nella Contea, lontani e disinteressati da tutto ciò che accadeva nel resto della Terra. Eppure saranno proprio loro, gli hobbits, a salvare il mondo dal Male.

Tutta la vicenda ruota attorno ad un anello, un piccolo oggetto capace di conferire a chi lo indossa un enorme potere. L’anello fu costruito per Sauron, signore del male, che lo adoperò per governare il mondo intero, fino a quando lo perse ed egli sembrò addormentarsi per sempre. Ma l’anello brama di tornare al dito del suo padrone ed il male si risveglia. L’anello vive di vita propria, induce gli uomini in tentazione, confonde le loro menti, annulla la loro volontà e fa dimenticare loro ogni contatto con la vita reale. Sarà Frodo Baggins, un hobbit, incaricato di riportare l’anello a Mordor, luogo in cui fu costruito, e distruggerlo per sempre. L’impresa pare delle più ardue: partito con una compagnia di 9 elementi, dovrà affrontare migliaia di pericoli e agguati. Braccato dai Nazgul (cavalieri neri schiavi di Sauron), tra mille peripezie, tradimenti, divisioni, perdite e battaglie, l’impresa sarà compiuta, non senza un finale più che rocambolesco che sembra quasi vanificare tutti gli enormi sforzi compiuti.

Una storia immensa, che ha dell’incredibile, specie se pensiamo all’infinità di personaggi, con le loro enormi stirpi e vicende che si intrecciano, si avvicinano e si allontanano, per poi ricongiungersi nuovamente. Il tutto senza mai cadere in contraddizione, come se la vicenda fosse davvero accaduta e Tolkien fosse un semplice narratore, e non l’architetto e inventore di tutto.

Molti quindi i personaggi che animano la storia, a cominciare dai 9 elementi della Compagnia dell’Anello, formatasi per compiere la difficilissima missione di distruggere l’anello: Frodo, il portatore dell’anello, un hobbit pacifico e tranquillo, improvvisamente investito dalla responsabilità di salvare il mondo; Samvise, servitore di Frodo, compagno fedele fino alla fine e, per molti versi, vero eroe della vicenda; Merry e Pipino, giovani cugini di Frodo che torneranno dalla missione più cresciuti (in tutti i sensi!); Aragorn, discendente diretto di Isildur ed erede al trono di Gondor, consapevole che il suo destino sta per compiersi; Boromir, figlio del sovrintendente di Gondor, uomo forte e coraggioso ma troppo debole per resistere alle tentazioni dell’anello; Legolas, elfo dei boschi, dotato di una vista molto acuta e grande arciere; Gimli il nano, grande maneggiatore di asce; e Gandalf il Grigio, che poi diventa Gandalf il Bianco, uno stregone saggio che sa sempre la cosa giusta da fare. Attorno a loro gravitano centinaia di personaggi le cui vicende sono così profonde e coinvolgenti che si finisce per considerarli come degli amici! Ma il personaggio più emblematico di tutta la vicenda è Gollum, colui che ha tenuto nascosto l’anello per 500 anni e che tenterà di riprendersi il suo “tesoro”. Gollum un tempo era una specie di hobbit di nome Smeagle, la cui vita viene sconvolta dal ritrovamento dell’anello del potere. Da quel momento egli compirà crimini e misfatti, vivrà in luoghi bui e coverà dentro di sé il male, fino a diventarne completamente schiavo. Ma Smeagle, la parte buona, non è del tutto sparita e tornerà spesso a galla, dando vita ad un fantastico dialogo interiore, come quando l’inconscio parla con la coscienza. E la sua fine sarà ancora più emblematica.

Il libro è diviso a sua volta in tre libri: La Compagnia dell’Anello, Le due Torri e Il ritorno del Re. Inoltre, alla fine del libro, si trova un’interessantissima appendice letteraria che spiega un po’ l’origine e la vita delle varie dinastie, fino al raggiungimento dei tempi in cui si svolge la vicenda dell’anello. Tra i momenti narrativi più concitati citiamo l’attraversamento delle Miniere di Moria e la guerra di Condor; tra i momenti più emozionanti la morte di alcuni personaggi che si sono sacrificati per la missione.

Quale è la morale o l’essenza di questo romanzo? Potremmo dire l’eterna lotta tra il Bene e il Male, ma sarebbe un'interpretazione troppo superficiale. C'è una linea sottile che divide il bene dal male e questa linea sottile si chiama "saggezza". Ogni creatura vivente, sia essa anche la più buona, trovandosi di fronte al richiamo del potere, ne viene attratta, fino a diventarne succube. Solo la saggezza tiene gli uomini lontani dal suo richiamo e quindi a rimanere integri.
Ma quello che più colpisce in questo romanzo è l’unione, quel senso di fraternità che unisce creature completamente diverse tra loro, a volte anche i contrasto, che non solo combattono fianco a fianco per lo stesso scopo, ma finiscono per diventare grandi amici.

Articolo pubblicato su Mediatroupe

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Arrivederci piccole donne

Titolo: Arrivederci piccole donne
Autore: Marcela Serrano

Difficile trovare qualcuno che non conosca la storia delle quattro sorelle March, nate dalla penna di Louisa May Alcott e protagoniste non solo del suo romanzo più famoso, “Piccole donne”, ma anche di molteplici sceneggiature ad esso ispiratesi. La storia di 4 ragazzine che, vivendo un contesto storico non felice ed una condizione sociale non ottimale, sognano un futuro migliore, diventando delle donne realizzate, ognuna con aspirazioni differenti. Ma che cosa succede quando questi sogni si realizzano senza però portare quella gioia tanto sperata ma tutte le conseguenze del caso, a volte dolorose, a volte faticose, a volte difficili? Questo è quello che ci racconta Marcela Serrano nel suo personale remake del romanzo più letto dalle donne in età giovanile.

Protagoniste questa volta non quattro sorelle ma quattro cugine, che vivono come delle sorelle e che costruiscono il loro rapporto nelle lunghe estati passate al Pueblo, la segheria di famiglia, lasciata in eredità dal nonno e gestita da una zia. Lo scenario è il Cile, a cavallo del colpo di stato dell’11 settembre del 1978. Ognuna di loro incarna una delle sorelle March: Nieves, la più grande, come Meg, sogna di sposare l’uomo della sua vita, di fare tanti figli e vivere la propria condizione di moglie e madre; Ada, come Jo, è l’anticonformista del gruppo, ama scrivere, più di ogni altra cosa, sogna di diventare una scrittrice, porta i capelli corti e non indossa mai abiti femminili; Luz, come Beth, sogna di fare del bene al mondo intero, aiutando i più deboli e gli indifesi, anteponendo la loro vita alla propria; Lola, come Amy, sogna di diventare ricca e amata dagli uomini, lei che è così bella e così tenace. Ebbene tutte e quattro realizzeranno i loro sogni, ma si vedranno costrette a fronteggiare anche i cosiddetti “risvolti della medaglia”, quel quotidiano fatto anche di responsabilità e delle conseguenze delle rispettive scelte.

Un romanzo che quindi, a differenza di “Piccole donne”, si proietta in uno scenario più adulto, più realistico, più duro e senza troppi fronzoli. La vita è fatta di tutto questo ed i ricordi di infanzia, per quanto belli e profondi possano essere, restano appunto dei ricordi e nulla più, destinati a segnare la vita come un fardello da portare dietro per sempre. Il romanzo, che ha inizio nel 2002, quando le cugine sono già adulte, ripercorre come una specie di lungo ricordo tutti gli anni precedenti, ed in particolare l’ultima estate trascorsa al Pueblo in cui prima i risvolti sentimentali di alcuni dei protagonisti e poi la rivoluzione costringerà ad un cambiamento radicale alle vite di ognuna di loro, irrimediabilmente.

Una storia quindi che parla di donne, della loro forza e della loro debolezza, dei loro sentimenti, delle loro invidie, delle loro rivalità, come quella tra Ada e Lola per il cugino Oliverio, unico uomo protagonista della vicenda e che, seppure in maniera marginale, vivrà il suo dramma attraverso gli occhi delle donne che lo circondano. Che cosa resta alla fine quando essere diventata madre ti ha precluso ogni altro tipo di esperienza; quando essere anticonformisti ti ha isolato dal mondo intero; quando essere diventati buoni ti ha impedito di godere della tua vita; quando essere diventati ricchi non ti ha comunque dato la felicita? Che cosa resta se non tornare alla ricerca di quel passato, quando tutto ancora poteva essere e quando si poteva ancora sognare? Ma il passato porta sempre con sé tanta malinconia, e forse è meglio lasciarlo lì dove è piuttosto che vedere come tutto sia cambiato.

Molto amaro il finale.


Articolo pubblicato su Mediatroupe