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martedì, febbraio 11, 2014

Kindle Paperwithe

Se qualche mese fa qualcuno mi avesse detto che un giorno avrei acquistato ed utilizzato con piacere un ebook reader, gli avrei riso fragorosamente in faccia per ore ed ore, sottolineando l'assurdità di tale affermazione.
Eppure oggi quel giorno è arrivato e non rido più, ma sorrido, di soddisfazione.

L'idea è nata la scorsa estate, quando a causa di lavori in casa ho dovuto smantellare la mia libreria. Centinaia di volumi, ammassati negli scaffali, che ho dovuto prima togliere e poi rimettere, non prima di avere eliminato non so quanti chilogrammi di polvere che nel corso degli anni si è intrufolata dappertutto. In quel momento mi sono resa conto di possedere tantissimi libri e che il loro numero era comunque destinato ad aumentare esponenzialmente nel corso degli anni. Di spazio libero ne era rimasto davvero poco. Come fare a gestire questa situazione?

Rinunciare a comprare altri libri non se ne parlava proprio. Ed allora ho cominciato a prendere in considerazione l'idea dell'ebook reader. Fino a quel momento mi avevano spaventato tanti aspetti: rinunciare alla carta, alle copertine rigide, alle pagine da sfogliare, alla consistenza di un volume tenuto tra le mani. E poi, considerato che già passo 8 ore al giorno davanti ad un computer, come potevo sostenere anche una lettura tramite un altro display?

La tecnologia però mi è venuta incontro. I moderni ebook reader cercano di emulare l'effetto della carta il più possibile, con l'ausilio di schermi opachi, non riflettenti e con la possibilità di regolare il contrasto, anche in relazione alle condizioni di luce.
Non è stata una decisione immediata. Mi ci sono voluti mesi durante i quali ho vagliato le varie possibilità. I più accreditati erano i Kindle e i Kobo. Alla fine la scelta è ricaduta sul Kindle Paperwithe, un po' perché pare abbia una qualità di lettura assai più simile alla carta e un po' perché è l'ebook reader preferito di Sheldon Cooper!

Ad un mese di distanza e dopo averci letto 3 libri, posso dire che è stato uno dei miei migliori acquisti degli ultimi 10 anni. Mi sta aiutando a riscoprire il piacere della lettura.
Innanzitutto è molto leggero e compatto, e praticamente vive dentro la mia borsa. Lo porto sempre con me e nei momenti di pausa della giornata ne approfitto sempre per potere leggere. L'idea di potere avere tanti libri tutti dentro un oggetto così piccolo e di scarso ingombro è davvero fantastico. Certo così dovrò rinunciare all'esposizione dei miei volumi nella libreria fisica, e questo in effetti un po' mi manca, ma d'altro canto, visto che non c'era più spazio, al momento questa mi sembra l'alternativa più valida.

Trovo molto comoda la possibilità di regolare la luminosità, in modo da adattarla alle condizioni di luce esterna. Riesco a leggere benissimo sia sotto il sole, sia al buio la sera prima di andare a dormire. La lettura è piacevole, per nulla pesante o stancante, e la possibilità di regolare il carattere (sia le dimensioni che lo stile) è un enorme aiuto. Addio caratteri troppo piccoli ed illeggibili!

La mia versione ha il wi fi integrato (c'è anche la versione con il 3g, o la versione base, senza nessun tipo di collegamento) e posso facilmente caricare nuovi libri anche solo inviando un'e-mail ad un account kindle.com. Per quanto riguarda l'acquisto il Kindle è direttamente collegato ad Amazon e mi permette di consultare i libri disponibili (che hanno un costo nettamente inferiore alla versione cartacea) we di acquistarli immediatamente con un semplice click. Devo fare attenzione perché basta premere un pulsante per errore e rischio di fare acquisti senza volerlo!!!

Tra le varie utility trovo molto interessante il vocabolario che consente di cercare in tempio reale il significato di una parola (che rimane memorizzata nel vocabolario personale); la possibilità di sottolineare delle frasi (e anche queste rimangono memorizzate negli appunti personali) e la possibilità di condividere frasi su facebook o twitter.

La batteria ha una durata straordinaria. Utilizzandolo circa un'ora al giorno, dura 2 settimane e forse anche qualcosina in più.

Che dire di più? Che è l'oggetto ideale per chi ama leggere. Tutto il resto è superfluo.

lunedì, febbraio 19, 2007

Le Vibrazioni II


E pensare che sono approdati al successo con il più classico dei tormentoni, quel Dedicato a te che nella primavera del 2003 spopolava su tutte le radio e su tutti i telefonini! Una bella canzone, sicuramente, ma sembrava che due sarebbero state le strade possibili per questo gruppo: o diventare un’altra meteora del panorama musicale, approdando al successo con un pezzo “bomba” e finendo per essere risucchiati dal successo dello stesso, oppure diventare fenomeno di massa (tipo i Lunapop), destinati ad un pubblico di ragazzine innamorate delle melodie romantiche e degli artisti! Ed invece, a distanza di due anni da quell’incredibile successo, ci troviamo qui a recensire il loro secondo disco e a spendere, meritatamente, parole di elogio. Si perché il gruppo milanese de Le Vibrazioni, formato da Francesco Sarcina (voce, chitarra, autore e compositore), Stefano Verderi (chitarra), Marco Castellani (basso) e Alessandro Deidda (batteria), non si è fermato un attimo, proiettandosi di prepotenza nel mondo musicale: disco di platino per il cd singolo Dedicato a te, 2 Italian Music Awards come Miglior Rivelazione e Miglior Gruppo, Nomination Best Italian Act per gli European Music Award MTV, e tanti singoli di successo che li hanno sempre fatti essere presenti sulle radio. Ora, immediatamente dopo la loro partecipazione al Festival di Sanremo 2005 con la canzone Ovunque andrò, esce Le Vibrazioni II, un album che più del primo marca quelli che sono gli elementi contraddistintivi del gruppo.
Ancora qualche traccia di pop-rock la si ritrova nel singolo che ha anticipato il disco, Raggio di sole che gira nelle radio da poco più di un mese. Ma questo brano è un po’ l’anello di congiunzione tra il passato ed un futuro che vede la trasformazione de Le Vibrazioni in un gruppo rock vero e proprio. I brani sono molto più elaborati, il suono delle chitarre è più acido, più libero, più armonico ed i testi, oltre a privilegiare il sentimento, vertono su argomenti più impegnativi, come il disagio sociale e le problematiche più attuali. Insomma, ci troviamo di fronte ad un gruppo rock vero e proprio, come non accadeva più da anni, specie dopo la dissoluzione dei Litfiba. Certo non c’è nulla di nuovo, sia nel look che nei pezzi, perché, come è ben noto a tutti, i 4 ragazzi milanesi privilegiano lo stile anni ’70, un po’ alla Led Zeppelin, e in molti brani si ha quasi l’impressione di tornare indietro nel tempo in melodie ormai destinate solo ai più malinconici del passato. Però fa un certo effetto ascoltare il rock in lingua italiana e soprattutto da questo gruppo, figlio di un’infinita gavetta, che finalmente è approdato al meritato successo. 14 brani, più una traccia nascosta, demarcano la creatività artistica di questo gruppo destinato a durare ancora parecchio e che speriamo ci regali ancora delle perle. Restiamo allora in attesa di vederli suonare dal vivo ed essere travolti dalla loro energia e dalla loro simpatia.

TRACKLIST:
01 Aspettando
02 Angelica
03 Sensazioni
04 Raggio di sole
05 Immagina
06 Lisergica
07 Musa
08 Ogni giorno ad ogni ora
09 In un mondo diverso
10 Sanguinaria
11 Ovunque andrò
12 I desideri delle anime dannate
13 L’angolo buio
14 …E non avere paura di vivere

Articolo pubblicato su Mediatroupe

Le conseguenze dell'amore

Italia 2004
Di Paolo Sorrentino
Con Toni Servillo, Olivia Magnani, Adriano Giannini, Raffaele Pisu, Angela Goodwin


Unico film italiano presentato in concorso a Cannes e accolto con dieci minuti di applauso: queste sono le credenziali di “Le conseguenze dell’amore”, secondo film del giovane regista napoletano Paolo Sorrentino, che si candida ad essere una delle migliori pellicole della stagione. Il titolo potrebbe trarre in inganno e far pensare alla solita storia d’amore sentimentale e travagliata. In realtà il fulcro della vicenda è ben diverso, come spiega lo stesso regista che, insieme agli interpreti Olivia Magnani e Adriano Giannini, sabato 25 settembre ha risposto alle domande dei giornalisti in conferenza stampa a Palermo: «Questo film parla delle conseguenze dell’amore non esclusivamente fra uomo e donna, ma anche dell’amore per la vita. Mi interessa molto raccontare il momento in cui le energie delle persone cambiano». Protagonista del film è Titta Di Girolamo (Toni Servillo), cinquantenne di origine salernitana, che di frivolo ha solo il nome. Infatti da dieci anni vive in una stanza d’albergo in Svizzera e conduce un’esistenza assolutamente monotona e priva di emozioni, fatta di abitudini, gesti quotidiani, silenzi e sguardi fugaci verso la realtà che intanto scorre e si consuma. Dalle prime scene del film potrebbe sembrare un uomo disadattato, che vive ai margini della vita perché non riesce a diventarne protagonista, che annota su un foglietto, come programma per il futuro, di fare attenzioni alle conseguenze dell’amore, che si nasconde dietro lontani ricordi e aspetta inesorabile la fine.

Pare abbastanza evidente il confronto col vicino di stanza Carlo (Raffaele Pisu), uomo non più giovane che ha dilapidato tutto il patrimonio al gioco e che sogna una morte rocambolesca e ricca di emozioni; o con il fratello Valerio (Adriano Giannini), giovane e superficiale, che fa l’insegnante di surf e va dietro a tutte le donne. Eppure gli sguardi impenetrabili di Titta, le poche parole spesso autoritarie e cariche di ironia pronunciate con voce ferma e profonda, i movimenti lenti e il continuo distaccarsi da tutto ciò che lo circonda inducono a pensare che dietro questa figura così asettica si nasconda un segreto inconfessabile che lo costringe ad essere prigioniero e non artefice di questo ruolo e lo circondano di mistero. Mistero che incuriosisce Sofia (Olivia Magnani), giovane barista, che dopo molteplici tentativi riesce a entrare nella vita di Titta. Dietro l’angolo si proietta una possibile storia d’amore che però non verrà mai vissuta e che in ogni caso sconvolge le scelte dei protagonisti e giustifica il finale. Straordinaria l’interpretazione di Servillo, sul quale praticamente si regge tutto il film. Attraverso i suoi primi piani si coglie tutta l’essenza di questo personaggio così complesso, e riesce a trasmettere le emozioni del protagonista senza però tradire quell’aspetto impenetrabile della sua figura. Discorso a parte per Olivia Magnani, nipote della celeberrima Anna, che quasi timidamente porta sulle spalle un pesante cognome: «Lei è una visione di Titta, ha meno autonomia. La maggiore difficoltà è stata quella di interpretare un personaggio non scritto e con pochi dialoghi».


Un film fatto prevalentemente di silenzi deve riuscire a colmare questa “lacuna” con altri mezzi di comunicazione. E Sorrentino, autore anche del soggetto e della sceneggiatura, ha fatto delle scelte ben precise e mai lasciate al caso. A cominciare dalle musiche che anziché fare da colonna sonora diventano sottofondo, si adattano alle circostanze e sembrano quasi seguire il flusso delle emozioni di Titta. Belle anche le inquadrature che a volte sembrano un insieme di foto espressive come tante diapositive. Curati anche gli ambienti e i particolari, come la stanza della banca tutta bianca e con poche finestre, dove l’assordante rumore dei soldi contati dagli impiegati trasmette freddezza e una totale assenza di emozioni; o come il quadro nella stanza di Titta, assolutamente privo di attrattiva, che ritrae dei banali cerchi concentrici dai colori spenti. Il finale lascia un po’ di amaro in bocca, anche se sembra una scelta obbligata e coerente alla figura del protagonista. E in fin dei conti alla solitudine e alla tristezza di questa vita che da dieci anni è una “non vita”, si contrappone il sentimento di amicizia che, nonostante gli anni, sembra restare immutato e sembra essere il vero messaggio del film. Con “Le conseguenze dell’amore” Sorrentino conferma quanto di buono aveva fatto vedere col suo primo film, “L’uomo in più”, presentato a Venezia nel 2001 e che aveva ricevuto numerosi riconoscimenti. Sorrentino si unisce anche alla schiera di giovani e promettenti registi italiani artefici di una ripresa del cinema italiano che da qualche anno aveva mostrato di essere in crisi.
Articolo pubblicato su Balarm il 27/09/2004

L'amore ritrovato


Italia 2004
Di Carlo Mazzacurati

Con Maya Sansa, Stefano Accorsi, Marco Messeri, Luisanna Pandolfi, Vania Rotondi, Giacomo La Rosa, Anne Canovas, Marie Christine Descouard, Claude Lemaire

Uscito nelle sale cinematografiche il 17 settembre e presentato fuori concorso alla mostra di Venezia, “L'amore ritrovato” è il nuovo ed attesissimo film di Carlo Mazzacurati, presentato nel circuito cinematografico palermitano lo scorso lunedì 20 settembre alla presenza dei due attori protagonisti, Stefano Accorsi e Maya Sansa. La popolarità datagli da “L’ultimo bacio” di Gabriele Muccino, rafforzata con “Le fate ignoranti” di Ferzan Ozpetek e consacrata con “Un viaggio chiamato amore” di Michele Placido (film che gli ha fatto vincere la Coppa Volpi alla mostra di Venezia del 2002), avevano trasformato Stefano Accorsi in un sex-symbol idolatrato dalle teen agers e in un attore di grande prestigio ambito da ogni regista. Eppure Stefano Accorsi, andando un po’ contro corrente, negli ultimi due anni è rimasto lontano dal grande schermo ed ha fatto parlare di sé solo per la sua ormai ben nota storia d’amore con Letizia Casta. Non si è quindi aggrappato all’onda del successo che lo aveva investito, ed ha voluto prendersi una lunga pausa di riflessione, come lui stesso ha dichiarato durante la conferenza stampa precedente la proiezione della pellicola: «La cosa bella di questo mestiere è divertirsi. Sono stato fermo perché sentivo troppa pressione, ero influenzato dal fatto che un film si chiudeva o meno se lo facevo io. Questo periodo di fermo mi ha aiutato a trovare il gusto di fare film, di scegliere in base al piacere». Facile quindi immaginare quali potessero essere le aspettative dopo un periodo di assenza durata ben 2 anni. Facile, anche, immaginare i commenti, a volte spietati, dei critici che si aspettavano di più da un film che forse non aveva altra pretesa che quello di raccontare una storia d’amore, ambientata in Italia nel 1936.

«A differenza di tanti film che parlano d’amore – spiega Accorsi – questo guarda i personaggi da vicino, entra nella loro intimità. È un film che vive di sguardi, di sensazioni». La storia d’amore, dunque, è la vera protagonista del film, tutto il resto fa da contorno. Pochi personaggi, montaggio delle scene abbastanza regolare, musiche non troppo ricercate (eccezion fatta per la canzone iniziale di De André che suscita un certo brivido specie se associata a delle immagini “d’epoca”): sono elementi che sottolineano le intenzioni del regista e le sue scelte nel modo di porre questa vicenda. Qualcuno ha criticato la scarsa attenzione prestata per il periodo storico, per la guerra, per le proibizioni del fascismo, per l’ambientazione. Ma questo discorso andrebbe fatto per un film storico e questo non è un film storico. Nell’aria si avverte un’atmosfera di malinconia, di sconforto e quasi di pietà per chi è costretto ad indossare una divisa e andare a combattere, come se da un momento all’altro dovesse accadere qualcosa di forte che potrebbe cambiare tutto. Invece non accade nulla e se accade è accennato in maniera del tutto marginale.
La trama è abbastanza semplice: Giovanni è un banchiere, sposato e con un bambino. Maria è una sua vecchia fiamma. Si rivedono, si riaccende la passione, nasce un amore che li terrà uniti per sempre, anche a dispetto delle vicende della vita. Apparentemente una storia scontata, facilmente ritrovabile nelle infinite fiction che popolano la televisione e che, nonostante le ambientazioni storiche, ripropongono lo stesso andazzo e lo stesso tormento oramai privo di emozioni. In realtà questo film non vuole essere né banale né scontato, anzi vuole dimostrare che non è necessario incollare una fitta serie di colpi di scena, intrighi, inganni, inseguimenti e figli illegittimi per offrire al pubblico qualcosa di gradevole e al tempo stesso emozionante.

L’assenza di colpi di scena e la lentezza del ritmo fanno sì che l’intero film si regga sull’interpretazione. Bravo come sempre Accorsi, capace di essere a volte romantico, altre volte più cinico. Tuttavia siamo lontani dai personaggi travagliati e isterici che lo hanno reso famoso e che tanto avevano stupito. Forse non è questo il genere di film che più si adatta alle sue caratteristiche, ma un grande attore lo si vede anche in questi momenti, quando riesce a tirare fuori il meglio di sé anche in situazioni poco congeniali. Più convincente il personaggio della Sansa, che così racconta il suo personaggio: «Nel romanzo lei è una donna perduta, finita, come se fosse sempre sull’orlo di una crisi. Nel film questo personaggio è cambiato e più forte». E così, da donna fragile e quindi facile preda, si trasforma in una donna che vuole dimenticare il suo passato e vivere la sua vita serenamente. Si lascia prendere da questo amore, ma quando vede la moglie di Giovanni, si accorge di non essere la donna che lui ama bensì la sua amante. E trova la forza per ricominciare. Si invertono così i ruoli: l’uomo forte diventa incapace di scegliere; la donna debole prende in mano il suo destino. Dal 22 ottobre Accorsi sarà nuovamente nelle sale cinematografiche con “Ovunque sei”, film di Michele Placido e presentato in concorso a Venezia (quello del nudo integrale per intenderci!)

Articolo pubblicato su Balarm il 21/09/2004

Hitch, lui si che capisce le donne

U.S.A. 2005
Di Andy Tennant
Con Will Smith, Eva Mendes, Kevin James, Amber Valletta, Michael raraport

Come può un commercialista sovrappeso, senza ombra alcuna di fascino, imbranato, pasticcione, timido e asmatico riuscire a conquistare il cuore di una donna bella, ricca e famosa? Semplice, grazie a Hitch! Chi è Hitch? Un mago? No, nulla di tutto questo. Concettualmente potremmo definirlo un consulente, perché in realtà è questo che lui fa: dare consigli utili e mirati che si rivelano sempre efficaci e vincenti. Ma che tipo di consigli? Spieghiamoci meglio: un uomo conosce una donna che ritiene essere il grande amore della sua vita. Tuttavia è troppo timido per farsi notare da lei e chiederle anche solo di uscire: troppo grande è la paura di sbagliare tutto e soprattutto troppo opprimente la timidezza che fa dire solo frasi stupide o insignificanti. A questo punto arriva Hitch, un ragazzo che sa come conquistare le donne, che capisce cosa piace loro e cosa pensano. Bastano una serie di consigli mirati e una buona iniezione di fiducia, necessaria per farsi notare e iniziare così un dialogo, ed in soli tre appuntamenti si arriva al momento fatidico del primo bacio, ovvero quando una donna capisce molto su quella che potrebbe diventare una relazione.

Ci troviamo di fronte ad una commedia romantica, brillante e per certi versi originale, anche se i temi sono sempre gli stessi: la tanto delicata quanto emozionante fase dell’innamoramento, ma anche le incomprensioni, i malintesi, i piccoli litigi e le riappacificazioni. Immancabili le gag divertenti, anche se un po’ scontate, che comunque servono da un lato ad accentuare i lati comici dei personaggi, dall’altro a rendere il paradosso ancor più paradossale e allo stesso tempo inevitabile. E ritroviamo anche un Will Smith in versione divertente nei panni di Hitch. L’ex principe di Bel Hair , dopo aver combattuto contro i robot ed aver prestato la sua voce per uno dei personaggi di Shark Tale, torna ad un ruolo comico che sembra ritagliato per lui: da una parte c’è l’Hitch sicuro di sé, che sa affrontare le situazioni in modo programmatico, senza lasciare nulla al caso, ma dall’altro c’è l’Hitch innamorato, che si rende conto quanto sia difficile essere sempre lucidi quando ci si trova a vivere le emozioni in prima persona e che, incredibilmente, riesce a fare colpo proprio quando la situazione gli sfugge di mano e colleziona una serie di figuracce che avrebbero fatto scappare qualunque ragazza.

Tra i momenti più divertenti del film ci sono i duetti tra Hitch e Albert, il commercialista pasticcione interpretato da Kevin James, volto noto della TV americana. Il film, oltre a divertire, propone un quesito che resta irrisolto: cosa conta di più in amore, essere se stessi, al costo di fare brutte figure e di passare per degli stupidi, oppure vincere le paure e riuscire a mostrarsi sicuri e più concreti? Forse nessuna delle due è la risposta giusta e forse occorre un po’ di tutto.

Articolo pubblicato su Balarm il 22/03/2005