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lunedì, novembre 02, 2015

Io che amo solo te

Certe cose ti inseguono a tal punto che prima o poi finisci per essere acciuffato. Avevo visto questo romanzo di Luca Bianchini in libreria già diverso tempo fa, praticamente quando uscì e, sebbene fossi attratta dalle innumerevoli recensioni positive, la lettura della trama non mi aveva del tutto entusiasmata. L'avevo un po' relegato nella lista dei "romanzi leggeri" magari da leggere quando si ha voglia di distrarsi, e per tale motivo è rimasto lì, in libreria, in attesa che mi decidessi a comprarlo.
Poi sabato scorso degli amici ci invitano al cinema a guardare proprio la trasposizione cinematografica di questo romanzo di successo e, complice quella famosa voglia di distrarsi che in effetti negli ultimi tempi si è fatta sempre più preponderante, ho ceduto alla tentazione e sono andata a vederlo.
Confermo che la trama non è nulla di così innovativo. Si tratta di una commedia romantica leggera e divertente, come ce ne possono (e ce ne sono) tante in giro. Protagonista l'amore in svariate sfaccettature, come quello tra due giovani che si apprestano al matrimonio tra mille dubbi e ripensamenti, o come quello tra due persone non più giovanissime ma che a causa dei pregiudizi hanno dovuto rinunciare alla propria felicità. Tuttavia a volte a fare la differenza sono altri aspetti, come la capacità di raccontare, personaggi attuali e ben strutturati, un contesto pittoresco come quello del sud Italia, cieli azzurri che mi hanno quasi fatto dimenticare la pioggia scrosciante fuori dal cinema, attori molto bravi ed un paio di ore durante le quali  ti rilassi e ti diverti in modo intelligente ed ironico.
Devo ammettere che sempre più sto apprezzando il cinema italiano rispetto a quello americano, specie se nel cast ci sono attori davvero molto bravi come l'intramontabile Michele Placido, la sempre divertente Luciana Littizzetto, Riccardo Scamarcio (la cui visione vale il prezzo del biglietto!) che trovo molto più a suo agio in ruoli comici che seri, e tanti altri ancora.
A questo punto non mi resta che cedere definitivamente alla tentazione e leggere qualche altro romanzo di Luca Bianchini.

lunedì, giugno 15, 2015

Grace di Monaco


Dite la verità: almeno una volta nella vita, magari da bambina, non avete desiderato sposare il principe azzurro e vivere per sempre la vostra favola dentro uno spettacolare castello? L'idea è intrigante ed il suo fascino cattura l'attenzione, ma sarà davvero tutto oro ciò che luccica? Sarà davvero per sempre felici e contenti?
In effetti il grande schermo ha portato più volte all'attenzione storie di "principesse tristi", da Maria Antonietta a Diana. Storie di donne "costrette" a vivere in una prigione dorata, fatta si di abiti sfarzosi, feste e tanto benessere, ma a che prezzo?  Perché quando devi smettere di essere te stessa e comportarti solo da principessa, moglie e madre, rispettando tutte le regole che sono state imposte al tuo ruolo; quando ti viene impedito anche solo di esprimere una tua opinione; quando ti accorgi che hai perso per sempre la libertà, l'oro smette di luccicare e il quotidiano diventa una pesante croce da portare.
Ed è proprio sulla falsa riga di questo genere cinematografico che Grace di Monaco si dipana almeno per la metà del film. Grace Kelly, stimata attrice holliwoodiana, vincitrice di un premio oscar, ad un certo punto decide di abbandonare tutto e vivere la sua favola accanto al principe Ranieri di Monaco. Ma la favola dura poco e Grace si sente intrappolata in una vita che non le appartiene e che le impedisce di essere se stessa. E poi le manca il cinema, il suo mondo, quello che sa fare meglio.
Eppure la sua infelicità finirà quando si renderà conto che il ruolo più affascinante e più difficile da interpretare è proprio quello che sta vivendo,, il ruolo di principessa e moglie di un uomo impegnato a proteggere gli interessi del proprio paese. A questo punto la connotazione fiabesca comincia nuovamente a prendere forma ed il film cambia registro.

Devo ammettere che questo film mi è piaciuto molto, contrariamente alle aspettative che avevo in merito, anche se il mio consenso non è pieno al 100%. Mi sono sentita in qualche modo risucchiata dall'atmosfera quasi claustrofobica del primo tempo, dettata dall'ansia di Grace, impegnata a cercare di dare un senso alla sua vita ed intrappolata ad un bivio: se resto sarò infelice per sempre, ma se scappo non rivedrò mai più i miei figli. Non mi ha invece emozionato il lato fiabesco, che invece mi è sembrato un po' forzato e poco coinvolgente. Se il senso voleva essere che con l'amore e la volontà si ottiene sempre tutto, allora non l'ho colto.
Bravissima Nicole Kidman, attrice stimatissima che fino ad ora non mi ha mai convinta. In questa pellicola invece mi è piaciuta molto.

giovedì, marzo 05, 2015

La teoria del tutto


Pur non avendo una conoscenza approfondita del suo lavoro ho sempre stimato Stephen Hawking, sia per il contributo dato alla scienza sia per la capacità di affrontare e gestire una così grave malattia che nella maggior parte dei casi toglie molto alla dignità umana. Ma quando lo scorso anno l'ho visto comparire in alcuni episodi di The Big Bang Theory ho capito che dentro a quest'uomo non c'è solo genialità ma una capacità di autoironia davvero sorprendente, in grado di dare una lezione di vita a tanti. Perché un uomo che non si arrende al destino, ma lo combatte, riesce a comunicare così tanto e rimane sempre una persona così piena di vitalità e voglia di ridere allora è davvero una persona speciale.
Ed è per questo che quando è uscito il film dedicato alla sua vita non ho potuto fare a meno di andarlo a vedere. Sarò sincera, non è stato facile, una serie di contrattempi mi hanno fatto rimandare più volte ma ciò che conta è arrivare all'obiettivo finale.
Il film, tratto dal romanzo di Jane Hawking, prima moglie di Stephen, dal titolo "Verso l'infinito, la mia vita con Stephen", è molto toccante e racconta gli anni difficili in cui Hawking scopre di essere affetto da una terribile malattia che lo porterà alla paralisi totale e fino alla morte nel giro di due anni. Hawking, a quel tempo brillante studente universitario ventenne, accoglie la notizia con un certo sconcerto ma sarà sempre circondato dall'amore delle persone care che  lo sosterranno e lo aiuteranno ad arrivare alle sue rivoluzionarie scoperte scientifiche che lo hanno reso famoso.
Il film racconta la storia d'amore tra Stephen e Jane, che decidono di sposarsi e creare una famiglia nonostante le avversità e le innumerevoli difficoltà che la malattia porrà loro. Due personalità molto forti, caparbie, decise, che non si arrendono mai. Da un lato Jane, la moglie, che rinuncia ad avere una vita "normale" pur di stare accanto all'uomo che ama; Jane che si sobbarca sulle spalle tutto il peso della famiglia; Jane che sopprime i sentimenti che prova per un altro uomo; Jane che impone ai medici di non staccare la spina quando Stephen sta per morire e gli da una seconda chance di vita. Dall'altro Stephen, una mente geniale, di quelle che non hanno bisogno di stare ore ed ore sui libri a studiare; Stephen che non si arrende e ci dimostra che il cervello è la parte più importante del nostro corpo e grazie ad esso possiamo superare tutti gli ostacoli; Stephen che continuerà il suo lavoro imperterrito.
La storia ci insegna che dietro un grande uomo si nasconde una grande donna. Alla fine il merito se lo prende sempre l'uomo, perché la donna ha un ruolo talmente marginale che spesso non è neppure necessario nominarla. Ma senza l'amore di Jane, Stephen sarebbe mai riuscito ad arrivare fin dove è arrivato?

giovedì, febbraio 26, 2015

Il matrimonio che vorrei

Ieri sera facendo zapping in tv mi sono imbattuta in un film molto carino che mi è piaciuto tanto. Il titolo non faceva presagire nulla di buono: "Il matrimonio che vorrei", mi sembrava la solita commedia romantica ricca di smancerie e situazioni inverosimili, con tanto di lieto fine e sdolcinata da fare venire il diabete. Poi leggendo la trama ho scoperto che la protagonista è Maryl Streep, una delle mie attrici preferite, ed allora mi sono decisa a guardarlo. Ed ho fatto bene!
Il film in realtà è davvero una commedia romantica ma tratta tematiche interessanti, come l'evoluzione di una coppia con alle spalle parecchi anni di matrimonio. Key e Arnold sono sposati da 31 anni e vivono una esistenza tranquilla e serena. Ma da quando i figli si sono sposati a loro volta e quindi sono andati via di casa Key, una donna timida ma dal carattere risoluto, si sente molto inquieta. Si rende che la convivenza con il marito è stata fin troppo assorbita dalla routine, che si limitano a vivere sotto lo stesso tetto ma non hanno più nessun contatto fisico, neppure una carezza o uno sguardo. Decisa a ravvivare la passione oramai morta e defunta, Key si rivolge ad un noto consulente, coinvolgendo il marito che si mostra riluttante e contrariato. Riuscirà la consulenza a ravvivare questo matrimonio?
Il film è davvero molto gradevole ed anche se la maggior parte delle argomentazioni ruotano attorno al sesso, non scade mai nella banalità, nel ridicolo, nell'ilarità. Il rischio di un'assurda parodia è stato scampato e questo lo si deve innanzitutto ad una sapiente regia, ma soprattutto alla bravura dei suoi interpreti.
Come detto prima la protagonista, Key, è interpretata dalla sempre straordinaria Maryl Streep. Io non capisco come faccia questa donna ogni volta ad interpretare ruoli sempre differenti e ad essere sempre naturale e a suo agio. Da Kramer contro Kramer, a La morte ti fa bella, da I ponti di Madison County a Iron Lady; da Il diavolo veste Prada a Julie & Julia; da Prime a La casa degli spiriti. Ruoli drammatici, comici, impegnativi, leggeri per lei non sono un problema. Ogni volta è sempre brava, credibili, perfettamente centrata nel ruolo. Non a caso ha vinto 3 Oscar ed ha avuto 19 nomination. Una garanzia.
Il marito Arnold è interpretato dall'ottimo Tommy Lee Jones, capace di mostrare le sfaccettature di questo uomo all'inizio distaccato e rassegnato alla routine, poi romantico e innamorato.
Il regista è David Frankel, quello de Il diavolo veste Prada.
Le risate sono assicurate, ma allo stesso tempo non mancano i punti di riflessione.Perché anche se si è sposati da tantissimo tempo non bisogna mai lasciarsi andare alla routine e alla noia, ma occorre sempre trovare un po' di tempo da dedicare al nostro compagno, e ricordargli quanto sia importante per noi.

lunedì, gennaio 07, 2013

La migliore offerta

In ogni falso si nasconde sempre qualcosa di autentico!

Regia: Giuseppe Tornatore

Cast Geoffrey RushJim SturgessSylvia HoeksDonald SutherlandPhilip Jackson.

Titolo originale The Best Offer.

Genere: Drammatico

Durata 124 min.

Italia 2012

Warner Bros Italia 

uscita martedì 1 gennaio 2013

Può un uomo, esperto d'arte, capace di distinguere un opera autentica da un falso anche ad occhi chiusi, riuscire a distinguere il vero ed il falso anche nella vita di tutti i giorni? Esiste anche un falso nei sentimenti? E se si, come si fa a capirlo?
Questo il tema portante del nuovo film di Giuseppe Tornatore, "La migliore offerta", al cinema dal 1 gennaio 2013. Abbandonata la tanto amata sicilianeità che abbiamo ammirato ed apprezzato in pellicole come "Nuovo Cinema Paradiso", "Malena" e "Baaria", Tornatore si dedica ad un genere un po' diverso, che molto mi ricorda lo stile misterioso, cupo ed un po' angosciante che avevo avuto modo di vedere in "La sconosciuta".
Protagonista della vicenda è Virgil Oldman, sessantenne antiquario interpretato da un bravissimo Geoffrey Rush, attore specializzato in ruoli un po' eccentrici. E' stato il pianista tormentato di Shine, il simpatico ed imbroglione capitano Barbossa in Pirati dei Caraibi, ed il logopedista di re Giorgio ne "Il discorso del re" (ruolo per il quale ha vinto l'oscar come migliore attore non protagonista).
Innamorato dell'arte e di ritratti femminili, Virgil trascorre la sua vita a fare valutazioni di opere d'arte che poi vende con successo alle aste. Ma la sua esistenza fatta di abitudini e certezze sta per essere stravolta dall'incontro con una giovane e misteriosa donna, affetta da agorafobia, che diventerà il centro di tutte le sue attenzioni. Per più di 100 minuti si ha l'impressione di assistere ad una storia d'amore, bella e particolare, delicata e forte allo stesso tempo, che si dipana tra polvere, vecchi oggetti, antiche ville, misteriosi marchingegni, lussuose sale d'asta con ricchi collezionisti.
Una storia d'amore tra 2 persone molto diverse tra loro, ma accomunate dalla solitudine e dalla fragilità dei sentimenti. Due persone che non amano stare in mezzo alla gente; due persone che ogni sera cenano da sole; due persone che non conoscono l'amore.

Ma il finale è di quelli che ti lasciano senza parole e la verità, con tutti i suoi sofisticati inganni, è difficile e troppo amara per essere accettata. Nonostante siano trascorsi 2 giorni dalla visione del film, non sono ancora riuscita a riprendermi dallo shock! Non ci posso pensare, è una cosa che ti lascia a bocca aperta ed è davvero difficile farla richiudere.
Non aggiungo altro per non rovinare la sorpresa a chi non lo ha ancora visto, ma sconsiglio la visione ai deboli di cuore....
Con questo film, interamente girato in lingua inglese con attori stranieri, Tornatore vuole andare alla conquista del pubblico americano, che ha già conquistato ai tempi dell'oscar per Nuovo Cinema Paradiso. Cast straniero, ma lo staff tecnico è tutto italiano, un orgoglio italiano.
Film bellissimo, ambizioso e coraggioso, di grande effetto, costruito in modo egregio, cupo, a tratti noire, misterioso ed angosciante al punto giusto, con una storia ti ti tiene incollato allo schermo per 2 ore, senza stancare, senza annoiare e sempre con il fiato sospeso. Si perché anche se alla fine tutto sembra andare per il verso giusto, lo senti che prima o poi dovrà accadere qualcosa di veramente forte e sconvolgete, lo avverti, lo percepisci, ne sei praticamente certo. E quando finalmente accade, hai la sensazione di essere andato a sbattere contro un palo che non avevi visto. Una botta fortissima, peggio di una doccia fredda, perché davvero non te lo aspetti.
Nel cast troviamo un invecchiato Donald Suterland, nel ruolo dell'amico Billy; la giovane Sylvia Hoeks che interpreta la bella e misteriosa Claire; Jim Sturgess, donnaiolo genio della meccanica. Personaggi chiave da tenere sott'occhio! a basta, vi sto svelando troppo.


mercoledì, dicembre 26, 2012

Lo Hobbit


Genere: Fantastico

Regia:  Peter Jackson

Cast:  Ian McKellen, Martin Freeman, Richard Armitage, James Nesbitt, Ken Stott. «continua Sylvester McCoy, Barry Humphries, Cate Blanchett, Ian Holm, Christopher Lee, Hugo Weaving, Elijah Wood, Andy Serkis, Aidan Turner, Dean O'Gorman, Graham McTavish, Adam Brown, Peter Hambleton, John Callen, Mark Hadlow, Jed Brophy, William Kircher, Stephen Hunter

Durata: 164 min.

USA/ Nuova Zelanda 2012


Da quanto tempo non andavo al cinema? Parecchio, troppo per i miei gusti. Pochi giorni fa ho deciso di rompere gli indugi e di tornare a sedere davanti il grande schermo e l'ho fatto andando a vedere uno dei film che attendevo di più, ovvero "Lo Hobbit".
Si tratta del prequel de "Il Signore degli Anelli", sempre che di prequel si possa parlare, e narra le avventure di un giovane Bilbo Beggins e di come è venuto in possesso dell'anello del potere. Tratto sempre da un romanzo di Tolkien, e con la regia sempre di Peter Jackson, questa storia ci riporta indietro nel tempo e ci fa conoscere situazioni e personaggi sotto un'ottica diversa.
Bilbo è un hobbit tranquillo, come tutti gli hobbit della contea, che trascorre le proprie giornate a fumare erba pipa, a rimpinzare le scorte alimentari con i cibi più succulenti, a custodire centrini e porcellane di famiglia e a sfuggire da tutto ciò che potrebbe sottrarlo alla sua tranquilla e pacifica routine quotidiana. Ma un giorno viene coinvolto suo malgrado in un avventura tutt'altro che tranquilla, per aiutare i nani, guidati dal coraggioso ed orgoglioso re Thorin Scudodiquercia, a riavere la propria terra e la propria casa, perduta diversi anni prima.



Dopo un primo tempo un po' troppo fiabesco e scanzonato, a tratti anche lento e noioso, veniamo finalmente riproiettati nelle atmosfere che tanto ci hanno appassionato nella saga de Il Signore degli Anelli. Troviamo un Gandalf con un senso dell'umorismo molto più spiccato e meno tormentato dalle sorti dell'umanità; ritroviamo gli splendori di Gran Burrone, con il sempre enigmatico re Elrond, la bellissima e potente dama Galadriel, e l'ambiguo Saruman il bianco; scopriamo perché i nani non vedono di buon occhio gli elfi;  riviviamo i combattimenti feroci e frenetici contro creature orribili e malvagie, come i trols o gli orchi; conosciamo Radagast, uno stregone un po' matto che tuttavia sembra avere scoperto qualcosa di misterioso;  conosciamo la saggezza, il coraggio, la testardaggine ma anche l'avidità dei nani, troppo bisognosi di riavere la propria terra e di vedere riconosciuti i propri diritti; scopriamo come Bilbo sia riuscito ad entrare in possesso di alcuni oggetti che lascerà in eredità a Frodo, come la spada Pungolo, costruita dagli elfi, che si illumina di blu in presenza di orchi, ed ovviamente di come sia riuscito ad avere l'anello del potere in modo quasi involontario, come se l'anello stesso avesse voluto farsi trovare ed abbandonare i sotterranei dove per troppo tempo era rimasto prigioniero di Gollum.

Bilbo per carattere somiglia molto a Frodo. Sebbene piccolo e poco abituato a combattere, si ritrova a prendersi delle responsabilità che non gli spettano, a lottare con coraggio per difendere i suoi nuovi amici, sperando un giorno di rivedere l'amata Contea.

Rispetto al Signore degli Anelli, qui l'atmosfera è meno pesante, meno angosciante, meno terribile. L'anello del potere ha un valore del tutto marginale, nessuno ne conosce l'esistenza e lo stesso Bilbo che ne entra in possesso non si rende conto di cosa ha tra le mani. Al centro della vicenda c'è la causa dei nani ed il loro lungo e tortuoso cammino che li porterà verso Erebor.

Non ci resta che aspettare il prossimo episodio per scoprire come andrà a finire questa storia.

mercoledì, settembre 24, 2008

Un giorno perfetto

Guardare questo film senza avere letto il romanzo è come mangiare una cassata senza zucchero, o un cannolo senza ricotta; è come guardare un tramonto ad est; è come guidare un auto con il cambio automatico: si può ammirare l’aspetto estetico e cogliere appena le sfumature, ma non si può mai arrivare a cogliere la vera essenza.
Ecco l’effetto di questo ultimo sforzo di Ferzan Ozpetech, regista che tra l’altro ho molto apprezzato in diversi suoi lavori (non tutti a dire il vero…). È come se la telecamera si limitasse a passare superficialmente sulle vite dei protagonisti, senza mai soffermarsi, senza mai addentrarsi, senza mai cogliere il travaglio interiore che li accompagna per tutta la storia ed anche oltre. La vera forza del romanzo sta nell’essere riuscito a raccontare, nel giro di 24 ore, tutta la vita di una serie di personaggi spesso collegati tra loro da un filo assai sottile. In quelle pagine, intrise di passione, tormento, gioia, tenerezza, dolore, incertezza, amarezza, inquietudine e via discorrendo, si trova l’essenza della vita, di quella di ognuno di noi, attraverso le nostre esperienze, i nostri pensieri, i nostri desideri. In un modo o nell’altro finiamo per rivederci riflessi nei pensieri che tormentano i vari protagonisti, come se in quelle pagine si stesse parlando di noi. Ed il libro non finisce lì, perché non appena lo si chiude dopo avere letto l’ultima pagina, ci rimane qualcosa addosso, come se la storia continuasse anche se nessuno si è preso la briga di scriverla; è come se i personaggi continuassero a vivere ed il desiderio di sapere che cosa stiano facendo, come potranno reagire a certe notizie, come continueranno a vivere la loro esistenza… tutte queste cose ci rimangono appiccicate addosso. Insomma la storia del romanzo è così bella che finisce per essere familiare.
Il film invece fugge via, la trama si svolge entro quei 90 e passa minuti e poi si spegne con i titoli di coda, senza lasciare traccia alcuna se non un senso di schifo per come possano esistere certe realtà. Si rimane così, con un senso di vuoto e di incertezza, con una lista affollata di domande senza risposta, con una fitta schiera di “perché” e con il desiderio di dimenticare il più presto possibile.
Ma in fin dei conti lo sapevo, perché nel 99% dei casi i film tratti da romanzi sono deludenti, noiosi, barbosi e dissacranti. Confidavo nella recitazione e nel cast di tutto rispetto, ma anche quella langue: troppi sguardi atoni, troppi primi piani che potrebbero dare di più e che invece sembrano solo una moltitudine di fotografie inespressive messe una accanto all’altra. Forse l’unica che mi è piaciuta è la Sandrelli (anche perché il suo personaggio differisce in qualche maniera da quello del romanzo e quindi l’ho potuta ammirare con maggiore libertà): per il resto tutto tace.
Ma non fatevi influenzare dal mio giudizio: se non avete letto il libro può anche darsi che allora vi piaccia. Ma se lo avete fatto, allora guardatevene bene!
Tutto ciò che mi rimane è il ricordo di quelle pagine ed una canzone, come una colonna sonora, "Perfect day" di Lou Reed (che tra l'altro viene accennata nell'introduzione del romanzo).

lunedì, marzo 10, 2008

Memorie di una geisha

Dopo aver visto il film per ben due volte ed aver letto il libro per intero, oggi posso affermare con certezza (ed un pizzico di orgoglio) di avere finalmente compreso che cosa è una Geisha. Il problema adesso è spiegarvelo! Non perché la cosa sia complessa in sé, ma perché per noi occidentali è assai difficile riuscire a cogliere i mille aspetti di una cultura così diametralmente opposta alla nostra come quella giapponese. Già ricordo, ai tempi dei cartoni animati made in Japan, quanto è stata dura dover accettare l’idea che al mondo esiste un popolo che non usa né sedie né letti e che quindi mangia e dorme per terra; che ogni volta che entra in un luogo chiuso deve togliersi le scarpe ed indossare degli zoccoli adatti per gli interni… Insomma, roba forte per noi che viviamo al di qua degli Urali.

E se già questo è stato un compito arduo anche per voi, come potete pensare di assimilare il concetto di geisha con semplicità? Se la definizione di “donna di piacere” per voi sembra la più consona,. allora siete lontani anni luce dalla verità. C’è un passo del libro che spiega il modo di indossare il kimono che a mio modo di vedere chiarisce perfettamente il concetto: il kimono è un abito assai complesso, che si compone di varie parti. Una di queste è l’obi, ovvero una larga cintura che si indossa attorno alla vita. Questa cintura va legata dietro la schiena in un modo particolare, ed è assai difficile per una persona metterla da sola. Dovete figurarvi che c’è gente che di mestiere aiuta le geishe a vestirsi, tanto è complicata la cosa. Al contrario però le prostitute allacciano l’obi davanti, con un nodo più semplice, poiché durante la notte sono costrette più volte a spogliarsi e a rivestirsi.

Ecco spiegato perché la geisha non è una donna di piacere.

Ed allora che cosa è, vi starete chiedendo voi.

Innanzitutto una geisha è un’artista, come viene spiegato in un altro passo importante del libro (e questa volta anche del film). Per diventare geisha occorre studiare parecchio, imparare la danza, la musica, la recitazione, ed è uno studio che è costante nel corso della vita. La geisha indossa kimono bellissimi e costosissimi, è sempre ben truccata e acconciata, ha un portamento elegante, movimenti aggraziati ed intrattiene gli uomini danzando, raccontando storie divertenti, inventando giochi, versando il the o il saké, ammiccando e via discorrendo. Ed esistono uomini che pagano ingenti somme per pregiarsi della loro compagnia. Ma la geisha non si concede agli uomini, giammai deve commettere un simile errore, perché la sua reputazione andrebbe rovinata. Le uniche volte che una geisha si concede sono in occasione del suo mizuage e per il suo danna.

Il mizuage altri non è che la perdita della verginità. In Giappone gli uomini erano disposti (non so se ancora oggi è così) a pagare ingenti somme per ottenere questo privilegio, finendo spesso per aprire delle aste al rilancio. Lo so che sembra strano, ma sono giapponesi!

Il danna invece è l’amante, ovvero l’unico che può avere rapporti sessuali con la sua geisha. Una gesiha può avere pochissimi danna nel corso della sua vita, perché troppi rovinerebbero la sua reputazione. Il danna paga una barca di soldi per avere questo privilegio, ed in più deve dispensare ingenti regali che spesso si traducono in gioielli o kimono.

Ma dietro a questo mondo così sbrilluccichevole, fatto di sorrisi, di ricchezze, di mistero, di poesia e di allegria, si nasconde un altro mondo, una orribile macchina infernale dentro la quale si impastano interessi economici, rivalità spesso atroci, invidie e tanta solitudine. Non si diventa geisha per scelta. Il più delle volte i genitori, costretti a vivere nella miseria, per garantire alla loro figlia un futuro migliore decidono di venderla ad un okiya, ovvero una casa di geishe, dove si vive in uno stato quasi di schiavitù ma dove, dopo un percorso assai duro e difficile, si può raggiungere una posizione tale da dimenticare che cosa è la povertà da cui si è venuti.

Questa, in maniera assai spiccia e semplicistica, è la mia spiegazione. Ovviamente vi invito a vedere il film ma soprattutto a leggere il libro, molto intenso oltre che dettagliato, che vi farà assaporare questo lungo percorso attraverso la storia della piccola Chio, destinata un giorno a diventare la geisha Sayuri. La storia si dipana a cavallo della seconda guerra mondiale e mostra in maniera chiara non soltanto la condizione della geisha, ma anche la dolorosa ed irrefrenabile corsa dei giapponesi verso l’occidentalizzazione. Mannaggia alla globalizzazione!!!


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lunedì, febbraio 11, 2008

Federico Moccia: come fare successo parlando di banalità

Premetto che non nutro una particolare stima nei confronti di Silvio Muccino. Non che mi abbia fatto qualcosa di particolare, ma ritengo che la sua faccia troppo da bravo ragazzo e quella lingua di pezza che ancora si porta dietro nonostante le cure, gli tolgono credibilità in molti dei suoi ruoli. Comunque non è di lui che volevo parlare oggi, e questo penso lo avevate già capito dal titolo del post. Il vero motivo per cui l’ho tirato in ballo è stata una sua affermazione in merito al fenomeno Moccia che mi permetto di riportare qui “In lui la gente trova quello che vuole sentirsi dire”.

Ora voi vi chiederete il perché di questa colta citazione. Ebbene era da parecchio tempo che mi domandavo il motivo di questo inspiegabile successo e finalmente il buon Muccino è riuscito ad illuminarmi. Ma a questo punto occorre che io faccia una seconda premessa per dare anche un senso a tutto ciò che sto per scrivere.

Di Moccia avevo sentito parlare già da tempo, ed in particolare del suo romanzo più celebre “Tre metri sopra il cielo” che gli ha dato tanta fama e tanta gloria. Lo vedevo sempre esposto in libreria ma per un motivo o per un altro, nonostante mi sia trovata sul punto di acquistarlo parecchie volte, alla fine non l’ho mai fatto. Il motivo del mio traviamento era scaturito da una lotta interiore molto agguerrita: se da un lato non amo i fenomeni di massa, dall’altro c’è una forte curiosità da parte mia nei confronti di tutte quelle cose che riescono ad ottenere un così grande successo. In poche parole mi piace capire il segreto di tanto successo,

avere una mia opinione personale e potere dire che una cosa è bella o brutta solo con cognizione di causa. È grazie a questa curiosità che ho letto “Il codice Da Vinci” di Dan Brown e posso affermare, adducendo tutte le motivazioni del caso, che non mi è piaciuto; ed è sempre grazie a questa curiosità che ho letto tutti i libri di Harry Potter e posso affermare, sempre in modo dettagliato, i motivi per cui mi è piaciuto. Quindi perché negare anche a Moccia il privilegio di passare sotto l’attento esame del mio giudizio?

L’occasione si è presentata qualche anno fa, quando in TV hanno dato, in prima visione, “Tre metri sopra il cielo”. Quella sera, tra l’altro, ero da sola a casa e non avevo niente di meglio da fare. Perché non approfittarne?

E così mi sono piazzata davanti il televisore con tutta la buona volontà necessaria, ma dopo un quarto d’ora ho iniziato a nutrire serie perplessità. Ho voluto continuare, facendomi del male volontariamente, ma già alla fine del primo tempo avevo preferito accendere il pc e chattare su C6! (per la cronaca, anche se la cosa non vi interesserà più di tanto, quella sera conobbi un ragazzo molto interessante, con il quale ci scrivemmo parecchie e-mail, e che poi ho perso di vista).

Ho trovato tutto così banale. È la più classica delle classiche storie d’amore tra una liceale (carina, molto brava ragazza, che va bene a scuola e non disubbidisce ai genitori) che finisce per innamorarsi del bulletto di quartiere, un ragazzo apparentemente molto violento, che va in giro con la sua moto ed il giubbotto di pelle a fare gare pericolose e a picchiare gli altri ragazzi. Insomma niente di nuovo che non sia già stato raccontato in Grease o addirittura in “Sentieri”.

Eppure, nonostante la banalità e la prevedibilità, Moccia gode di un successo strepitoso: tutti lo leggono, tutti guardano i suoi film al cinema e tutti attendono con ansia l’uscita di un suo nuovo libro. Perché? Inizialmente mi sono detta che forse ci troviamo di fronte al classico fenomeno adolescenziale (dopotutto le sue storie parlano di ragazzi molto giovani alle prese con i primi amori), ma se penso che la mia adolescenza l’ho passata a leggere Tolstoj e Dostojevski sinceramente mi viene un po’ da sorridere. Vabbè, forse le mie letture tanto adolescenziali non lo erano e magari, se mi fossi indirizzata su Moccia, forse oggi avrei avuto una visione più allegra e leggera della vita, ma che ci volete fare, ognuno ha i suoi difetti!!!

Ma comunque, per tornare al discorso di prima, i libri di Moccia non fanno altro che metterci di fronte a tutte quelle situazioni che noi tutti vorremmo vivere e che però non abbiamo il coraggio di fare: grandi amori, spesso impossibili e difficili, tra persone così diverse e così lontane tra loro, che nonostante tutto esplodono con tutta la loro forza e regalano quel giusto mix di passionalità e trasporto. Chi non vorrebbe vivere storie così? Chi non vorrebbe amare con tutto se stesso, perdere il lume della ragione, anzi addirittura prendere la ragione e buttarla in un cassonetto, per potersi abbandonare totalmente all’amore?

Ecco il perché di tanto successo. Perché poi, alla fine, quando arriviamo all’ultima pagina e leggiamo il finale, il libro lo chiudiamo, lo riponiamo nello scaffale della nostra libreria e torniamo alla nostra vita di sempre, fatta di quella ragione di cui, dopotutto, non possiamo fare a meno.


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giovedì, gennaio 31, 2008

Bianco e nero

Cast
Fabio Volo, Ambra Angiolini, Eriq Ebouaney, Katia Ricciarelli, Franco Branciaroli, Anna Bonaiuto, Bob Messini, Aïssa Mäiga, Teresa Saponangelo
Regia
Cristina Comencini
Sceneggiatura
Cristina Comencini, Giulia Calenda
Durata
01:40:00
Data di uscita
Venerdì 11 Gennaio 2008
Genere
Commedia
Distribuito da
01 DISTRIBUTION (2008)

Probabilmente la trama non è tra le più originali ed il finale è abbastanza scontato, però questo film riesce a raccontare con ironia e leggerezza un tema abbastanza attuale e delicato come la convivenza multietnica. È facile parlare, lanciare campagne di sensibilizzazione, impegnarsi per fare costruire un pozzo in Africa ed impedire a dei poveri bambini di fare ogni giorno decine di km per procurarsi acqua potabile, lottare per abbattere il razzismo e sentirci tutti sullo stesso piano; ma quando si viene coinvolti direttamente, quando si è presi in prima persona, quando ad essere coinvolti siamo noi e i nostri sentimenti, siamo davvero così bravi a mettere in pratica ciò che predichiamo?

La storia è semplice: Carlo è un uomo, bianco, fa il tecnico informatico, è sposato con un attivista pro-africa ed ha una bambina; Nadine è una donna nera, lavora all’ambasciata senegalese in Italia, è sposata con uomo nero, anche lui impegnato nella lotta contro il razzismo, ed ha due bambini. Carlo e Nadine si conoscono, si innamorano, lasciano le loro famiglie e ben presto si rendono conto che quello che più brucia ai loro ex coniugi non è tanto il tradimento ma essere andati con una persona dalla pelle di colore diverso. E meno male che predicavano tanto l’antirazzismo!

La cosa bella di questo film è che da un’interpretazione da tutti e due i punti di vista. Se per i bianchi è strano frequentare una persona così diversa, altrettanto si può dire per i neri. Ci sono troppe barriere culturali, troppi pregiudizi, troppe difficoltà che da un lato uniscono la coppia ma dall’altro la dividono. Insomma, una specie di “Indovina chi viene a cena” dei giorni nostri con una passionale un po’ più palese.

Alla fine del film sentivo qualche commento stupito: “Ambra non me l’aspettavo così brava”. Era lo stesso stupore che ho avuto anche io quando l’ho vista in “Saturno contro”, film che le ha fatto vincere qualche premio importante. A volte ci sorprendiamo di come certi personaggi arrivino al successo senza sapere fare niente e solo dopo diversi anni scoprono quale è il loro vero talento e lo mettono in pratica. Peccato solo che siano davvero pochi quelli di talento.

Vorrei spendere due parole nei confronti di Fabio Volo: il ragazzo è simpatico, fa il dj, scrive libri, fa film… insomma sa fare un po’ di tutto ma nessuna di queste cose la sa fare veramente bene.


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mercoledì, gennaio 23, 2008

L'amore ai tempi del colera - Il film


Un film di Mike Newell. Con Javier Bardem, Giovanna Mezzogiorno, Benjamin Bratt, Catalina Sandino Moreno, Hector Elizondo, Liev Schreiber, Fernanda Montenegro, Laura Harring, John Leguizamo. Genere Drammatico, colore 138 minuti. - Produzione USA 2007. -

La cosa triste sapete quale è? È che tutti coloro che hanno visto il film ma non hanno letto il libro si sono convinti che la storia sia così come l’hanno vista sul grande schermo. Niente di più sbagliato.

Non che la trama del film abbia avuto particolari variazioni, anzi bisogna dire che si è attenuta al romanzo ed anche i tagli apportati non sono stati così drastici, tuttavia è l’effetto finale che ha sbagliato completamente direzione.

Innanzitutto manca la passionalità, il trasporto, la carica emotiva che trasmettevano le pagine di Marquez. Anzi se c’è una cosa che bisogna sottolineare è che, sebbene leggere Marquez non è mai facile, quello che però piace è la passionalità tipica dei sudamericani che trasuda dalle sue pagine. Non si legge Marquez perché ci si vuole rilassare; non si legge Marquez sotto l’ombrellone; non si legge Marquez la sera prima di addormentarsi (anche se a volte ispira proprio il sonno); ma si legge Marquez perché si vuole fare un viaggio in un mondo carico di forti emozioni che ti rimangono dentro anche se pensi che è tutta finzione letteraria.

Ebbene questa passionalità nel film manca. Ed anche i personaggi risultano un po’ accennati e lasciati a metà. Tutti loro sono combattuti da quelle che sono le regole della ragione e quelle che sono le regole (anche se non si dovrebbero chiamare così) del sentimento e della passione. E siccome sono due cose che fra di loro cozzano assai, il loro intento di farli convivere si trasforma in un tormento. L’unico ad abbandonarsi alla passione, tralasciando tutte le convenzioni del caso, è Fiorentino Ariza, che non è un poveretto qualunque che si dichiara innamorato di una donna e poi, per dimenticarla, va a letto con altre 600 fanciulle. È tutto sbagliato, non è questa la sua vera natura e non è questo il suo intento. Lui non è un pazzo o un presuntuoso o un ometto che si attacca morbosamente ad un amore giovanile. In realtà dietro a questo amore c’è tutta la purezza di un sentimento vero che va ben oltre ogni cosa. E che importa se per coronare il suo sogno dovrà aspettare 50 anni e superare le barriere che lei continua a frapporre fra loro? E quando alla fine lui dichiara di essersi conservato vergine per lei, il pubblico ride fragorosamente. E grazie! Visto così fa veramente ridere, ma provate a leggere tutto il libro (sempre se ci riuscite) e poi vedete che l’effetto di queste parole cambia completamente.

Anche Fermina Daza è accennata e basta. Certo la Mezzogiorno nei panni di una sedicenne è poco credibile. La situazione migliora quando lei comincia ad invecchiare ed allora le espressioni cambiano e diventano più realistiche. Ora perché lei prima cede all’amore di Fiorentino e poi, per un motivo apparentemente così futile, lo lascia e si sposa con un dottore per il quale non sembra provare nulla? Non lo sapete vero! È ovvio, perché non si capisce nulla. In realtà Marquez ci spiega che Fermina incontra l’amore quando è troppo giovane ed ingenua per riconoscerlo, anzi ne ha paura e quando la ragione comincia a farsi spazio tra i suoi pensieri, allora lo disconosce e preferisce fare una scelta più ovvia e più saggia, salvo poi pentirsene per tutta la vita.

E Juvenal Urbino? Chi è veramente costui? È un medico, un bravo medico, capace di combattere il colera nel suo paese, ma anche un uomo che crede molto in certi valori e quando finisce per provare una forte attrazione per un’altra donna, anche lei sposata, vive questo momento con un tormento tale che non riuscirà più a dormire. Ma tutto questo nel film non lo si coglie.

In sostanza, che cosa rimane di questo film? Bè, da salvare c’è sicuramente la fotografia, che è a dir poco spettacolare e che rispecchia in pieno quelle che erano state le mie proiezioni mentali su tutta l’ambientazione. Per il resto un ritmo troppo lento, scene buttate lì a caso senza una connessione logica e tanta amarezza per qualcosa di veramente bello che però non è stato trasmesso. Ma dopotutto non era un’impresa facile.


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martedì, ottobre 09, 2007

Troy: che fine ha fatto l'ira funesta del Pelide Achille?

Probabilmente se uno non ha mai sentito parlare di mitologia greca e crede che Ulisse sia un delfino curioso goloso di caramelle ed Elena di Troia una giovane fanciulla che amava divertirsi come meglio poteva, allora forse potrebbe pure guardarsi in tutta tranquillità un film come Troy, trovarlo a tratti piacevole e pensare che quella sia la vera storia di una famosa e leggendaria battaglia. Ma non me la sento di lasciare questi poveri avventori alla deriva, non me la sento di farli vivere a lungo in questo feroce inganno, lasciandoli ignari della verità, ed è per questo che oggi mi assurgo a “moralizzatore” del cinema per poter affermare, con assoluta certezza, che il film Troy “è una cagata pazzesca”.

Passi pure che i film tratti da libri o da storie già esistenti non siano mai fedeli e si concedono qualche personalizzazione, passi pure che Achille, eroe greco, era biondo con gli occhi azzurri, però… però… però… Questo non è un film ma un oltraggio all’affascinante mondo della mitologia greca che tanto ho amato fin da piccola e che continuo ad amare con la stessa passione.

Certo che ne avevano di fantasia i greci. Visto che allora non c’erano né televisioni né radio né giornali, il racconto degli avvenimenti veniva affidato agli aedi, cantastorie e poeti del tempo, che amavano condire la realtà con una intrecciata serie di aventi mitologici che ben poco avevano a che fare con la realtà: battaglie strepitose, uomini forti e coraggiosi, e soprattutto gli dei che invece di starsene sul monte Olimpo a bere nettare, andavano ad importunare gli umani, consigliandoli o ingannandoli a seconda dei loro stessi desideri. Insomma delle divinità abbastanza umanizzate.

In questo film non c’è niente di epico: gli dei sono completamente assenti, al massimo nominati di sfuggita e persino ridicolizzati dalle interpretazioni bislacche degli indovini; la storia è talmente stravolta che si finisce completamente di perdere tutto il senso dell’Iliade ed i personaggi un po’ azzizzati per sembrare più cattivi o più buoni a seconda delle circostanze.

Potrei stare qui per giorni e giorni ad elencare tutti gli stravolgimenti avvenuti, ma praticamente dovrei rifare il film di sana pianta o raccontare per filo e per segno come è andata veramente (almeno secondo i greci che ne sono ancora convinti). Ma voglio soffermarmi sulla figura di Achille e sul suo interprete.

Diamo merito a Brad Pitt per l’impegno messo soprattutto nei duri mesi di palestra per avere il fisico muscoloso dell’uomo più forte della Magna Grecia, però la sua interpretazione è davvero penosa. Ma che fine ha fatto l’ira funesta del pelide Achille? Che fine ha fatto quel miscuglio di sentimenti che lo spingevano a combattere le sue battaglie. Sì, Achille era assetato di gloria e di fama, ma questo lo si capisce dall’infinito numero di parole spese per spiegare questo concetto; sì, Achille amava profondamente il cugino Patroclo ma questo si capisce solo dalla sua vendetta verso Ettore; sì, Achille era un tipo poco paziente che si infuriava facilmente, ma questo si capisce solo dal fatto che si nascondeva nella sua tenda e non andava in battaglia per fare un dispetto ad Agamennone. Per il resto l’unico sforzo interpretativo di Brad Pitt consiste nello spostare gli angoli della bocca o verso l’alto verso il basso, a seconda della tragicità delle scene. E poi basta. È talmente inguardabile che alla fine si sorvola persino sulla bellezza del suo fisico scolpito.

Potrei spendere altri fiumi di parole per parlare anche dell’altro divo di questo film, Orlando Bloom nei panni del pavido Paride. Ma qui è talmente pavido che già il ridicolo delle scene a cui è sottoposto basta da solo a spiegare tutto.

Perciò, oh voi poveri mortali che vivete all’insaputa della mitologia greca, non guardate questo film e se proprio volete sapere come è andata venite da me che, come un antico aedo, mi siederò su uno scoglio o su una pietra posta al centro di una piazza e sarò ben felice di raccontarvi come andarono veramente le cose.




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martedì, ottobre 02, 2007

Il dolce e l'amaro

Un film di Andrea Porporati.
Con Luigi Lo Cascio, Donatella Finocchiaro, Toni Gambino, Gaetano Bruno, Gioacchino Cappelli, Ornella Giusto, Emanuela Muni, Vincenzo Amato, Renato Carpentieri, Fabrizio Gifuni.
Genere Drammatico, colore 98 minuti. -
Produzione Italia 2007.

Ma Luigi Lo Cascio non era contrario alla mafia? Un momento, sto facendo un po’ di confusione. Quello che ricordo io era Luigi Lo Cascio che interpretava Peppino Impastato nel film “I cento passi”. Ah, che bello quel film e che bravo Lo Cascio: era riuscito a dare forza e personalità ad un personaggio così marcato, determinato, intransigente, coraggioso e fortemente condizionato dai suoi ideali. Un vero talento del cinema italiano che diventa anche motivo di orgoglio visto che è nato a Palermo. Tuttavia per lui, dopo “I cento passi” tanti altri ruoli in film che però non avevano la stessa forza emotiva del primo. Il cinema italiano ha questo grande divario: se da un lato sforna film molto belli ed intensi, dall’altro però ne sforna anche altri di qualità inferiore in cui spesso e volentieri viene a mancare una trama ben definita e quindi tutto il peso del film va a cadere su personaggi spesso privi di personalità. Difficile quindi per un attore riuscire a far emergere il proprio talento.
Ed ora me lo ritrovo in “Il dolce e l’amaro”, film di Andrea Porporati, girato quasi interamente a Palermo. Sinceramente, appena ho visto la locandina, ho subito pensato che si trattasse di un altro film pesante e farraginoso in cui per due ore ti struggi la mente cercando di capire il tormento interiore del protagonista fino a che decidi di arrenderti ed aspetti con pazienza la fine. Tuttavia in molti me ne hanno parlato bene e così, spinta dalla curiosità, sono andata a vederlo.
Eccomi qua, seduta a vedere un altro film girato a Palermo che parla di mafia. Sai che novità! Ed invece la novità c’è: è il primo film di mafia che fa ridere. Senza scomodare Coppola con il suo “Padrino” ci troviamo di fronte ad un film che è l’esatto opposto dei vari “Palermo Milano solo andata”, “Pizza Connection”, “Mary per sempre”, “Ragazzi fuori” o addirittura la saga televisiva de “La piovra”. Certo visto l’argomento c’è qualche sparatoria qua e là, qualche goccia di sangue che scorre, qualche regolamento di conti a scopo vendicativo ed una serie abbondante di tradimenti, però la mafia viene vista ed affrontata con ironia, con l’esaltazione di certi atteggiamenti che finiscono per essere comici e che ridicolizzano alquanto il termine di “uomo d’onore”.
E qui torniamo a Luigi Lo Cascio, che stavolta interpreta Saro, un delinquentello, figlio a sua volta di delinquenti, che si fa tutta la trafila nel mondo mafioso fino a fare “carriera” e diventare uomo d’onore. E ritroviamo l’attore talentuoso di un tempo, che sa dare grinta e forza ai suoi personaggi, che sa fare ridere, piangere, commuovere e gioire al momento giusto e che sa regalare le mille sfaccettature che ogni essere umano ha nel suo DNA. E soprattutto arriviamo alla morale del film che si legge negli occhi di Saro quando si accorge dell’inganno della sua vita: voleva essere un grande uomo ed invece è stato un uomo di niente. In fondo la vera grandezza la si trova nelle piccole cose, in quelle che rendono la vita “normale” e che comunque ci fanno stare acanto alle persone che ci vogliono bene.
Ma come, direte voi, la morale del film non sta proprio nel suo titolo, e quindi nel fatto che nella vita si possono fare mille scelte ma che da esse scaturiscono migliaia di conseguenze e che quindi occorre prendere sia il dolce che l’amaro? Si, vi potrei pure dare ragione, anzi ve la do volentieri, però per me, la grandezza di questo film, sta nella parabola di un uomo che finalmente trova la sua dimensione.


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martedì, settembre 18, 2007

Gli Incredibili

Una normale famiglia di supereroi

U.S.A 2004
Di Brad Bird
Voci di: Brad Bird, Holly Hunter, Samuel L. Jackson

Come è difficile essere normali, specie quando normali non lo si è affatto. I Parr, almeno nelle apparenze, sono una tranquilla famigliola americana: Bob fa l’assicuratore mentre Helen cresce gli irrequieti figlioletti, Violetta, Flash e Jack Jack. Un quadretto familiare abbastanza delineato e standardizzato. In realtà i Parr sono dotati di super poteri che, tuttavia, sono costretti a nascondere perché il mondo non li accetta. E così, alle frustrazioni tipiche di ogni essere umano, come i problemi sul lavoro, i figli che litigano, i chili di troppo e la macchina che non va più bene, si aggiungono le frustrazioni derivate dall’impossibilità di essere se stessi. Se poi ci aggiungiamo il ricordo delle gesta passate, quando Bob (Mr. Incredibile), insieme ad Helen (Elasticgirl) e a tanti altri amici, sgominavano bande di criminali e salvavano la gente da mille pericoli, ecco che la quotidianità e la normalità diventano una condizione troppo pesante da mandare avanti. Ci vorrà il cattivo di turno, con le sue turbe mentali e le manie di grandezza a scombinare la tranquillità e a ricreare le condizioni di avventura necessarie per richiedere l’intervento dei supereroi.

“Gli incredibili” è il primo film della Pixar che ha come protagonisti degli umani. Il tema dei supereroi è molto caro agli americani, che ne hanno fatto un elemento di culto prima nel mondo del fumetto e poi in quello del cinema. Del resto la lotta tra bene e male ha sempre caratterizzato ogni produzione made in U.S.A., segno di una cultura che predilige molto i valori morali (l’integrità, l’onestà, la famiglia, l’amicizia) ma che risente troppo di manie di grandezza fin troppo evidenti. La storia, tra l’altro ben costruita, ha come intento quello di descrivere il mondo dei supereroi in modo più ironico e divertente, cercando di “umanizzarli” e di vederli alle prese con i piccoli problemi quotidiani. Il film, nonostante si tratti di un cartone animato, offre notevoli spunti di riflessione. Primo fra tutti il problema della diversità, con tutte le problematiche del caso a cui va incontro chi sa di uscire fuori dallo standard.

Da ciò ne consegue l’incapacità di accettarsi e il desiderio di cambiare la propria natura, sforzandosi invano e finendo per essere dei disadattati. Singolare, in tal senso, è il breve lungometraggio che precede il film, in cui una capretta prima si sente a disagio in mezzo agli altri, poi finisce per accettarsi e saltare allegramente fra le montagne. Come tutti i film di animazione che si rispettino, particolare importanza è stata data alla scelta delle voci. Nel cast americano spiccano i nomi di Holly Hunter e Samuel L. Jackson; in Italia, tra i nomi di spicco, ritroviamo Laura Morante che da voce ad Helen e Amanda Lear che da voce ad Edna, eccentrica stilista che veste i supereroi. Una curiosità: il personaggio di Edna è in realtà ispirato a Edith Head, costumista di moltissime produzioni. Un cartone animato che diverte sia bambini che adulti, senza cadere nella banalità.
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venerdì, settembre 07, 2007

Correndo con le forbici in mano

Quando qualche mese fa avevo visto il trailer in tv avevo avuto l’impressione di una commedia brillante e molto fuori dal comune, capace di uscire fuori dagli schemi e proiettare lo spettatore per due ore in un mondo surreale e lontano ma allo stesso tempo vicino al nostro. Insomma un piccolo capolavoro mascherato da film di secondo ordine. Tuttavia per svariate ragioni non sono riuscita a vederlo al cinema. Ieri sera ero molto stanca e l’idea di uscire non mi aggradava più di tanto. L’unica cosa che poteva salvare la serata era affittare un film e così sono scesa al distributore più vicino. Rovistando tra i titoli sparsi sul touch screen alla fine è saltato fuori questo film che avevo dimenticato e così, ripensando all’entusiasmo di qualche mese fa, sono tornata a casa pensando di avere tra le mani qualcosa di molto interessante.

Fin dalle prime scene si capisce che c’è molta ironia nella trama anche se il ritmo è piuttosto lento. Ma è solo l’inizio, penso io, tra poco accadrà qualcosa di sconvolgente e la trama prenderà più velocità. E di cose sconvolgenti ne accadono davvero tante, credetemi, anche troppe ma il ritmo rimane lento e soprattutto molto, molto, molto fuori dal comune….

Il protagonista della storia è il giovane Augusten (che poi è l’autore del romanzo autobiografico da cui è tratto il film) che vive in una famiglia piuttosto problematica: il padre è un alcolizzato e finge di non avere un figlio; la madre è ossessionata dall’idea di diventare una scrittrice famosa ma si sente oppressa dal marito, e si affida totalmente alle cure del dottor Finch, uno psichiatra molto sui generis. Alla fine Augusten verrà abbandonato dalla madre e adottato dai Finch che lo accoglieranno nella loro strampalata casa.

Tutti i personaggi che ruotano attorno ad Augusten sono fuori di testa! A cominciare proprio dal dottor Finch che affronta la psicologia con un metodo del tutto personale e che legge messaggi subliminali persino nelle sue feci. Sua degna discepola è la figlia Hope che segue i consigli che il suo gatto le da durante il sonno. Di tutt’altra pasta è l’altra figlia Natalie che nella psicologia vede solo la manipolazione della gente per i propri scopi. A completare il quadro agghiacciante della vicenda ci sono la signora Finch, madre affettuosa che passa le giornate a vedere film dell’orrore e mangiare croccantini per cani, e il figlio adottivo Neil, gay e anche lui ossessionato dall’arte. In questa casa si vive alla giornata, senza programmi, perché tutto deve essere guidato dall’ispirazione quando arriva. E poco importa se a nessuno negli ultimi 2 anni non è venuta l’ispirazione di togliere l’albero di Natale o pagare le tasse.

Tutto materiale che potrebbe far pensare ad un film comico molto divertente, ma dopo 2 ore di proiezione in cui le labbra si sono mosse solo per sbadigliare viene da chiedersi: ma quando si ride in questo film?

Alla fine il sonno prende il sopravvento e così a stento comprendo la fine che faranno tutti i personaggi, con le loro scelte tanto impensabili quanto realizzabili.

Ma in qualche modo sono riuscita a cogliere la morale di questa storia (sempre che ci fosse davvero una morale da cogliere), ed ovvero quanto sia fragile la mente umana e quanto siamo facilmente suggestionabili da parole ed eventi. A volte abbiamo dei sogni ma non riusciamo a realizzarli e le motivazioni possono essere tantissime. È molto più facile dare la colpa agli agenti atmosferici, ai genitori che non ci hanno mai capiti e che ci hanno abbandonati, ai mariti troppo distratti che ci trascurano o ci opprimono, ad un mondo infame e bastardo, e a tutto il resto. Ma alla base di ogni malessere c’è l’ossessione, e l’ossessione porta solo verso la follia..

giovedì, luglio 12, 2007

Harry Potter e l'Ordine della Fenice

Genere: avventura
Durata: 142 minuti
Regia: David Yates
Cast: Daniel Radcliffe, Emma Watson, Rupert Grint, Jason Isaacs, Helena Bonham Carter, Robbie Coltrane, Ralph Fiennes, Michael Gambon, Brendan Gleeson, Gary Oldman


Tempi duri per il mondo della magia. Lord Voldemort, il signore oscuro, è tornato ed è pronto a radunare il suo esercito per prendere possesso del potere che aveva un tempo. Avevamo infatti lasciato Harry Potter, al termine de “Il calice di fuoco”, reduce dal faccia a faccia con il mago che ha cambiato il suo destino, tornato in vita grazie ad una magia nera. Ma il mondo della magia, memore di quanto accaduto 14 anni prima, non è pronto per accettare una notizia simile ed è per questo che il ministero intraprende una campagna diffamatoria contro Harry Potter e contro Silente, rei di voler impaurire inutilmente la gente per i loro scopi. Questa volta Harry Potter dovrà combattere contro un nemico ben peggiore di quanto potesse aspettarsi: la maldicenza. Saranno in molti a non credergli e a crederlo un pazzo, ma i suoi amici saranno sempre al suo fianco ed è in loro che troverà la forza ed il coraggio per andare avanti e per continuare la sua battaglia.
“Harry Potter e l’Ordine della Fenice” è il quinto episodio della serie più fortunata e seguita di tutti i tempi, l’episodio più oscuro, il più tetro, il più complesso. Ma se il romanzo risulta essere a tratti troppo lungo e farraginoso, il film è riuscito a snellire di molto la trama, rendendola molto più fluida e leggibile, anche se molte parti sono state ignorate ed alcuni personaggi e situazioni sono saltati o appena accennati.
Accanto ad Harry ritroviamo gli amici di sempre: gli inseparabili Ron ed Hermione, i migliori amici di Harry; i gemelli Fred e Gorge Weasley, ideatori di una serie di scherzi che vendono ai ragazzi della scuola; Ginny Weasley, non più la bambina timida del secondo episodio; Neville Paciock, imbranato ed ingenuo, che confesserà ad Harry la verità sui suoi genitori; Cho Chang, il primo amore di Harry ed anche la ragazza a cui darà il suo primo bacio; e Luna Lovegood, una ragazza un po’ strana e lunatica che però si rivelerà un’amica fedele e simpatica. Insieme ad altri amici formeranno l’esercito di Silente, per prepararsi ad affrontare le terribili cose che stanno per accadere.
Ma gli adulti non stanno a guardare e così fondano L’Ordine della Fenice, un’associazione che combatte contro Voldemort e contro i suoi seguaci, i Mangiamorte. A proteggere Harry questa volta, oltre a Silente, c’è anche Sirius Black, il padrino di Harry, costretto a nascondersi perché ritenuto un pericoloso assassino. Sirius è l’unico legame di parentela positiva che rimane ad Harry, ed anche l’unico che ha conosciuto molto bene i suoi genitori. I suoi consigli e la sua presenza saranno di continuo conforto. Dall’altro lato si introduce un nuovo e buffo personaggio: Dolores Umbridge, una donna mandata dal ministero per inquisire tutto ciò che viene fatto ad Hogwarts. La Umbridge è l’esatta contrapposizione di Silente e con i suoi metodi retrogradi tenterà di trasformare la scuola in un tribunale dell’inquisizione dove tutto è vietato, persino fare magie di difesa, poiché non c’è nulla da cui difendersi.
Non mancheranno le scene mozzafiato e spettacolari, tra le quali segnaliamo il volo notturno con le scope a Londra, l’uscita di scena dei gemelli Weasley e il combattimento finale che non lesinerà una dolorosa perdita.
Con questo episodio si ribadisce sempre di più che il tempo dei giochi, dei divertimenti e degli scherzi è ormai finito. La vita di Harry non è mai stata semplice ed ogni anno è stato costretto ad affrontare delle dure prove, ma da adesso in poi nulla sarà come prima perché il male sta prendendo il sopravvento e il destino di Harry è sempre più legato a quello di Voldemort.



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giovedì, giugno 28, 2007

Pirati dei caraibi ai confini del mondo


Genere
avventura
Durata
168 minuti
Regia
Gore Verbinski
Cast
Johnny Depp, Orlando Bloom, Keira Knightley, Geoffrey Rush, Jonathan Pryce, Bill Nighy, Chow Yun-Fat, Tom Hollander, Stellan Skarsgård, Kevin R. McNally, Mackenzie Crook, Lee Arenberg, Martin Klebba, Keith Richards, Naomie Harris
Produzione
USA 2007

Belli sicuramente non sono, con i loro volti solcati dal sole e dal sale delle acque dei mari dei Carabi, i capelli increspati e sudici, i denti anneriti e molteplici cicatrici a ricordare battaglie precedenti: sono loro, i pirati dei Carabi, sempre alla ricerca di nuove avventure. Questa volta i nostri eroi partono verso mari sperduti, oltre i confini del mondo, per salvare Jack Sparrow, intrappolato nello scrigno di Davy Jones a seguito di un debito pagato, e la sua nave, “La Perla Nera”. Ma i pirati si sa, sono volubili e poco attendibili, e nessuno di loro parte per questa impresa senza un secondo fine che vada ben oltre il desiderio di salvare il pirata più simpatico e stravagante dei mari.
La tendenza ad una trama fitta ed articolata l’avevamo già notata nell’episodio precedente, “Pirati dei Carabi alla ricerca del forziere fantasma”, ma in questo nuovo capitolo la tendenza è diventata una certezza. Molta la carne al fuoco: oltre al salvataggio di Jack si mescolano altri interessi, come sconfiggere Lord Beckett che sta condannando a morte tutti i pirati; uccidere Davy Jones e liberare tutti i pirati schiavi; recuperare la storia d’amore tra Elisabeth e Will; impossessarsi della Perla Nera, l’unica nave in grado di sconfiggere l’Olandese Volante; scopriremo l’origine della cattiveria di Davy Jones, la maledizione che incombe sull’Olandese Volante e i poteri della dea Calypso; faremo la conoscenza della Fratellanza fra i pirati, figlia di un antico giuramento; rivedremo il capitano Barbossa; e finalmente sapremo se Elisabeth ama Will o Jack.
Ovviamente il tutto è condito da tradimenti, ammutinamenti, battaglie epiche, cambiamenti di piani, bussole che indicano la rotta verso quello che più desideriamo, mappe che ruotano e che devono essere interpretate e via dicendo. Insomma, se volete capire a fondo tutto il film allora non perdetevi né una scena né una parola, perché altrimenti finirete anche voi per perdervi nei mari sconfinati. Se invece volete solo rilassarvi, allora godetevi la magnificenza delle scene apocalittiche e i divertenti siparietti dell’eccentrico capitano Jack Sparrow. Personaggio davvero sopra le righe Jack, così divertente e allo stesso tempo così misterioso, al punto che nessuno fino ad ora ha capito se finge di non capire o se non capisce per davvero! Ed il merito, lasciatemelo dire, è tutto di Johnny Depp!

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venerdì, marzo 23, 2007

Il 7 e l'8

Un film di Valentino Picone, Salvatore Ficarra, Giambattista Avellino. Con Salvatore Ficarra, Valentino Picone, Eleonora Abbagnato, Barbara Tabita, Arnoldo Foà, Remo Girone, Consuelo Lupo, Andrea Tidona, Lucia Sardo, Tony Sperandeo. Genere Commedia, colore, 93 minuti. Produzione Italia 2006.

10 anni fa li potevi trovare in qualche sagra di paese a fare spettacoli gratis sul palco. Oggi riempiono le sale cinematografiche con uno dei film più attesi della stagione. Eccoli qui, Ficarra e Picone, coppia di giovani comici palermitani che si sono fatti strada da soli, passo dopo passo, grazie alla loro bravura, alla loro comicità che spesso si trasforma in ironica interpretazione della realtà, a battute sempre azzeccate che oltre a fare ridere fanno anche riflettere. Non è sempre facile passare dal cabaret di teatro alla televisione e non è altrettanto facile passare dalla televisione al cinema, eppure loro ci sono riusciti con grande disinvoltura e noi siciliani non possiamo che essere orgogliosi di questo.

Il loro intento era quello di fare un film che descrivesse Palermo come una città “normale”, dove non necessariamente occorre fare riferimento alla mafia e dove si può condurre una vita regolare, studiare all’università, lavorare, innamorarsi, sposarsi, avere dei figli e morire di vecchiaia. I due protagonisti, Daniele e Tommaso, sono due ragazzi che vivono in contesti diversi ma che un giorno finiscono per scontrarsi (nel senso più stretto del termine). Ben presto scopriranno di essere nati lo stesso giorno nello stesso ospedale e, collegando una serie di strane coincidenze, si accorgeranno che qualcuno ha scambiato le loro culle ed ha invertito i loro destini. Perché? Che cosa ha spinto un uomo a prendere il destino nelle proprie mani e ad invertire quello che sarebbe stato il corso naturale degli eventi? Solo il finale ci rivelerà questa verità e ci farà comprendere che mai nulla accade per caso.

A sei anni di distanza dal loro primo lavoro cinematografico, “Nati stanchi”, Salvo Ficarra e Valentino Picone tornano quindi sul grande schermo (questa volta anche come registi) con questo film che mostra subito la maturità raggiunta da questi ragazzi, la bravura nell’inserire le battute al momento giusto e di raccontare squarci di vita quotidiana, avvalendosi di personaggi abbastanza rappresentativi e dalle spiccate caratteristiche. Una commedia divertente e piacevole che finalmente da spessore a questo genere cinematografico che purtroppo in Italia spesso vede alternarsi pellicole scadenti e di basso livello. Quello che ci possiamo augurare è che questi due ragazzi continuino a lavorare sempre così bene e a farci ridere ma sempre con il cervello attivo.

Il cast si avvale, oltre che della presenza di spessore di Remo Girone, anche di molti tra i più popolari comici palermitani.


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martedì, marzo 20, 2007

Thank you for smoking


Thank you for smoking
U.S.A, 2005
di Jason Reitman
con Aaron Eckhart, Maria Bello, Cameron Bright, Adam Brody, Sam Elliott, Katie Holmes, William H. Macy, Robert Duvall, Rob Lowe

Se volete potete ostinarvi a definirlo un film politicamente scorretto solo perché per più di 90 minuti non si fa altro che dire che il fumo non fa male, che non esiste nessuna prova certa che provochi il cancro o altre malattie mortali, ma la vera essenza di “Thank you for smoking” è il suo modo di essere così dissacrante, ironico, divertente, cinico, acuto, tagliente e fortemente ispirato. Dopotutto durante tutta la pellicola le uniche sigarette che si vedono sono quelle stampate sui cartelli dove campeggia la scritta “Vietato fumare”.

"Le sigarette sono fighe, facili e danno assuefazione. Praticamente il lavoro è già fatto!" Almeno così la pensa Nick Naylor, portavoce e direttore delle pubbliche relazioni dell'Accademia di Studi sul Tabacco. Fondamentalmente lui è un lobbysta: il suo lavoro consiste nel parlare, nel negare l’evidenza e nell’avere sempre ragione, anche di fronte a ragazzini malati di cancro o a senatori pronti a far stampare sui pacchetti di sigarette il teschio simbolo di morte. Ed il suo lavoro lo svolge magnificamente. E che importanza ha se ciò che devi difendere provoca la morte di 1200 persone al giorno solo negli Stati Uniti? Anche il peggiore degli assassini ha diritto ad essere difeso da un avvocato.

Nick è un personaggio particolare, che ha fatto del parlare un’arte e che si confronta con i suoi due migliori amici, rappresentanti di società di armi e di alcool: un gruppo che si autodefinisce “mercanti di morte” e si perde in discussioni spesso davvero disarmanti come quando fanno a gara su chi procura più morti in un anno. E ancora, per fronteggiare il calo di vendite, è disposto ad andare nelle scuole e a spiegare ai ragazzini che non si deva pensare che fumare fa male solo perché molti lo dicono, ma bisogna provare e poi scegliere, secondo la propria testa, secondo la propria coscienza.

Addirittura è pronto a finanziare un film che mostri personaggi positivi, come Brad Pitt e Catherine Zeta Jones, intenti a fumare e a dare l’aria di essere vincenti, come faceva il buon Humphrey Bogart quando il cinema si faceva spazio nel mondo. Il film è destinato a diventare celebre per delle frasi molto azzeccate e ad effetto, come "La morte ci toglie clienti. Noi vogliamo il cliente vivo e fumatore" oppure "Esponi una tesi, argomentala in modo convincente, e non sarai mai in errore".

Ma “Thank you for smoking” ha suscitato un certo scandalo negli Stati Uniti anche per la scena di sesso con Katie Holmes, la “signora Cruise”. La Holmes interpreta una giornalista ambiziosa e priva di scrupoli, capace di tutto pur di scrivere un bell’articolo e avere successo. Anche lei è vittima del cinismo che avvolge tutti i personaggi del film ed anche lei, dopotutto, ha un mutuo da pagare. Assolutamente da vedere.

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