martedì, giugno 01, 2010

La penisola dello Yucatan: alla scoperta del mondo Maya

La penisola dello Yucatan, tra Messico, Guatemala e Belize. Un viaggio appasionante alla scoperta dei misteri dei Maya in una terra ricca di cultura e di soprese: le affacinanti e maestose piramidi Maya; la giungla con la sua flora e la sua fauna; lo splendore delle spiagge caraibiche; e soprattutto la gente, calorosa e sorridente, ma anche malinconica e spesso rassegnata.
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martedì, gennaio 05, 2010

La guerra di Troia - Capitolo 11 - Il sacrificio di Ifigenia

C’era una volta, tanto tempo fa, una bella principessa chiamata Ifigenia, che viveva nel suo splendido palazzo insieme alla madre, Clitennestra, ed al fratello Oreste. Il padre, Agamennone, re di Atene, era stato nominato generale supremo della flotta Greca, radunata appositamente per la conquista di Troia, e quindi si trovava in Aulide pronto a salpare. La sua fanciullezza, fatta di giochi e passeggiate con le ancelle, fu interrotta un bel giorno quando, un messaggero, veniva a portarle una richiesta di matrimonio nientepopodimenoche di Achille, figlio di Peleo e re dei Mirmidoni, il più bello, forte e coraggioso tra tutti i guerrieri greci. Quale migliore fortuna potrebbe desiderare una fanciulla? E quale migliore sorte potrebbe desiderare una madre per la propria figlioletta?
Madre e figlia, raccolte le proprie cose, montarono su una carrozza alla volta dell’Aulide, dove le navi erano ormeggiate in attesa di salpare e dove Achille era accampato insieme alle sue truppe.
Questa che sembra l’inizio di una bella e romantica favola d’amore, in realtà altro non è che il prologo di un terribile incubo, figlio di antichi sortilegi che gli dei non avevano mai dimenticato. Ad aspettare Ifigenia non c’era un Achille innamorato (che tra l’altro era all’oscuro di tutta questa situazione), né fiori d’arancio, né un velo nuziale. Ad aspettare Ifigenia c’era solo un’atroce menzogna ed un infausto destino pronto ad abbattersi su di lei. Ma per capire bene di cosa stiamo parlando forse è il caso di fare un piccolo passo indietro.
Nel capitolo precedente abbiamo lasciato la flotta greca, oramai al completo anche dei suoi più valorosi uomini, pronta a salpare dal Peloponneso con tutte le peggiori intenzioni sulla città di Troia. Ma dopo 9 lunghi e sfiancanti giorni di attesa nessuna delle navi era riuscita a prendere il largo. Motivo? Delle onde altissime rendevano il mare innavigabile. I pochi che si erano avventurati sfidando la furia delle acque erano stati o travolti o costretti a tornare con la coda tra le gambe. I soldati si annoiavano, il nervosismo cresceva a dismisura ed il sospetto che gli dei non approvassero questa missione cominciò a serpeggiare tra gli uomini. Che fare se non interrogare il più saggio tra tutti i saggi, il più indovino tra tutti gli indovini? E così fu chiamato Calcante il quale, con volto triste e rabbuiato, puntò il dito contro il re Agamennone, reo di avere offeso la dea della caccia Diana.
Tutto ebbe inizio un mattino quando Agamennone, durante una battuta di caccia, riuscì a prendere un capriolo con una tale maestria che si definì migliore della dea stessa della caccia. Ora non esiste persona al mondo che non sia a conoscenza della permalosità degli dei, e non che meno delle dee. Come può un essere mortale osare offendere a tal punto una divinità? Come può anche solo paragonare le proprie doti a quelle di un dio? Eppure Agamennone, accecato dall’orgoglio e dalla superbia, aveva commesso un grave errore e per questo doveva pagare. Ma la vendetta è un piatto che si gusta freddo, al momento giusto. Diana aspettò. E questo era ora il momento giusto.
Umiliato da una simile rivelazione Agamennone era pronto a scagliare tutta la sua collera contro Calcante, ma poiché ambasciatore non porta pena, tanto valeva interrogare ancora l’indovino e farsi dire come poter chiedere perdono e farla finita con quella farsa. Ebbene Diana, dea della caccia, per porre fine alla sua collera pretendeva un sacrificio. Ma non un agnello o un capriolo, come era usanza del tempo, bensì un sacrificio umano, e nella fattispecie il sacrificio della figlia primogenita di Agamennone, Ifigenia.
Va bene essere in collera, ma una richiesta così atroce fece rabbrividire anche i più insensibili e truci tra i soldati.
Schiacciato dal peso di una simile situazione il re di Atene fu preso dal panico: se avesse rifiutato il sacrificio avrebbe fatto una figura a dir poco barbina nei confronti dei suoi soldati; ma se avesse accettato avrebbe dovuto uccidere la sua amata figlioletta. E poi chi glielo andava a dire a sua moglie Clitennestra, che già mal lo sopportava, che dovevano sacrificare la figlia per amor patrio?
Alla fine la decisione fu presa, ma a macchiarsi di un simile misfatto il re di Atene non fu da solo: furono infatti gli altri generali a convincerlo ad inventare la storia del matrimonio.
Quando i protagonisti di questa farsa furono al corrente della verità, sensazioni differenti si alternavano nel loro cuore: Achille andò su tutte le furie, offeso nell’orgoglio, proprio lui che era sempre gentile con i più deboli, proprio lui che odiava la menzogna, proprio lui che era così puro di cuore, era stato coinvolto a sua insaputa in un’azione così meschina; Clitennestra avrebbe volentieri ucciso con feroce violenza il marito, reo di avere anche solo partorito un simile pensiero; Ifigenia invece fu invasa da amor patrio. Dopotutto questa guerra era una guerra giusta, se il soldati non partivano i troiani sarebbero rimasti impuniti e avrebbero continuato a rapire le donne a loro piacimento. Con un discorso commovente che strappò lacrime anche ai più duri di cuore Ifigenia andò incontro alla morte, diede una lezione di dignità a tutti e liberò le acque del mare dal loro sortilegio. Un gesto che commosse la stessa Diana che forse, resasi conto dell’atrocità della sua vendetta, sostituì la fanciulla con una cerva e poi la condusse in Tauride facendola diventare una sua sacerdotessa.
Tutto è bene quel che finisce bene, direte voi, ma le conseguenze di tale episodio non avrebbero tardato a farsi sentire sui suoi protagonisti con infauste conseguenze.

venerdì, novembre 27, 2009

La mia visione del natale

Che cosa dire del Natale: semplicemente che ne sono terrorizzata. Ogni anno è il solito lungo, massacrante e snervante itinerario.
Tutto ciò che ruota attorno al Natale mi stressa. A cominciare dagli addobbi: per quale ragione bisogna tappezzare la casa di nastri rossi e dorati, stelle di natale, alberi, fiocchetti, palline, aghi di pino, spruzzi di neve, candele e tutte le menate di questo mondo? Qualcuno me lo vuole spiegare il perché?Se il Natale è la festa della nascita di Nostro Signore, l’unico addobbo appropriato dovrebbe essere un presepe, anche uno piccolino, che ci ricordi l’importanza e la solennità dell’evento. Ma ovviamente il senso del Natale non può essere una cosa così banale, ed è per questo che dobbiamo ostentare pomposità ed un senso di allegria che si allontanano prepotentemente dallo spirito religioso ed abbracciano il consumismo più spietato. E così tutto diventa rosso: la tovaglia per la tavola, i tovaglioli, il servizio di piatti, il servizio di bicchieri, gli asciugamani in bagno, il tappeto di ingresso e persino le mutande. Roba da fare imbufalire il più placido dei tori.
Poi c’è la caccia ai regali. Per carità, fare e ricevere regali è una cosa molto bella ed emozionante, ma solo se fatta con il cuore e con sincerità. Ma quanti regali facciamo col cuore e con sincerità? Quanti regali sono invece un “obbligo”?Ovviamente non c’è mai tempo per pensare ai regali e ti riduci sempre agli ultimi giorni, quando i negozi sono affollatissimi ed inavvicinabili, le commesse super stressate, la gente impazzita, il traffico alle stelle e la roba sui banconi riciclata dai precedenti anni. E allora che cosa regali? Certo sarebbe bello riuscire a pensare a qualcosa di originale, di sfizioso, di innovativo, che sappia commuovere e allo stesso tempo essere utile, che sappia stupire e che non finirà nel ripostiglio a marcire insieme alle scarpe vecchie. Sì, sarebbe bello, ma 30 regali originali in 24 ore sono un record per tutti.E così, stretto nella morsa del tempo che sta per scadere, con la frenesia di chi ha ancora mille cose da fare, ti ritrovi a comperare le solite fesserie, che magari sono identiche a quelle dei precedenti anni, perché non te lo ricordi cosa avevi regalato lo scorso anno, e fra 2 giorni avrai dimenticato anche tutto quello che hai appena acquistato.
Certo, è vero, comperi tanti regali per gli altri e ti giochi in un giorno tutta la tua bella tredicesima, ma è pur vero che arriva anche il momento di ricevere. Dai, almeno piangi con un occhio. Massì, è mezzanotte, apriamoli questi benedetti regali, sottraiamoli alla loro staticità, prendiamoli da sotto l’albero, strappiamo la sgargiante carta rossa con le stelline dorate che vendono al mercatino 50 centesimi al metro quadro e consoliamoci con le nostre sorprese.Wow, una candela profumata! Proprio mi mancava, non ne avevo neppure una.Un golfino fucsia smanicato in lana spinosa e a collo alto. Ma guarda, lo cercavo da tanto tempo, starà benissimo con la gonna arancione che mi ha regalato la zia.E questo completino intimo rosso sgargiante di 3 taglie più grandi della mia. Mi servirà quando ingrasserò.E questo portafoto in finto argento. Starà benissimo accoppiato alla candela profumata.Il bottino di quest’anno comprende anche: una cesta natalizia con panettone, zampone, lenticchie e spumante preso da Eurospin; un set di bagnoschiuma, crema idratante e sapone al profumo di biancospino della Finlandia del nord; sciarpa, guanti e berretto in puro acrilico color grigio topo; una pirofila in finta ceramica tutta dipinta a mano con girasoli appassiti; e mille altre scemenze che non sai dove andare a piazzare.
Ma poi arriva il momento più solenne della giornata, l’immancabile messa di mezzanotte. 2 ore ad ascoltare il prete che ci rimprovera perché ogni anno siamo sempre di meno (e rimproveri proprio noi che invece siamo qui?), perché ci siamo lasciati prendere la mano dal consumismo, perché spendiamo tanti soldi mentre nel mondo tanta gente muore di fame, perché si sono smarriti i valori, e bla bla bla. E ti accorgi che sono le stesse identiche parole dello scorso anno, e dell’anno precedente, e di quello precedente ancora. Oramai neppure lui ci crede più in quello che dice, oramai le sue parole sono come la lettura di un copione già scritto, oramai il suo tono è stanco, sfibrato, atono. Finita la messa ci abbracciamo tutti e ci scambiamo gli auguri più sinceri, avvolti nelle nostre calde pellicce, con al collo una collana in oro da mezzo chilo regalo fresco fresco del nostro maritino affettuoso. Domani ci aspetta il nostro pantagruelico pranzo.
Ed eccolo il pranzo: decine di antipasti di varia natura, tra carne e pesce, tra dolce e salato, tra tradizione e modernità, tra sacro e profano; un abbondante primo che il più delle volte si traduce in una classica ma sempre ben riuscita lasagna; spiedini di carne, salsiccia, pesce al forno; contorni vari; baccalà, sfincione e rimasugli di pizza della sera precedente; una variegata quantità di dolci quali panettone, pandoro, pasticceria mignon, cassata, buccellato; spumante; caffè; cioccolatini vari e torroncini per il post pranzo.E dopo essersi riempiti le pance a più non posso, che cosa c’è di più salubre che rimettersi seduti attorno al tavolo per delle interminabili giocate a carte? Con il cibo stratificato sullo stomaco assisti a vere e proprie competizioni agonistiche, con soldi che vanno e vengono dalle tasche di tutti.

Ma ci sono anche le giocate a tombola assieme a vecchietti e bambini: “26. Come, 36? No 26. peccato, se era 26 facevo terno. Ma già se lo sono preso il terno. Di già? Mi sempre sfortunata devo essere. Tombola! E chi l’ha presa. Ma la bambina ovviamente. Meno male che se l’è presa lei…”.Nel tardo pomeriggio iniziano ad arrivare una valanga di sms di auguri, quelli che si mandano uguali a tutti gli utenti della tua rubrica, tanto hai la carta auguri e non paghi nulla. Indispettita di essere una fra tanti non rispondo a nessuno di questi messaggi, a meno che non si tratti di un sms indirizzato solo ed esclusivamente alla mia persona.E ci si appresta a fine serata, stanchi, distrutti, sfiniti. Non sono passate neppure 3 ore dalla fine del pasto eppure la tavola è di nuovo apparecchiata. Tutti dicono: “Ma no, sono sazio, non ho fame” eppure tutti finiscono per sedersi e mangiucchiare.Ce ne torniamo tutti a casa, col sorriso stampato sulle labbra, soddisfatti della bella giornata e con la voglia di ripeterla quanto prima.
Magari proprio a capodanno!!!!!!

giovedì, luglio 16, 2009

Uomini che odiano le donne e la maledizione dei best sellers


Ho sempre sostenuto che un libro, per essere considerato bello, deve innanzitutto essere scritto bene. Certo anche la trama è importante, ma è secondaria, perché se dopo 20 pagine di frasi brevi e grammaticalmente rozze, dopo parole banali che si ripetono e che si mescolano senza un minimo di criterio, dopo un trito di cose troppo uguali a se stesse, non è più ammissibile pensare di sprecare il proprio tempo libero per andare dietro ad un libro così tanto ingiustamente (a mio modo di vedere) acclamato come “Uomini che odiano le donne”.
Disgustata ho preso il volume abbastanza corposo (che inutile spreco di carta) e l’ho riposto in libreria, pentita di avere speso inutilmente i miei soldi (mai nessun libro era riuscito a resistere così poco tra le mie mani, e soprattutto senza nessuna possibilità di appello), ed ancora una volta pentita di essermi fatta ingannare dalla posizione alta nella classifica dei libri più letti. Mi è già capitato in altre due occasioni.
La prima volta con “Il codice da Vinci”. Lì a spingermi c’era la curiosità di un libro di cui tutti parlavano perché rivelava delle verità sconvolgenti che mettevano a soqquadro l’intera fede cristiana e che mostrava palesemente le prove del matrimonio di Gesù con la Maddalena e della sua numerosa stirpe di discendenti arrivata fino ad oggi. In realtà, già dopo le prime pagine, ho cominciato a nutrire una certa repulsione per lo stile letterario così infantile e poco ricercato. Va bene che si trattava fondamentalmente di un thriller, va bene che quello che contava era la trama (tra l’altro abbastanza fitta), però un minimo di stile letterario ci vuole. Altrimenti siamo tutti bravi a scrivere libri, basta che ci inventiamo una storia assurda che non sta in piedi neppure con tutta la buona volontà. Di questo libro comunque ne ho ampiamente parlato in un mio precedente post, e quindi è inutile dilungarsi ancora, perché il solo pensiero fa riaffiorare alla mia mente il disgusto per quanto letto. Per fortuna ai tempi me lo prestarono e non sprecai neppure un centesimo.
La seconda volta è capitato con “La solitudine dei numeri primi” che, oltre a godere del favore del pubblico (è stato per mesi il libro più letto in Italia) poteva pregiarsi di avere vinto il premio Strega 2008. Saranno stati tutti questi meriti, sarà stato il titolo così accattivante, sarà stata la copertina del volume così bucolica e che mi ricordava la Primavera di Botticelli: insomma, avevo un buono sconto, l’ho adoperato ed ero pure tutta contenta perché finalmente leggevo qualcosa di più contemporaneo (visto che le mie letture propendono sempre per il passato). Ammetto che all’inizio era piacevole e scritto discretamente bene, ma ad un certo punto tutta la trama si è persa, si è fatta ingarbugliata e lo stile narrativo ne ha risentito parecchio. È diventato così incomprensibile e così farraginoso che avevo quasi l’impressione che l’autore avesse ceduto il posto a qualcun altro chiedendogli di finire il romanzo come meglio poteva. Se è così facile vincere un premio letterario così importante, quasi quasi mi cimento pure io.
Ed infine eccoci ai giorni nostri, al nostro “Uomini che odiano le donne”. Ero in libreria, ho dato un occhiata ai libri più letti, ho pescato questo qui, ho letto una minirecensione che paragonava questa saga ad altre più famose come Harry Potter, e mi sono lasciata convincere, anche se ero un po’ riluttante. Lo leggerò in spiaggia, mi sono detta, ma non l’ho ritenuto degno neppure di questo. Per 30 pagine ho praticamente dormito senza capirci nulla fino a quando, sdegnata da questo modo di scrivere così banale, ho lasciato perdere ed ho concentrato le mie attenzioni su un altro volume. Volete sapere quale? Ok, ve lo dirò: Sostiene Pereira di Antonio Tabucchi. Si, un libro che non ha nulla a che vedere con quelli che ho finora citato, ma che mi ha disintossicato dalla pessima scrittura e mi ha riconciliato con il mondo degli scrittori. Un sospiro di sollievo. Può darsi che vi parli di questo libro in seguito.


lunedì, febbraio 23, 2009

L'eleganza del riccio



Ho iniziato a leggere questo libro ad ottobre ed ho terminato adesso, a febbraio, e solo perché da giorni sono costretta a stare a casa. Lo ammetto, è il secondo libro che ha richiesto il mio maggiore sforzo (il primo è stato Cent’anni di solitudine di Marquez) e la lentezza la si può attribuire a tanti fattori:
1) i preparativi per il matrimonio;
2) la stanchezza fisica e mentale che mi aveva portato alla ricerca di cose più leggere;
3) la complessità dello stile narrativo.
Inutile soffermarsi sulle prime due argomentazioni. Preferisco approfondire il terzo punto.
Ma per parlarvi dello stile narrativo devo per forza di cose addentrarmi nella trama.
Protagoniste della vicenda due donne.
Renèè ha 54 anni, è bassa, grassa, bruttina, di umilissime origini e fa la portinaia presso un prestigioso palazzo di Parigi (lavoro che ha ereditato dal defunto marito). Apparentemente è una donna ignorante che non sa nulla sulle cose del mondo e che conduce con banalità la sua piatta esistenza. In realtà è una donna molto intelligente e molto colta (una cultura autodidatta, visto che le scarse possibilità economiche non le hanno permesso di studiare).
Paloma è una ragazzina di 12 anni figlia di un ministro, dotata anche lei di una straordinaria intelligenza e cultura ben al di sopra della media, che medita sul suo suicidio con incendio della casa annesso.
Che cosa hanno in comune queste due donne? A parte l’intelligenza e la cultura, di cui ho già parlato, entrambe preferiscono tenere nascosto il proprio sapere, senza condividerlo con nessuno, e solo perché ritengono il genere umano una massa incolta di gente senza un briciolo di cervello. Per 300 pagine non si fa altro che leggere delle loro continue lamentele sulla stupidità delle persone che li circondano, sul loro modo di enfatizzare problemi ridicoli e su come si credano chissà cosa solo perché hanno un banalissimo titolo di studio. Stanno lì a guardare il mondo dall’alto, con superbia ed alterigia, giudicando chiunque, come se fossero divinità possessori della verità assoluta.
Quale è il risultato di questo scellerato comportamento? Ovviamente tanta solitudine e tanta infelicità.
Lo confesso, mi hanno suscitato una tale antipatia e repulsione che più di una volta sono stata tentata di abbandonare il libro per leggerne qualcun altro. Eppure non l’ho fatto, forse perché speravo che prima o poi potesse succedere qualcosa di eclatante che cambiasse registro alla narrazione; forse perché in fondo lo scopo dell’autrice era proprio quello di suscitare nei lettori la stessa antipatia che queste due donne suscitavano a chi stava loro accanto (e qui come fare a non apprezzare la bravura di chi sa scrivere così divinamente?); forse perché quando l’ho comperato era il secondo libro più letto in Italia (preceduto da La solitudine dei numeri primi, pensa un po’ che disgrazia) e quindi meritava un briciolo di attenzione; o forse perché in fondo € 18,00 sono sempre soldi!
Comunque, ad un certo punto la svolta c’è stata. È entrato sulla scena un uomo. E qua – direte voi – la vicenda si fa banale. Quest’uomo, anche lui dotato di grande intelligenza e cultura, riesce a smascherare le due donne, diventando loro amico e condividendo momenti di vera felicità, parlando di cultura alla pari. Si, sono subentrati sentimenti di amicizia e anche d’amore, la storia è diventata quasi prevedibile, ma per lo meno era piacevole. Ma alla banalità non c’è limite, perché al culmine della felicità la protagonista muore (ops, non dovevo rivelarvi il finale, ma almeno vi risparmio questo strazio), e così non potrà mai godere della felicità, un po’ come fa Meg Ryan ne La città degli angeli.
E sapete quale è la morale della storia? Ve lo dico subito.
Renèe e sua sorella, nate nella povertà e nella miseria, erano destinate a vivere una vita di stenti e senza aspettative, proprio come i loro genitori, se solo non avessero avuto due doti che le differenziavano e grazie alle quali potevano emergere. La sorella era bella, Renèe era intelligente. Ma la bellezza portò la sorella a morire mettendo alla luce il figlio illegittimo di un riccone. Perché mai Renèe doveva correre il rischio, uscendo dalla sua rettitudine, di morire pure lei? Meglio fingere idiozia.
E difatti, quando grazie alla sua intelligenza trova amicizia ed amore, ecco che muore pure lei.
Ditemi voi quale morale più bella!!!

lunedì, febbraio 09, 2009

La guerra di Troia - Capitolo 10 - Storia di Achille


A Teti non ne andava bene una. Già aveva dovuto subire l’affronto di sposare, Peleo, un comune mortale, lei che era fra le più belle fra le dee, lei che un tempo era circondata da spasimanti, e tutto questo solo perché uno stupido oracolo aveva predetto che il figlio da lei partorito sarebbe stato più forte di suo padre. Ma ora una nuova disgrazia le era piombata addosso: questo figlio, Achille, tanto desiderato e tanto agognato, era nato mortale come il padre, e come tale era destinato a lasciare questo mondo per vivere nell’Ade. Come accettare l’idea di vedere il proprio figlio crescere, invecchiare e morire? Come fare per renderlo immortale?
Una soluzione c’era: le acque del fiume Stige. Queste acque sacre avevano il potere di rendere immortale chiunque vi si bagnasse, ed è per questa ragione che Teti, tenendo il figlio per il tallone, lo immerse a testa in giù nel fiume, rendendo così il suo corpo impenetrabile a qualunque tipo di arma. Solo il tallone, unica parte del corpo a non essere stata bagnata, era vulnerabile e questo era un segreto che Achille avrebbe dovuto custodire gelosamente (avrebbe, ma non lo fece. Questo però ve lo racconterò in seguito).
Achille fu affidato alle cure del centauro Chirone, che lo nutriva di prelibatezze quali midollo di leone e cinghiali per trasmettergli la forza, e miele e midollo di cerbiatto per renderlo agile, persuasivo e dolce.
Achille crebbe così bellissimo, forte, valoroso, puro di sentimenti, abile con la spada, abile nell’arte della parola, della musica e del canto. Disprezzava la menzogna, difendeva i più deboli e combatteva contro ogni sopruso. Era impossibile non volergli bene, la sua fama si sparse ovunque, molte fanciulle agognavano di sposarlo e gli dei gli diedero addirittura la possibilità di scegliere tra una vita breve ma gloriosa ed una lunga ma anonima. Achille, che era affamato di gloria e di immortalità, scelse la prima soluzione, perché nulla rende più immortali della memoria delle imprese valorose. Decisione che invece non fu ben accolta dai genitori che avrebbero voluto tenerlo accanto a loro il più a lungo possibile.
Lo scoppio della guerra di Troia mise in pista due altri potenti oracoli: il primo diceva che senza Achille gli achei non avrebbero mai vinto la guerra; il secondo invece diceva che a Troia Achille avrebbe incontrato la morte. Entrambi dicevano il vero perché, si sa, gli oracoli non mentono mai, e se da un lato gli achei, guidati da Ulisse, si misero alla ricerca disperata del figlio di Peleo, dall’altro Teti, per proteggere il figlio, lo fece nascondere a Sciro dove, travestito da donna, viveva tra le figlie del re Licomede. Lì Achille, noto per le sue frequenti passioni, si innamorò di Deidamia e da essa ebbe un figlio, Neottolemo. Sembrava fatta ma Ulisse, a cui ancora bruciava l’idea di essere stato scoperto e costretto a partire, aveva tutte le intenzioni di scoprire Achille. Travestito da mercante portò a Sciro gioielli per le donne ed un’armatura, alla vista della quale Achille si spoglio delle sue vesti femminili e si fece scoprire. La notizia della guerra infiammò il suo cuore: la gloria tanto cercata era lì, a portata di mano, pronta ad assoggettarsi alle sue imprese.
Sopraffatta dalla decisione del figlio Teti gli regalò dei cavalli ed un armatura, dono di nozze di Poseidone e di Efesto. Tutto era pronto, nulla poteva fermare il corso del destino.


mercoledì, novembre 19, 2008

Mille splendidi soli

Nonostante siano trascorsi già 6 mesi da quando ho terminato di leggere “Mille splendidi soli”, quando penso a Mariam e a come la vita sia stata così dura per lei non posso fare a meno di commuovermi. I primi tempi è stato difficile: scoppiavo in lacrime e mi sentivo la gola stretta da un grosso nodo. Non riuscivo a darmi pace, non riuscivo ad accettare l’ineluttabilità dei fatti, non riuscivo a comprendere come la crudeltà e il desiderio di potere fossero in grado di distruggere una cultura millenaria e di arrecare tante atroci sofferenze al genere umano.
Lo so che si tratta di personaggi di pura fantasia ma sono personaggi che vivono una realtà che purtroppo non è finzione e che è ancora presente.
Se avete letto o visto “Il cacciatore di aquiloni” e vi è sembrato triste, questo lo è 100 volte di più. Il romanzo narra la storia di due donne, molto diverse tra loro, per età, cultura ed educazione. Due donne che si ritrovano a vivere in Afganistan nel periodo forse più brutto di tutta la sua storia; due donne che istaurano tra loro un sentimento di amicizia talmente grande da andare oltre l’immaginario. Ora voi penserete: ma per quale ragione devo farmi del male leggendo una storia che è così triste? Semplice: perché non è una tristezza fine a se stessa. Ci sono sentimenti, passioni, sofferenze, piccole gioie che in certi contesti assumono proporzioni smisurate.
E poi c’è la storia di un paese, l’Afganistan, che fino al famoso 11 settembre era del tutto sconosciuto al genere umano salvo poi diventare famoso come una terra barbara, povera, disastrata, abitata da gente ignorante ed estremista, pronta a dare la vita dei propri figli in cambio di una ricchezza divina nell’oltretomba. Non è affatto così. Leggendo questo libro si scopre che un tempo l’Afganistan era un paese civile, vessato si da una serie di tensioni di natura razziale, ma un paese in cui splendidi palazzi ed immensi giardini facevano da cornice alla popolazione. La gente viveva, studiava, lavorava, si curava dai medici, faceva la spesa ai mercati, andava alle feste… C’erano i ricchi e c’erano i poveri così come ci sono in tutti i paesi del mondo; c’erano le persone cattive e c’erano coloro che difendevano i diritti dei più deboli, così come accade in tutti i paesi del mondo; e c’era soprattutto la pace ed un modo di vivere la religione serena e senza estremismi. Poi sono accadute tante cose, raccontate attraverso le parole ed i pensieri di chi in questa terra ci ha vissuto, anche quando le bombe fischiavano sopra i tetti e distruggevano intere famiglie, anche quando furono posti una lunga serie di divieti (come ridere, cantare, ballare), anche quando le donne furono trattate come meno che niente.
Si la storia è triste ma allo stesso tempo commovente e bellissima. Impariamo ad affezionarci a Mariam, Laila, Tariq ed i loro genitori. Impariamo ad apprezzare questa terra così bella e così martoriata e alla fine guardiamo in modo differente la storia.

domenica, novembre 09, 2008

I Beati Paoli


Ho appena finito di leggere i Beati Paoli e scrivo con l’impeto di chi è rimasto commosso dall’epilogo di tutta la vicenda.
Potrei parlarvi del periodo storico in cui si svolge la storia, a cavallo tra il 1600 ed il 1700, quando parecchie dominazioni si alternavano sul regno di Sicilia, con buona rassegnazione della popolazione che tanto non vedeva mutata la propria condizione; potrei parlarvi della giustizia, che tutto perdonava ad una nobiltà troppo potente e fiera, e si accaniva contro la povera gente che non solo subiva, ma non aveva nulla per potersi difendere; potrei parlavi di una setta segreta che aveva il compito di riparare ai torti della giustizia e che grazie al coraggio di uomini incappucciati, affrontava enormi pericoli; potrei parlarvi dei molteplici protagonisti le cui vicende infiammano queste più di 800 pagine, ma è di una di loro che oggi mi sento di parlare, di una donna forte che grazie alla sua passionalità ha modificato il corso della vita sua e delle persone che le stavano accanto.
Donna Gabriella era una donna giovane e molto bella, di quella bellezza che attraeva ed inebriava gli uomini. Molti le ronzavano attorno, la riempivano di complimenti e la corteggiavano, ma lei, lusingata da tante premure, rimaneva indifferente ed il suo cuore mai si abbandonava a sussulti. A 20 anni la fecero sposare con Don Raimondo, duca della Motta, che aveva 25 anni più di lei. Un matrimonio che si consumava nella reciproca indifferenza con buona rassegnazione dei due coniugi e dal quale non nacquero figli.
Poi un giorno spunta dal nulla un giovane misterioso, bello, forte, coraggioso, che difendeva i più deboli e combatteva le ingiustizie: Blasco da Castiglione. Fra i due nasce subito l’amore ma Blasco, per rispetto del marito, decide di rinunciare a questo amore con grande dispetto di Gabriella. Questa infatti, sentendosi rifiutata nel suo amore e nella sua passione, comincia a nutrire per Blasco molteplici sentimenti, tra i quali spuntano anche odio e desiderio di vendetta. Sentimenti che accrescono quando si accorge che Blasco si innamora di un’altra donna, Violante, figlia della prima moglie di don Raimondo. A quel punto Gabriella fa di tutto per impedire il loro amore ed in un impeto di violenza tenta pure di accoltellare la figliastra.
Molte cose accadono poi e Blasco decide di cambiare aria e parte per la Spagna. Al suo ritorno, dopo 5 anni, ritrova Gabriella, ormai vedova, che dopo la morte del marito ha condotto una vita austera. Molti pensano che si tratti di un eccessivo rispetto al defunto marito, ma in realtà ella soffriva per la partenza dell’uomo amato e per l’impossibilità di amare qualcun altro. Per questo quando lo vede spuntare nuovamente dal nulla gli si getta tra le braccia e Blasco, commosso dall’amore di questa donna tanto bella, tanto passionale e tanto innamorata, finisce per cedere.
Gabriella ama Blasco.
Ma Blasco ama Gabriella?
Questo lui non lo sa. Prova per lei affetto ed una infinita riconoscenza per quel suo modo di donarsi e di amarlo. Ma non gli basta. E poi nel suo cuore c’è ancora Violante. Tuttavia si sacrifica, per la sua felicità.
Gabriella però sente che l’uomo che ama non contraccambia. La gelosia le rode l’anima, le insinua nella mente ogni più piccolo sospetto, sarebbe pronta ad uccidere entrambi se li scoprisse assieme. Tenta in tutti i modi di fare riaccendere la passione ormai sopita in lui ma con scarsi risultati. Tenta allora di dimostrargli che lo ama sopra ogni cosa e finisce addirittura per salvare la sua rivale. Un giorno infatti uccide un uomo che stava per violentare la ragazza, e lo fa solo perché sa che questa cosa renderebbe felice Blasco.
Che strana donna è Gabriella: se avesse acconsentito a quell’oltraggio forse Blasco avrebbe finito per allontanarsi ancora di più da Violante, ma lei agisce sempre di istinto e l’istinto le ha portato a fare tutto ciò.
Questo però ancora non basta. Il suo sacrificio ha avuto l’effetto di tenere Blasco legato a lei per riconoscenza; ha avuto l’effetto di tenere Violante (infinitamente riconoscente verso la matrigna) lontana da Blasco; ma non ha spento nei cuori né di Blasco né di Violante l’amore l’uno per l’altro. Ed allora, per dimostrare che a Blasco che lei lo ama anche a costo del sacrificio, si avvelena, davanti ai loro occhi, offre ad uno la mano dell’altra e chiede loro di ricordarsi di questo sacrificio.
A quel punto non ho potuto fare a meno di esclamare: che donna!
Amava un uomo con tutta se stessa: l’idea di vederlo tra le braccia di un’altra suscitava in lei mostruosi desideri di vendetta, ma quando si è resa conto che il cuore di lui non sarebbe mai stato suo, ha capito che doveva mettersi di lato. Ma saperli insieme le provocava troppa sofferenza e quindi ha preferito morire per non soffrire più.
Questa storia mi ha commossa ed è per questo che ho voluto raccontarvela. Forse vi ho rivelato il finale del romanzo e se quindi avreste voluto leggerlo ora sapete come va a finire. Ma in questo romanzo ci sono molti retroscena e molte altre storie che vale la pena di leggere.




martedì, ottobre 21, 2008

Il moralizzatore

Di giorno è una persona normale come tutte le altre: simpatico, alla mano, socievole, cortese… Se lo incontri per strada non è detto che non si fermi a scambiare 2 chiacchiere con te, a prendere un caffè al bar, a discutere del più e del meno, profondendo sorrisi e buon umore.
Ma quando scendono le tenebre su tutta la terra, quando il buio serpeggia tra le strade rendendole più insidiose, quando la soglia di attenzione si affievolisce in ognuno di noi, ecco che avviene la trasformazione: egli si chiude dentro una cabina del telefono e, dismessi i panni della persona comune, indossa quelli del supereroe che incarna: il moralizzatore!

A quel punto diventa irriconoscibile: giacca e cravatta sempre in tinta; capelli corti, ben pettinati e senza mai un ciuffo fuori posto; barba appena fatta e viso liscio e ben curato; ma soprattutto quello sguardo sereno e serafico di chi è al di sopra di tutto, di chi passa davanti alla sporcizia senza intaccarsi, di chi è immune da ogni tipo di peccato.
Come potremo vivere senza di lui, che ci punta il dito contro e ci elenca l’innumerevole lista dei nostri peccati? Noi, poveri esseri mortali, troppo presi da cose futili, come lavorare, o mettere soldi da parte per fare la spesa, pagare le bollette e arrivare a fine mese; noi, poveri esseri tristi ed infelici, che ci preoccupiamo di sciocchezzuole come il futuro; noi che alla sera ci lasciamo vincere dalla stanchezza e non ci preoccupiamo di lasciarci andare a discussioni lunghe, complesse e articolate.

Ah, quanto meschina è l’esistenza di tutti noi, povere pecorelle smarrite e senza una guida. Ma per fortuna c’è lui, il moralizzatore, l’unico in grado di capire dallo sguardo la natura dei nostri mali: il peccato!
È attraverso il peccato che ci allontaniamo da Dio, dai suoi insegnamenti e da tutto ciò che renderebbe la nostra vita felice. Ma come possiamo essere così ciechi? E allora perché non prendere esempio dalla sua vita che è così perfetta; dalla sua famiglia che è così perfetta; dalla sua condotta che è così perfetta: tutto ciò che lo circonda e tutto ciò che lui tocca è perfetto. Si, lo so, ho usato troppe volte la parola “perfetto”, ma ditemi quale altro termine riuscirebbe a descrivere al meglio la sua persona. Nessuno ovviamente.

A questo punto (già vi vedo col viso deformato dalla curiosità) vorrete sapere chi è questo essere al di sopra delle parti e dove lo si può trovare. Nulla di più semplice, basta seguire il mio stesso corso prematrimoniale e avrete l’onore di conoscerlo e di farvi da lui catechizzare. Scoprirete quanto sia bello sentire la sua voce mentre, con sguardo fiero ed imperturbabile, enuncia i mali dell’umanità (presenti nelle nostre misere vite) e ci indica la strada per superarli e sconfiggerli. Ah, quel suo modo di parlare, quella dialettica, quel tono fermo, quel sorriso sprezzante, quel dito puntato contro di noi: tutte cose che un giorno mi mancheranno, perché senza di lui la mia vita potrebbe tornare quella di sempre quando, ignara di tutto, la affrontavo e la vivevo come tutti gli altri esseri umani sulla faccia della terra.

giovedì, ottobre 02, 2008

Corso prematrimoniale


Avrei potuto iniziare questo post con uno dei più classici incipit, tipo “Sembra strano, pensavo che mai sarebbe accaduto, eppure anche per me è giunta l’ora di frequentare un corso prematrimoniale…”, ed invece la frase che mi viene più naturale dire in questa circostanza è un’esclamazione che recita pressappoco così: “Oh mio Dio!”.
“Oh mio Dio” altro non è che la prima cosa che ho detto non appena è terminato il nostro primo incontro, e temo che null’altro riuscirebbe ad esprimere al meglio il mio stato d’animo. Mi avevano messo in guardia sul tipo di personaggi con cui mi sarei dovuta rapportare e che l’unico atteggiamento da assumere era quello della “rassegnazione” in attesa che tutto arrivi ad una conclusione, però, dentro di me - rivangando quell’ingenua speranza che mi accompagnava da bambina quando vedevo decine di coppie, dopo la messa della domenica, recarsi in sacrestia per il loro corso - pensavo che forse qualche cosa di utile ne sarebbe venuto fuori. Ma ahimé, mai speranze furono rese più vane.
Non ho ancora capito bene la dinamica della situazione, non ho ancora capito bene quale sarà lo scopo di tutta la faccenda (i due catechisti ci assicurano che il corso riesce bene solo se alla fine almeno due coppie scoppiano), però so per certo che i primi 7 incontri saranno di natura religiosa e che i restanti saranno tenuti da esterni. Ma esterni di che? Boh, staremo a vedere.
Ma parliamo dei due catechisti sopra citati, che non amano definirsi così. La loro premessa (che poi voleva essere una promessa) di non essere 2 catechisti rigorosi ed intransigenti, ma due persone con cui parlare, dialogare e a cui rivolgere dubbi ed incertezze, si è dileguata dopo pochi minuti di conversazione, quando “all’apparir del vero tu misera cadesti”. Non me ne vogliate male, le citazioni leopardiane sono quelle che amo di più, quindi se le trovate qua e là sui miei testi non fateci caso, però servono a rendere l’idea. Infatti, non appena è iniziata la lezione, i due tizi hanno dismesso i panni degli “amici un po’ più maturi” per indossare quelli di sacerdoti in borghese.
Mi sentivo a messa, smarrita in una delle tante lunghe, estenuanti e dispersive omelie alle quali mi sottoponevo quando un tempo la chiesa la frequentavo per davvero. Le omelie sono sempre state il mio punto debole, nella maggior parte dei casi la mia mente divagava in fantasticherie, in pensieri contorti, complessi, confusi e senza capo né coda, perché seguire i ragionamenti del sacerdote era per me un’impresa ardua.
Ma non divaghiamo!
Mi rendo conto che ognuno dei catechisti merita una descrizione appropriata che non mancherò di fornire nei prossimi giorni, non appena avrò raccolto materiale sufficiente a delineare il loro identikit!