giovedì, luglio 12, 2007

Harry Potter e l'Ordine della Fenice

Genere: avventura
Durata: 142 minuti
Regia: David Yates
Cast: Daniel Radcliffe, Emma Watson, Rupert Grint, Jason Isaacs, Helena Bonham Carter, Robbie Coltrane, Ralph Fiennes, Michael Gambon, Brendan Gleeson, Gary Oldman


Tempi duri per il mondo della magia. Lord Voldemort, il signore oscuro, è tornato ed è pronto a radunare il suo esercito per prendere possesso del potere che aveva un tempo. Avevamo infatti lasciato Harry Potter, al termine de “Il calice di fuoco”, reduce dal faccia a faccia con il mago che ha cambiato il suo destino, tornato in vita grazie ad una magia nera. Ma il mondo della magia, memore di quanto accaduto 14 anni prima, non è pronto per accettare una notizia simile ed è per questo che il ministero intraprende una campagna diffamatoria contro Harry Potter e contro Silente, rei di voler impaurire inutilmente la gente per i loro scopi. Questa volta Harry Potter dovrà combattere contro un nemico ben peggiore di quanto potesse aspettarsi: la maldicenza. Saranno in molti a non credergli e a crederlo un pazzo, ma i suoi amici saranno sempre al suo fianco ed è in loro che troverà la forza ed il coraggio per andare avanti e per continuare la sua battaglia.
“Harry Potter e l’Ordine della Fenice” è il quinto episodio della serie più fortunata e seguita di tutti i tempi, l’episodio più oscuro, il più tetro, il più complesso. Ma se il romanzo risulta essere a tratti troppo lungo e farraginoso, il film è riuscito a snellire di molto la trama, rendendola molto più fluida e leggibile, anche se molte parti sono state ignorate ed alcuni personaggi e situazioni sono saltati o appena accennati.
Accanto ad Harry ritroviamo gli amici di sempre: gli inseparabili Ron ed Hermione, i migliori amici di Harry; i gemelli Fred e Gorge Weasley, ideatori di una serie di scherzi che vendono ai ragazzi della scuola; Ginny Weasley, non più la bambina timida del secondo episodio; Neville Paciock, imbranato ed ingenuo, che confesserà ad Harry la verità sui suoi genitori; Cho Chang, il primo amore di Harry ed anche la ragazza a cui darà il suo primo bacio; e Luna Lovegood, una ragazza un po’ strana e lunatica che però si rivelerà un’amica fedele e simpatica. Insieme ad altri amici formeranno l’esercito di Silente, per prepararsi ad affrontare le terribili cose che stanno per accadere.
Ma gli adulti non stanno a guardare e così fondano L’Ordine della Fenice, un’associazione che combatte contro Voldemort e contro i suoi seguaci, i Mangiamorte. A proteggere Harry questa volta, oltre a Silente, c’è anche Sirius Black, il padrino di Harry, costretto a nascondersi perché ritenuto un pericoloso assassino. Sirius è l’unico legame di parentela positiva che rimane ad Harry, ed anche l’unico che ha conosciuto molto bene i suoi genitori. I suoi consigli e la sua presenza saranno di continuo conforto. Dall’altro lato si introduce un nuovo e buffo personaggio: Dolores Umbridge, una donna mandata dal ministero per inquisire tutto ciò che viene fatto ad Hogwarts. La Umbridge è l’esatta contrapposizione di Silente e con i suoi metodi retrogradi tenterà di trasformare la scuola in un tribunale dell’inquisizione dove tutto è vietato, persino fare magie di difesa, poiché non c’è nulla da cui difendersi.
Non mancheranno le scene mozzafiato e spettacolari, tra le quali segnaliamo il volo notturno con le scope a Londra, l’uscita di scena dei gemelli Weasley e il combattimento finale che non lesinerà una dolorosa perdita.
Con questo episodio si ribadisce sempre di più che il tempo dei giochi, dei divertimenti e degli scherzi è ormai finito. La vita di Harry non è mai stata semplice ed ogni anno è stato costretto ad affrontare delle dure prove, ma da adesso in poi nulla sarà come prima perché il male sta prendendo il sopravvento e il destino di Harry è sempre più legato a quello di Voldemort.



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giovedì, giugno 28, 2007

Che ne sarà di noi

Quando andavo alle elementari la maestra proponeva temi che avevano come argomento principale l’inquinamento della terra e le conseguenze di esso sulla nostra vita. Erano anni difficili quelli: il terrorismo in Italia mieteva tante vittime, la gente moriva allo stadio per vedere una partita e a Chernobyl una centrale nucleare esplodeva, spargendo sul mondo intero le sue radiazioni assassine. Anche se tutto questo era accaduto molto lontano da noi, si consigliava di non bere il latte e di non mangiare verdure, e si monitoravano i movimenti della nube tossica.

Le notizie del telegiornale non erano confortanti. Al di là della nube tossica c’erano altri problemi da fronteggiare, come l’imminente fine del petrolio, l’effetto serra, l’innalzamento delle temperature, l’aria inquinata, le foreste disboscate e il deserto che avanzava. Tutto ciò dipingeva un futuro assai difficile, per non dire quasi improbabile, in cui avremmo vissuto su un pianeta in disfacimento continuo. La panacea di tutti i mali sembrava essere la sensibilizzazione al buon senso e al rispetto per la natura. In poche parole sarebbe bastato ridurre l’uso delle automobili e degli spray deodoranti per migliorare sensibilmente la situazione. Ma ben poco migliorava e mi prendeva uno stato di angoscia tale che guardavo quasi con disprezzo chi continuava a vivere tranquillamente come se niente fosse. Come si poteva sposarsi, avere dei figli e programmare il futuro sapendo che presto la catastrofe ci avrebbe assaliti? Come pensare di vivere su un pianeta in cui l’aria era irrespirabile, le temperature insopportabili e l’acqua inesistente? Angoscia, terrore, paura e sgomento sono solo alcune delle sensazioni che ricordo.

Sono passai 25 anni da allora eppure niente è migliorato. Anzi tutto è peggiorato: le automobili sono aumentate a dismisura; le foreste stanno scomparendo sia a causa del disboscamento che degli incendi estivi; il petrolio non è affatto finito anzi sembra una fonte inesauribile che ci tiene in uno stato di schiavitù; le navi petroliere affondano al largo e spargono i loro liquidi sul mare, uccidendo flora e fauna; i ghiacciai si sciolgono repentinamente ed ogni anno centinaia di spiagge spariscono a causa dell’innalzamento delle acque; le alluvioni trasformano in acquitrini centinaia di centri abitati; gli uragani cancellano intere città; le temperature sono sempre più calde ed insopportabili; il clima sembra impazzito e gli sbalzi di temperatura sono all’ordine del giorno. Che cosa sta succedendo? Dove andremo a finire? Perché non si fa niente per migliorare la situazione? E soprattutto, possiamo fare davvero qualcosa per migliorare la situazione?

Alcuni studiosi sostengono che l’inquinamento atmosferico c’entri poco con la situazione che stiamo vivendo. Il nostro pianeta, in miliardi di anni di vita, ha subito tanti cambiamenti e, come ci sono state le ere glaciali, allo stesso tempo ci sono stati i periodi di surriscaldamento. E tutto ciò è avvenuto in modo graduale, nel corso di migliaia di anni. È a causa di questi eventi così catastrofici che molte razze di animali si sono estinte (vedi i dinosauri), mentre altre hanno subito dei cambiamenti necessari per adattarsi alle nuove condizioni climatiche. Se così fosse, allora noi che cosa possiamo fare? Poco e niente, perché fermare il corso della natura è praticamente impossibile.

Tuttavia la certezza della causa di questo strano periodo non la sapremo mai.

Non facciamo altro che dire “Non ci sono più le mezze stagioni” perché si passa dal caldo al freddo in modo repentino, eppure Leopardi, nel suo Zibaldone, già manifestava questo problema e a quel tempo l’inquinamento non c’era! A cosa dobbiamo credere allora? Perché nessuno ci da risposte serie e concrete? Perché siamo costretti a vivere in questo perenne stato di precarietà?



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Pirati dei caraibi ai confini del mondo


Genere
avventura
Durata
168 minuti
Regia
Gore Verbinski
Cast
Johnny Depp, Orlando Bloom, Keira Knightley, Geoffrey Rush, Jonathan Pryce, Bill Nighy, Chow Yun-Fat, Tom Hollander, Stellan Skarsgård, Kevin R. McNally, Mackenzie Crook, Lee Arenberg, Martin Klebba, Keith Richards, Naomie Harris
Produzione
USA 2007

Belli sicuramente non sono, con i loro volti solcati dal sole e dal sale delle acque dei mari dei Carabi, i capelli increspati e sudici, i denti anneriti e molteplici cicatrici a ricordare battaglie precedenti: sono loro, i pirati dei Carabi, sempre alla ricerca di nuove avventure. Questa volta i nostri eroi partono verso mari sperduti, oltre i confini del mondo, per salvare Jack Sparrow, intrappolato nello scrigno di Davy Jones a seguito di un debito pagato, e la sua nave, “La Perla Nera”. Ma i pirati si sa, sono volubili e poco attendibili, e nessuno di loro parte per questa impresa senza un secondo fine che vada ben oltre il desiderio di salvare il pirata più simpatico e stravagante dei mari.
La tendenza ad una trama fitta ed articolata l’avevamo già notata nell’episodio precedente, “Pirati dei Carabi alla ricerca del forziere fantasma”, ma in questo nuovo capitolo la tendenza è diventata una certezza. Molta la carne al fuoco: oltre al salvataggio di Jack si mescolano altri interessi, come sconfiggere Lord Beckett che sta condannando a morte tutti i pirati; uccidere Davy Jones e liberare tutti i pirati schiavi; recuperare la storia d’amore tra Elisabeth e Will; impossessarsi della Perla Nera, l’unica nave in grado di sconfiggere l’Olandese Volante; scopriremo l’origine della cattiveria di Davy Jones, la maledizione che incombe sull’Olandese Volante e i poteri della dea Calypso; faremo la conoscenza della Fratellanza fra i pirati, figlia di un antico giuramento; rivedremo il capitano Barbossa; e finalmente sapremo se Elisabeth ama Will o Jack.
Ovviamente il tutto è condito da tradimenti, ammutinamenti, battaglie epiche, cambiamenti di piani, bussole che indicano la rotta verso quello che più desideriamo, mappe che ruotano e che devono essere interpretate e via dicendo. Insomma, se volete capire a fondo tutto il film allora non perdetevi né una scena né una parola, perché altrimenti finirete anche voi per perdervi nei mari sconfinati. Se invece volete solo rilassarvi, allora godetevi la magnificenza delle scene apocalittiche e i divertenti siparietti dell’eccentrico capitano Jack Sparrow. Personaggio davvero sopra le righe Jack, così divertente e allo stesso tempo così misterioso, al punto che nessuno fino ad ora ha capito se finge di non capire o se non capisce per davvero! Ed il merito, lasciatemelo dire, è tutto di Johnny Depp!

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lunedì, maggio 28, 2007

Analisi del capionato di calcio 2006/2007


Con l’ultimo verdetto decretato all’ultima giornata che ha visto il Chievo retrocedere in serie B, si è concluso il campionato di calcio 2006/2007. Un campionato atipico questo, che arriva dopo il trionfo ai mondiali di Germania e che per la prima volta si svolge senza la Juventus (che ha trionfato tra i cadetti) e con tante squadre partite con una forte penalizzazione.

L’Inter, come era prevedibile, ha vinto lo scudetto. Certo prevedibile è un termine poco adeguato se accostato alla squadra nerazzurra, capace di perdere scudetti già acquisiti negli anni passati e che tutte le volte che trionfa lo fa sfracellando ogni record di vittorie, punti e via dicendo. La squadra di Mancini ha sicuramente meritato, anche se i dubbi relativi a questa squadra permangono sempre e prima di dire che sia iniziato un ciclo è bene aspettare ancora un po’.

Al secondo posto arriva la Roma di Spalletti e di Totti, la squadra che ha giocato il miglior calcio in Italia.

In Champions vanno anche Lazio e Milan, partite con penalizzazioni, che però hanno recuperato lo svantaggio grazie a prestazioni straordinarie e al crollo disastroso del Palermo nel girone di ritorno. Un applauso particolare va al Milan, che a gennaio sembrava una squadra di vecchietti all’ultima spiaggia e che invece è riuscito a diventare campione d’Europa con merito.

In Coppa Uefa vanno Palermo, Fiorentina (che partiva dal pesantissimo -15) e il sorprendente Empoli.

In serie B finiscono il coriaceo Ascoli, il disastroso Messina (che è riuscito nella difficile impresa di arrivare ultimo in campionato) ed il Chievo, che conclude così la sua bella favola iniziata qualche anno fa.

Molte le squadre da lodare anche in zona retrocessione. Come non parlare dello straordinario campionato della Reggina, partita con -11 e già condannata fin dall’inizio, che grazie alla verve del suo allenatore Mazzarri e alla grinta dei suoi attaccanti Bianchi ed Amoruso, è riuscita a salvarsi all’ultima giornata ma è come se avesse vinto uno scudetto. Un applauso anche al Catania, costretto a giocare per quasi tutto il campionato sempre fuoricasa e senza pubblico, dopo le tristi vicende del funesto derby con il Palermo.

E in ultimo permettetemi di spendere due parole nei confronti del Palermo. Fin dall’inizio di campionato era più che certa la qualificazione alla Champions; a dicembre, visti i brillanti risultati, ben pochi storcevano il naso di fronte all’ipotesi di uno scudetto; ma adesso che tutto è finito dobbiamo essere contenti di questa ennesima qualificazione alla Coppa Uefa che tanto abbiamo snobbato quest’anno fino a mandare allo sbaraglio i giovani della primavera per farli umiliare da squadre più blasonate. È stato un campionato atipico quello dei rosanero, un campionato a due facce.

Durante il girone di andata la squadra di Guidolin era un’autentica machina da gol: lo scatenato Amauri aveva sfracellato il ricordo di Toni e grazie alle sue prodezze segnava e faceva segnare, diventando uno degli attaccanti più forti e completi d’Europa; Di Michele inventava magie e irrideva gli avversari con i suoi dribbling da prestigiatore; Corini piazzava rigori e punizioni; Bresciano e Simplicio si inserivano come lame nel burro e sfondavano le difese avversarie; e persino Biava segnava gol spettacolari. Ma poi qualcosa è successo, qualcosa è cambiato, ed è cambiato nel momento in cui il Palermo ha perso lo “scontro diretto” in casa con l’Inter. All’improvviso la squadra si è resa conto di essere “normale”, di avere dei limiti e di non essere assolutamente all’altezza di uno scudetto. I sogni si sono infranti e dopo qualche attimo di smarrimento la squadra è tornata a puntare il suo obiettivo primario: il quarto posto in campionato. E poi è arrivata la tegola: l’infortunio, grave, ad Amauri.

Può una squadra cambiare completamente assetto con la perdita di un solo giocatore? Teoricamente no perché, a memoria mia, c’è stato un solo giocatore in grado di cambiare completamente una squadra e quel giocatore si chiamava Diego Armando Maradona. Amauri non è Maradona e non è neppure un fuoriclasse (almeno non ancora) eppure la sua assenza si è fatta sentire più del dovuto. Al suo posto è subentrato lo scalpitante Caracciolo, che da mesi faceva la muffa in panchina e che non aspettava altro che un’occasione per entrare e riscattarsi. L’occasione ce l’ha avuta ma a quanto pare non è riuscita a sfruttarla.

Non stiamo qui a fare il processo a Caracciolo, addossandogli tutte le colpe del fallimento della squadra, perché sarebbe ingiusto e sbagliato. In fin dei conti tutta la squadra ha avuto un calo fisico drastico, tutti i giocatori hanno iniziato a giocare al di sotto della loro media. Eppure ci si aspettava di più dall’airone, se non altro dal punto di vista caratteriale. Le qualità tecniche di Caracciolo sono indubbie (altrimenti come si spiegherebbero i bei gol che ha realizzato quest’anno), ma è nel momento in cui deve tirare fuori le palle (e scusate il termine, ma quando ci vuole…) che questo ragazzo si perde e si demoralizza. Quello che gli si rimprovera è l’assenza di mordente, di grinta, di voglia. È come se avesse giocato per tutto il campionato con le valigie già pronte di chi sa che a fine anno cambierà maglia. I fischi del pubblico non lo hanno aiutato ma sono certa che in un’altra città farà sicuramente bene.

L’attacco del Palermo è stata una vera maledizione. È arrivato Cavani che si è subito messo in mostra con due gol belli e importanti, ma poi anche lui si è spento e l’infortunio l’ha fatto nuovamente uscire di rosa. È arrivato Matusiak, centravanti della nazionale polacca, che dopo 3 mesi di tribuna scende in campo, segna e si infortuna. E Di Michele ha lottato contro se stesso impappinandosi nei suoi inutili dribbling.

Alla fine dobbiamo essere contenti di questo risultato, perché anche se fossimo arrivati alla qualificazione in Champions, di certo l’ambiente non è ancora pronto per questo grande salto. La squadra non ha esperienza, l’organico andrebbe rivisitato ed il pubblico è troppo immaturo. Se si vuole arrivare in alto allora occorre anche essere umili e guardare con rispetto gli altri obiettivi. E che l’anno prossimo non venga in mente a nessuno di sbarazzarsi subito di impegni come Coppa Uefa e Coppa Italia che distolgono l’attenzione dagli obiettivi primari. Una grande squadra si vede anche da questo, dal modo in cui gestisce tutti gli impegni. E per gestire tanti impegni ci vuole un buon organico, non solo belle parole!



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mercoledì, marzo 28, 2007

Come Dio comanda

Titolo Come Dio comanda

Autore Ammaniti Niccolò

Dati 495 p., rilegato

Anno2006

Editore Mondadori


Varrano è un piccolo centro abitato nel nord-est d’Italia, attraversato da un fiume, circondato da boschi che nelle notti di pioggia riversano fango lungo le strade. Ed in questo piccolo centro le vite dei suoi abitanti scorrono in modo sempre uguale: Rino vive di piccoli lavoretti e cresce da solo il figlio dopo che la madre lo ha abbandonato quando aveva 3 mesi; Cristiano non vede l’ora di terminare gli studi per mettersi a lavorare e comperarsi una Play Station; Danilo annega nell’alcol il dolore per la perdita della figlia e l’abbandono della moglie; Corrado tenta da anni di terminare il suo presepe ed a causa del suo comportamento strano viene considerato “lo scemo del villaggio”; Beppe fa l’assistente sociale e soffoca l’amore per la moglie del suo migliore amico; Fabiana è la ragazza più bella della scuola e trascorre tutto il suo tempo libero con l’amica Esmeralda. Sono vite apparentemente semplici ma che nascondono tormenti interiori e spesso si consumano ai margini della “normalità”. E mentre sognano un futuro migliore si arrabattano per sopravvivere il presente, travolti da mille pensieri molesti e cupi.

Ma una notte molto strana, in cui il cielo ha deciso di versare su Varrano tutta l’acqua del mondo, i destini di queste persone finiscono per scontrarsi, e più nulla potrà mai essere come prima. La gente, con la stessa miscredenza di sempre, chiede a Dio un segno, un “miracolo” e Dio questa sera sembra essere magnanimo ed esaudisce le loro preghiere, infischiandosene della loro stupefazione. Ma siamo così sicuri che ciò che l’uomo chiede lo aiuti veramente ad essere felice? Non sempre è così perché quando è l’uomo a creare il suo destino, allora si finisce per spezzare un equilibrio ed ogni cosa sembra impazzire.

A distanza di 5 anni da “Io non ho paura”, Niccolò Ammaniti torna a stupirci con un altro romanzo forte ed intenso, con un ritmo narrativo incalzante che tiene il lettore incollato alle pagine fino alla fine e lascia senza fiato. Protagonista (come sempre accade nelle storie di Ammaniti) un ragazzino di 13 anni, Cristiano, che vive in un contesto per nulla sereno, con un padre un po’ fuori dalle righe, in una casa dove praticamente manca tutto! Ma tra Cristiano e suo padre c’è un legame viscerale, un bisogno l’uno dell’altro, perché entrambi sanno di non avere nessuno al mondo e che senza l’altro nulla avrebbe più un senso. E sarà proprio il loro amore a salvare le loro vite.

Ammaniti scrive molto bene, è un abile intrecciatore di storie e di vite e questo lui lo sa benissimo, sempre più diventa consapevole di questa sua dote straordinaria. Tuttavia, forse questa sua consapevolezza, lo porta a volte ad eccedere, a diventare quasi prevedibile in alcune forme letterarie, come se volesse ripetere se stesso. La storia poi, sebbene molto intensa e originale, in alcuni tratti ci ricorda un po’ troppo situazioni analoghe ai romanzi precedenti. Vero è che dopo avere letto un romanzo così bello come “Ti prendo e ti porto via”, qualunque altra cosa può apparire banale al confronto, ma stavolta possiamo dire che il finale è più significativo, meno campato in aria e sebbene tante cose restano in sospeso, si ha l’impressione che tutto si sistemerà per il meglio perché l’amore ha trionfato.

Se in un libro cercate un momento di relax, allora ve lo sconsiglio fortemente. Ma se cercate emozioni forti, allora questo libro fa al caso vostro.

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venerdì, marzo 23, 2007

Il 7 e l'8

Un film di Valentino Picone, Salvatore Ficarra, Giambattista Avellino. Con Salvatore Ficarra, Valentino Picone, Eleonora Abbagnato, Barbara Tabita, Arnoldo Foà, Remo Girone, Consuelo Lupo, Andrea Tidona, Lucia Sardo, Tony Sperandeo. Genere Commedia, colore, 93 minuti. Produzione Italia 2006.

10 anni fa li potevi trovare in qualche sagra di paese a fare spettacoli gratis sul palco. Oggi riempiono le sale cinematografiche con uno dei film più attesi della stagione. Eccoli qui, Ficarra e Picone, coppia di giovani comici palermitani che si sono fatti strada da soli, passo dopo passo, grazie alla loro bravura, alla loro comicità che spesso si trasforma in ironica interpretazione della realtà, a battute sempre azzeccate che oltre a fare ridere fanno anche riflettere. Non è sempre facile passare dal cabaret di teatro alla televisione e non è altrettanto facile passare dalla televisione al cinema, eppure loro ci sono riusciti con grande disinvoltura e noi siciliani non possiamo che essere orgogliosi di questo.

Il loro intento era quello di fare un film che descrivesse Palermo come una città “normale”, dove non necessariamente occorre fare riferimento alla mafia e dove si può condurre una vita regolare, studiare all’università, lavorare, innamorarsi, sposarsi, avere dei figli e morire di vecchiaia. I due protagonisti, Daniele e Tommaso, sono due ragazzi che vivono in contesti diversi ma che un giorno finiscono per scontrarsi (nel senso più stretto del termine). Ben presto scopriranno di essere nati lo stesso giorno nello stesso ospedale e, collegando una serie di strane coincidenze, si accorgeranno che qualcuno ha scambiato le loro culle ed ha invertito i loro destini. Perché? Che cosa ha spinto un uomo a prendere il destino nelle proprie mani e ad invertire quello che sarebbe stato il corso naturale degli eventi? Solo il finale ci rivelerà questa verità e ci farà comprendere che mai nulla accade per caso.

A sei anni di distanza dal loro primo lavoro cinematografico, “Nati stanchi”, Salvo Ficarra e Valentino Picone tornano quindi sul grande schermo (questa volta anche come registi) con questo film che mostra subito la maturità raggiunta da questi ragazzi, la bravura nell’inserire le battute al momento giusto e di raccontare squarci di vita quotidiana, avvalendosi di personaggi abbastanza rappresentativi e dalle spiccate caratteristiche. Una commedia divertente e piacevole che finalmente da spessore a questo genere cinematografico che purtroppo in Italia spesso vede alternarsi pellicole scadenti e di basso livello. Quello che ci possiamo augurare è che questi due ragazzi continuino a lavorare sempre così bene e a farci ridere ma sempre con il cervello attivo.

Il cast si avvale, oltre che della presenza di spessore di Remo Girone, anche di molti tra i più popolari comici palermitani.


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martedì, marzo 20, 2007

Thank you for smoking


Thank you for smoking
U.S.A, 2005
di Jason Reitman
con Aaron Eckhart, Maria Bello, Cameron Bright, Adam Brody, Sam Elliott, Katie Holmes, William H. Macy, Robert Duvall, Rob Lowe

Se volete potete ostinarvi a definirlo un film politicamente scorretto solo perché per più di 90 minuti non si fa altro che dire che il fumo non fa male, che non esiste nessuna prova certa che provochi il cancro o altre malattie mortali, ma la vera essenza di “Thank you for smoking” è il suo modo di essere così dissacrante, ironico, divertente, cinico, acuto, tagliente e fortemente ispirato. Dopotutto durante tutta la pellicola le uniche sigarette che si vedono sono quelle stampate sui cartelli dove campeggia la scritta “Vietato fumare”.

"Le sigarette sono fighe, facili e danno assuefazione. Praticamente il lavoro è già fatto!" Almeno così la pensa Nick Naylor, portavoce e direttore delle pubbliche relazioni dell'Accademia di Studi sul Tabacco. Fondamentalmente lui è un lobbysta: il suo lavoro consiste nel parlare, nel negare l’evidenza e nell’avere sempre ragione, anche di fronte a ragazzini malati di cancro o a senatori pronti a far stampare sui pacchetti di sigarette il teschio simbolo di morte. Ed il suo lavoro lo svolge magnificamente. E che importanza ha se ciò che devi difendere provoca la morte di 1200 persone al giorno solo negli Stati Uniti? Anche il peggiore degli assassini ha diritto ad essere difeso da un avvocato.

Nick è un personaggio particolare, che ha fatto del parlare un’arte e che si confronta con i suoi due migliori amici, rappresentanti di società di armi e di alcool: un gruppo che si autodefinisce “mercanti di morte” e si perde in discussioni spesso davvero disarmanti come quando fanno a gara su chi procura più morti in un anno. E ancora, per fronteggiare il calo di vendite, è disposto ad andare nelle scuole e a spiegare ai ragazzini che non si deva pensare che fumare fa male solo perché molti lo dicono, ma bisogna provare e poi scegliere, secondo la propria testa, secondo la propria coscienza.

Addirittura è pronto a finanziare un film che mostri personaggi positivi, come Brad Pitt e Catherine Zeta Jones, intenti a fumare e a dare l’aria di essere vincenti, come faceva il buon Humphrey Bogart quando il cinema si faceva spazio nel mondo. Il film è destinato a diventare celebre per delle frasi molto azzeccate e ad effetto, come "La morte ci toglie clienti. Noi vogliamo il cliente vivo e fumatore" oppure "Esponi una tesi, argomentala in modo convincente, e non sarai mai in errore".

Ma “Thank you for smoking” ha suscitato un certo scandalo negli Stati Uniti anche per la scena di sesso con Katie Holmes, la “signora Cruise”. La Holmes interpreta una giornalista ambiziosa e priva di scrupoli, capace di tutto pur di scrivere un bell’articolo e avere successo. Anche lei è vittima del cinismo che avvolge tutti i personaggi del film ed anche lei, dopotutto, ha un mutuo da pagare. Assolutamente da vedere.

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sabato, marzo 10, 2007

In memoria di me

Un film di Saverio Costanzo. Con Christo Jivkov, Filippo Timi, Marco Baliani, André Hennicke, Fausto Russo Alesi, Alessandro Quattro. Genere Drammatico, colore, 115 minuti. Produzione Italia 2006.

Dopo il successo al festival di Berlino esce in Italia “In memoria di me”, secondo lavoro del regista Saverio Costanzo”, che narra il percorso formativo di un giovane che decide di diventare prete. Andrea è un giovane benestante che nella vita ha sempre avuto tutto quello che voleva, ma non è mai riuscito a trovare quello che realmente desiderava: l’amore. Convinto che non fosse nei beni materiali ma in quelli spirituali la vera essenza dell’amore, decide di abbandonare tutto per cercare se stesso in un convento gesuita nell’isola di San Giorgio a Venezia.

Il film, con i suoi ritmi lentissimi, animati da continui silenzi e da sguardi emblematici, vuole raccontare la vera essenza del percorso formativo di questi giovani: un percorso formativo duro, che serve a testare la veridicità della fede e che passa attraverso gesti quotidiani semplici ma ripetitivi, attraverso preghiere e letture sacre, attraverso meditazioni spesso strazianti e difficili.

La sensazione finale che si ha, al di là della difficoltà oggettiva a seguire un film volutamente lento e pesante, è un senso asfissiante di claustrofobia. Tutto il film si svolge all’interno di questo convento fatto di ambienti essenziali, di piccole stanze quasi prive di arredamento, di giardini senza fiori, di aule spoglie e di sale da pranzo in cui si mangia in totale silenzio. La maggior parte delle scene sono state girate all’interno di un lungo e largo corridoio, alla fine del quale un’ampia finestra da la visione del mondo esterno, fatto di navi da crociera che transitano, di fuochi d’artificio sparati nei giorni di festa e di luci di una città che sembra così lontana ed irraggiungibile. Il senso di claustrofobia viene alimentato da questo senso di vita che scorre all’esterno mentre all’interno rimane tutto uguale in eterno. Nell’unica scena girata fuori dal convento si viene assaliti da un senso di smarrimento e di paura.

Film difficile da apprezzare, anche perché le sensazioni iniziali, al termine della pellicola, sono di quasi totale stordimento a causa del ritmo asfissiantemente lento. Il silenzio meditativo, necessario ai futuri sacerdoti per mettere alla prova la propria fede, finisce per coinvolgere anche lo spettatore che viene indotto a riflettere a sua volta, come se si trovasse nello stesso luogo con i protagonisti. a vivere, giorno per giorno, il ritmo sempre uguale delle giornate. La trama offre pochi spunti e la quasi totale assenza di colpi di scena ci mette di fronte alla verità: la vita religiosa non è semplice ma difficilissima e controversa. In molti, attratti dal desiderio di cambiare vita, pensano di trovare qui la risposta ma, incapaci di adattarsi a questo stile di vita così austero, vivono (e ci fanno vivere) il loro travaglio interiore e il disagio di chi si crede di non valere nulla nella vita.

Non so se consigliarlo o meno. Ma se avete bisogno di spunti di riflessione sulla vita religiosa allora questo film fa per voi.

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mercoledì, marzo 07, 2007

8 Marzo: Festa della Donna

8 marzo, festa della donna. Già, perché la donna è un essere preziosissimo al mondo e come tale va festeggiato. Molte sono le teorie relative all’origine di questa festa. Secondo l’ipotesi più accreditata, l’8 marzo del 1908 avvenne un fatto gravissimo negli Stati Uniti: un gruppo di donne operaie di una fabbrica, scioperarono per diversi giorni contro le pessime condizioni di lavoro. Il proprietario della fabbrica, tale Mr. Jhonson, stanco dello sciopero, appiccò un incendio, dopo aver chiuso tutte le uscite di sicurezza, e le 139 donne chiuse nella fabbrica morirono.

Molti sostengono che la festa della donna sia inutile (qualcuno si rifugia dietro a parole del tipo “le donne si festeggiano ogni giorno”), ma forse quello che più dobbiamo tenere in considerazione è che la condizione della donna è sempre stata soggetta (ed ancora lo è in molti paesi) a strane interpretazioni. Diciamoci la verità: la donna non è mai stata considerata alla pari dell’uomo e sebbene oggi abbiamo ottenuto la tanta agognata “parità dei diritti”, siamo ancora ben lontani dalla reale applicazione di questo principio.

Certo la nostra condizione oggi è paradiso in confronto a quanto lo era qualche anno fa. Ora possiamo lavorare e svolgere mansioni importanti che vadano al di là della pulizia quotidiana del bagno o della preparazione della cena; ora possiamo avere cariche importanti negli uffici ed avere uomini che prendono ordini da noi; ora possiamo intraprendere persino una carriera militare e guidare un esercito in guerra! Sono tante le cose che oggi possiamo fare e di questo siamo estremamente felici, ma la cosa più triste sapete quale è? È che ci sono volute delle leggi affinché tutto questo avvenisse. Sarebbe bastato un po’ di rispetto ed una naturale valutazione della condizione umana per arrivare magari agli stessi risultati, ed invece ci sono volute dure lotte e leggi appropriate.

Perché?

Perché esiste una società patriarcale così forte e radicata?

Una cosa non la possiamo negare: siamo diversi. E se Dio ci ha creati così, un motivo logico ci deve essere. È giusto considerarci diversi perché sarebbe da stupidi negarlo, ma alla fine siamo tutti esseri umani, e come tali abbiamo gli stessi diritti. Io personalmente ho dovuto faticare parecchio per avere un po’ di libertà dai miei genitori: mentre i miei fratelli uscivano tranquillamente e tornavano quando volevano, a me erano negate tantissime cose e l’unica risposta che mi veniva fornita era: “Ma tu sei donna”. E quando cercavo di avere maggiori chiarimenti mi si parava davanti sempre un muro di gomma sul quale rimbalzavo a cadevo facendomi male. Possiamo fare tutte le leggi di questo mondo, ma non possiamo cambiare la mente delle persone e l’unica nostra speranza è che solo con gli anni si possa cambiare, in modo graduale e naturale.

Per questo ritengo che la festa della donna sia una festa giusta: perché dobbiamo ricordare come eravamo un tempo, come siamo adesso e come diventeremo in futuro. È giusto ricordare ed è giusto continuare ad andare avanti.

Poi però ci sono le modalità di festeggiamento, e su quelle ci sarebbe molto da dire. Qui purtroppo il business ci ha messo molto di suo e sono stati creati tutta una serie di rituali di tutto rispetto.

L’8 marzo, per molte donne, è l’unico giorno dell’anno in cui finalmente si può mettere piede fuori di casa! Basta girare per strada la sera e ci si accorge di essere circondati da macchine piene zeppe di donne, con diverse generazioni al seguito: dalla nonna alla nipotina, dalla zia alla cugina, dalla vicina di casa alla semplice conoscente. Tutte le donne si riuniscono per andare a divertirsi. Come? Qualcuna si limita ad una cena in un locale stracolmo di donne ululanti, vestite come se dovessero andare ad un matrimonio, con scollature improbabili e capigliature da fare invidia a Penelope Cruz in “Non ti muovere” (film bellissimo che consiglio a tutti di vedere…). Qualcuna osa di più: assistere ad uno streep maschile. Già, perché se per tanti anni le donne sono state costrette a spogliarsi per compiacere gli uomini, non vedo perché oggi non si possa fare il contrario. Se proprio devo dirla tutta non ho mai partecipato ad uno di questi spettacoli e quindi non so come vadano esattamente le cose, ma di certo l’idea di vedere un uomo supermuscoloso che si spoglia per tante donne e per soldi, non mi aggrada per niente. Preferisco un uomo, magari con un po’ di pancetta e senza tanti muscoli che però si spoglia solo per me. Mi sembra molto più eccitante e appagante.

Ed allora, mie care donne: festeggiamo questo giorno perché è giusto farlo, ma non umiliamoci così tanto. Lasciamo che siano gli uomini a farlo, dopotutto a loro riesce naturale…



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lunedì, marzo 05, 2007

L'amore ai tempi del colera

Dopo aver impiegato 4 anni per leggere “Cent’anni di solitudine” (libro che è valso al suo autore l‘assegnazione del premio Nobel per la letteratura nel 1982) non avrei mai pensato di prendere tra le mani un altro romanzo di Gabriel Garcìa Marquez, ed invece, affascinata dalle parole della mia amica Betty che me ne ha parlato assai bene, sono corsa in libreria per comperare “L’amore ai tempi del colera”. Questa volta ci ho impiegato 3 mesi per finirlo (tempo ancora piuttosto lungo ma forse necessario per riuscire ad assimilare una storia così intensa che è entrata dentro di me a poco a poco), ma devo ammettere che ne è valsa assolutamente la pena. Al centro della vicenda, che si svolge nella zona calda ed umida dei Carabi, 3 persone, legate tra di loro dall’amore.

Come si fa ad amare una donna per più di 50 anni, aspettarla con pazienza, corteggiarla con delicatezza e sacrificare la propria esistenza in attesa che arrivi il giorno propizio in cui lei finalmente dirà di sì? ebbene tutto ciò accade in questo romanzo che è si una storia d’amore, ma non è il solito amore melenso e sdolcinato, o quello condito da tragici eventi che avvicinano ed allontanano i protagonisti, bensì un amore intenso, passionale, sincero e vissuto a tal punto da avvertire sintomi simili a quelli generati dal colera.

Fiorentino Ariza, Juvenal Urbino e Fermina Daza sono tre persone molto diverse, ognuno con la propria personalità, fierezza, orgoglio, fermezza, moralità ed impegno. Le loro vicende si intrecciano, le loro esistenze vengono condizionate da incontri casuali che cambiano il corso della vita; da scelte più o meno giuste che portano a determinate conseguenze; da errori di valutazione che generano malesseri e ripensamenti. Il tutto si svolge in una terra condizionata da un clima caldo e poco vivibile, da una nazione devastata da continue guerre civili, da un periodo storico a cavallo tra l’800 ed il ‘900, che appena si affaccia al progresso e alla modernizzazione.

Come in tutte le storie scritte da sudamericani, e soprattutto come in tutte le storie di Marquez, la passionalità, il trasporto, l’intensità e il calore, sono elementi che si toccano con mano, pagina dopo pagina, attraverso le lunghe e minuziose descrizioni, attraverso parole forti, a volte anche dure, ma che penetrano dentro l’essenza delle cose, senza lasciare nulla all’interpretazione.

Un romanzo di non facile lettura, ma indubbiamente un capolavoro assoluto ed indiscutibile.



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