lunedì 10 marzo 2008

Memorie di una geisha

Dopo aver visto il film per ben due volte ed aver letto il libro per intero, oggi posso affermare con certezza (ed un pizzico di orgoglio) di avere finalmente compreso che cosa è una Geisha. Il problema adesso è spiegarvelo! Non perché la cosa sia complessa in sé, ma perché per noi occidentali è assai difficile riuscire a cogliere i mille aspetti di una cultura così diametralmente opposta alla nostra come quella giapponese. Già ricordo, ai tempi dei cartoni animati made in Japan, quanto è stata dura dover accettare l’idea che al mondo esiste un popolo che non usa né sedie né letti e che quindi mangia e dorme per terra; che ogni volta che entra in un luogo chiuso deve togliersi le scarpe ed indossare degli zoccoli adatti per gli interni… Insomma, roba forte per noi che viviamo al di qua degli Urali.

E se già questo è stato un compito arduo anche per voi, come potete pensare di assimilare il concetto di geisha con semplicità? Se la definizione di “donna di piacere” per voi sembra la più consona,. allora siete lontani anni luce dalla verità. C’è un passo del libro che spiega il modo di indossare il kimono che a mio modo di vedere chiarisce perfettamente il concetto: il kimono è un abito assai complesso, che si compone di varie parti. Una di queste è l’obi, ovvero una larga cintura che si indossa attorno alla vita. Questa cintura va legata dietro la schiena in un modo particolare, ed è assai difficile per una persona metterla da sola. Dovete figurarvi che c’è gente che di mestiere aiuta le geishe a vestirsi, tanto è complicata la cosa. Al contrario però le prostitute allacciano l’obi davanti, con un nodo più semplice, poiché durante la notte sono costrette più volte a spogliarsi e a rivestirsi.

Ecco spiegato perché la geisha non è una donna di piacere.

Ed allora che cosa è, vi starete chiedendo voi.

Innanzitutto una geisha è un’artista, come viene spiegato in un altro passo importante del libro (e questa volta anche del film). Per diventare geisha occorre studiare parecchio, imparare la danza, la musica, la recitazione, ed è uno studio che è costante nel corso della vita. La geisha indossa kimono bellissimi e costosissimi, è sempre ben truccata e acconciata, ha un portamento elegante, movimenti aggraziati ed intrattiene gli uomini danzando, raccontando storie divertenti, inventando giochi, versando il the o il saké, ammiccando e via discorrendo. Ed esistono uomini che pagano ingenti somme per pregiarsi della loro compagnia. Ma la geisha non si concede agli uomini, giammai deve commettere un simile errore, perché la sua reputazione andrebbe rovinata. Le uniche volte che una geisha si concede sono in occasione del suo mizuage e per il suo danna.

Il mizuage altri non è che la perdita della verginità. In Giappone gli uomini erano disposti (non so se ancora oggi è così) a pagare ingenti somme per ottenere questo privilegio, finendo spesso per aprire delle aste al rilancio. Lo so che sembra strano, ma sono giapponesi!

Il danna invece è l’amante, ovvero l’unico che può avere rapporti sessuali con la sua geisha. Una gesiha può avere pochissimi danna nel corso della sua vita, perché troppi rovinerebbero la sua reputazione. Il danna paga una barca di soldi per avere questo privilegio, ed in più deve dispensare ingenti regali che spesso si traducono in gioielli o kimono.

Ma dietro a questo mondo così sbrilluccichevole, fatto di sorrisi, di ricchezze, di mistero, di poesia e di allegria, si nasconde un altro mondo, una orribile macchina infernale dentro la quale si impastano interessi economici, rivalità spesso atroci, invidie e tanta solitudine. Non si diventa geisha per scelta. Il più delle volte i genitori, costretti a vivere nella miseria, per garantire alla loro figlia un futuro migliore decidono di venderla ad un okiya, ovvero una casa di geishe, dove si vive in uno stato quasi di schiavitù ma dove, dopo un percorso assai duro e difficile, si può raggiungere una posizione tale da dimenticare che cosa è la povertà da cui si è venuti.

Questa, in maniera assai spiccia e semplicistica, è la mia spiegazione. Ovviamente vi invito a vedere il film ma soprattutto a leggere il libro, molto intenso oltre che dettagliato, che vi farà assaporare questo lungo percorso attraverso la storia della piccola Chio, destinata un giorno a diventare la geisha Sayuri. La storia si dipana a cavallo della seconda guerra mondiale e mostra in maniera chiara non soltanto la condizione della geisha, ma anche la dolorosa ed irrefrenabile corsa dei giapponesi verso l’occidentalizzazione. Mannaggia alla globalizzazione!!!


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lunedì 11 febbraio 2008

Federico Moccia: come fare successo parlando di banalità

Premetto che non nutro una particolare stima nei confronti di Silvio Muccino. Non che mi abbia fatto qualcosa di particolare, ma ritengo che la sua faccia troppo da bravo ragazzo e quella lingua di pezza che ancora si porta dietro nonostante le cure, gli tolgono credibilità in molti dei suoi ruoli. Comunque non è di lui che volevo parlare oggi, e questo penso lo avevate già capito dal titolo del post. Il vero motivo per cui l’ho tirato in ballo è stata una sua affermazione in merito al fenomeno Moccia che mi permetto di riportare qui “In lui la gente trova quello che vuole sentirsi dire”.

Ora voi vi chiederete il perché di questa colta citazione. Ebbene era da parecchio tempo che mi domandavo il motivo di questo inspiegabile successo e finalmente il buon Muccino è riuscito ad illuminarmi. Ma a questo punto occorre che io faccia una seconda premessa per dare anche un senso a tutto ciò che sto per scrivere.

Di Moccia avevo sentito parlare già da tempo, ed in particolare del suo romanzo più celebre “Tre metri sopra il cielo” che gli ha dato tanta fama e tanta gloria. L’ho vedevo sempre esposto in libreria ma per un motivo o per un altro, nonostante mi sia trovata sul punto di acquistarlo parecchie volte, alla fine non l’ho mai fatto. Il motivo del mio traviamento era scaturito da una lotta interiore molto agguerrita: se da un lato non amo i fenomeni di massa, dall’altro c’è una forte curiosità da parte mia nei confronti di tutte quelle cose che riescono ad ottenere un così grande successo. In poche parole mi piace capire il segreto di tanto successo,

avere una mia opinione personale e potere dire che una cosa è bella o brutta solo con cognizione di causa. È grazie a questa curiosità che ho letto “Il codice Da Vinci” di Dan Brown e posso affermare, adducendo tutte le motivazioni del caso, che non mi è piaciuto; ed è sempre grazie a questa curiosità che ho letto tutti i libri di Harry Potter e posso affermare, sempre in modo dettagliato, i motivi per cui mi è piaciuto. Quindi perché negare anche a Moccia il privilegio di passare sotto l’attento esame del mio giudizio?

L’occasione si è presentata qualche anno fa, quando in TV hanno dato, in prima visione, “Tre metri sopra il cielo”. Quella sera, tra l’altro, ero da sola a casa e non avevo niente di meglio da fare. Perché non approfittarne?

E così mi sono piazzata davanti il televisore con tutta la buona volontà necessaria, ma dopo un quarto d’ora ho iniziato a nutrire serie perplessità. Ho voluto continuare, facendomi del male volontariamente, ma già alla fine del primo tempo avevo preferito accendere il pc e chattare su C6! (per la cronaca, anche se la cosa non vi interesserà più di tanto, quella sera conobbi un ragazzo molto interessante, con il quale ci scrivemmo parecchie e-mail, e che poi ho perso di vista).

Ho trovato tutto così banale. È la più classica delle classiche storie d’amore tra una liceale (carina, molto brava ragazza, che va bene a scuola e non disubbidisce ai genitori) che finisce per innamorarsi del bulletto di quartiere, un ragazzo apparentemente molto violento, che va in giro con la sua moto ed il giubbotto di pelle a fare gare pericolose e a picchiare gli altri ragazzi. Insomma niente di nuovo che non sia già stato raccontato in Grease o addirittura in “Sentieri”.

Eppure, nonostante la banalità e la prevedibilità, Moccia gode di un successo strepitoso: tutti lo leggono, tutti guardano i suoi film al cinema e tutti attendono con ansia l’uscita di un suo nuovo libro. Perché? Inizialmente mi sono detta che forse ci troviamo di fronte al classico fenomeno adolescenziale (dopotutto le sue storie parlano di ragazzi molto giovani alle prese con i primi amori), ma se penso che la mia adolescenza l’ho passata a leggere Tolstoj e Dostojevski sinceramente mi viene un po’ da sorridere. Vabbè, forse le mie letture tanto adolescenziali non lo erano e magari, se mi fossi indirizzata su Moccia, forse oggi avrei avuto una visione più allegra e leggera della vita, ma che ci volete fare, ognuno ha i suoi difetti!!!

Ma comunque, per tornare al discorso di prima, i libri di Moccia non fanno altro che metterci di fronte a tutte quelle situazioni che noi tutti vorremmo vivere e che però non abbiamo il coraggio di fare: grandi amori, spesso impossibili e difficili, tra persone così diverse e così lontane tra loro, che nonostante tutto esplodono con tutta la loro forza e regalano quel giusto mix di passionalità e trasporto. Chi non vorrebbe vivere storie così? Chi non vorrebbe amare con tutto se stesso, perdere il lume della ragione, anzi addirittura prendere la ragione e buttarla in un cassonetto, per potersi abbandonare totalmente all’amore?

Ecco il perché di tanto successo. Perché poi, alla fine, quando arriviamo all’ultima pagina e leggiamo il finale, il libro lo chiudiamo, lo riponiamo nello scaffale della nostra libreria e torniamo alla nostra vita di sempre, fatta di quella ragione di cui, dopotutto, non possiamo fare a meno.


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giovedì 31 gennaio 2008

Bianco e nero

Cast
Fabio Volo, Ambra Angiolini, Eriq Ebouaney, Katia Ricciarelli, Franco Branciaroli, Anna Bonaiuto, Bob Messini, Aïssa Mäiga, Teresa Saponangelo
Regia
Cristina Comencini
Sceneggiatura
Cristina Comencini, Giulia Calenda
Durata
01:40:00
Data di uscita
Venerdì 11 Gennaio 2008
Genere
Commedia
Distribuito da
01 DISTRIBUTION (2008)

Probabilmente la trama non è tra le più originali ed il finale è abbastanza scontato, però questo film riesce a raccontare con ironia e leggerezza un tema abbastanza attuale e delicato come la convivenza multietnica. È facile parlare, lanciare campagne di sensibilizzazione, impegnarsi per fare costruire un pozzo in Africa ed impedire a dei poveri bambini di fare ogni giorno decine di km per procurarsi acqua potabile, lottare per abbattere il razzismo e sentirci tutti sullo stesso piano; ma quando si viene coinvolti direttamente, quando si è presi in prima persona, quando ad essere coinvolti siamo noi e i nostri sentimenti, siamo davvero così bravi a mettere in pratica ciò che predichiamo?

La storia è semplice: Carlo è un uomo, bianco, fa il tecnico informatico, è sposato con un attivista pro-africa ed ha una bambina; Nadine è una donna nera, lavora all’ambasciata senegalese in Italia, è sposata con uomo nero, anche lui impegnato nella lotta contro il razzismo, ed ha due bambini. Carlo e Nadine si conoscono, si innamorano, lasciano le loro famiglie e ben presto si rendono conto che quello che più brucia ai loro ex coniugi non è tanto il tradimento ma essere andati con una persona dalla pelle di colore diverso. E meno male che predicavano tanto l’antirazzismo!

La cosa bella di questo film è che da un’interpretazione da tutti e due i punti di vista. Se per i bianchi è strano frequentare una persona così diversa, altrettanto si può dire per i neri. Ci sono troppe barriere culturali, troppi pregiudizi, troppe difficoltà che da un lato uniscono la coppia ma dall’altro la dividono. Insomma, una specie di “Indovina chi viene a cena” dei giorni nostri con una passionale un po’ più palese.

Alla fine del film sentivo qualche commento stupito: “Ambra non me l’aspettavo così brava”. Era lo stesso stupore che ho avuto anche io quando l’ho vista in “Saturno contro”, film che le ha fatto vincere qualche premio importante. A volte ci sorprendiamo di come certi personaggi arrivino al successo senza sapere fare niente e solo dopo diversi anni scoprono quale è il loro vero talento e lo mettono in pratica. Peccato solo che siano davvero pochi quelli di talento.

Vorrei spendere due parole nei confronti di Fabio Volo: il ragazzo è simpatico, fa il dj, scrive libri, fa film… insomma sa fare un po’ di tutto ma nessuna di queste cose la sa fare veramente bene.


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